— Archeologia di un padre (2014)

Archeologia di un Padre. Le ricerche quotidiane di Tobia Aldini e i ricordi del figlio, di Lorenzo Aldini. Soc. Ed. Il Ponte Vecchio, Cesena 2014.

Ho iniziato a scrivere questo libro alla fine del 2012 e l’ho pubblicato subito dopo averlo concluso, nell’estate del 2014. Desideravo dare alla scrittura una forma più compiuta di quella che riuscivo ad esprimere nel blog e per realizzare questo desiderio mi sono lasciato guidare dall’energia che si libera dalla memoria privata. Archeologia di un padre è anche un libro di archeologia, ma non solo. Le vicende quotidiane di un padre e di un figlio si intrecciano sullo sfondo di una storia millenaria che si rivela poco a poco, per mezzo di scoperte spesso affascinanti, a volte faticose, che comunque fanno riflettere. Non occorre raggiungere paesi esotici per scoprire se stessi. Con un archeologo in casa basta una bicicletta. Se poi l’archeologo è il padre, il gioco diventa davvero interessante. 

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Archeologia di un Padre comincia con un viaggio in barca a vela nel mare delle Egadi (Prologo in Sicilia). Gli odori intensi della Sicilia insieme ai colori del mare risvegliano la memoria. Il ricordo della grotta del Genovese nell’isola di Levanzo porta a galla la prima immagine del padre alle prese con le ricerche preistoriche. Le incisioni paleolitiche nella grotta innescano il gioco di memoria che prende compiutamente avvio nel secondo capitolo (La via di casa). Di ritorno in un pomeriggio d’estate il figlio riapre la porta della grande casa dell’infanzia che è ancora così come l’ha lasciata, senza che al suo interno ci sia anima viva. Ad accoglierlo sono le immagini della memoria: le fotografie, gli odori del legno e dei libri, lo scricchiolio di sedie antiche sulle quali il padre trascorreva i pomeriggi al lavoro nello studio della mansarda. Gli ambienti recano impressa l’impronta di chi li abitava, i suoni, le storie private, le espressioni colloquiali dipanate con commovente affetto nella narrazione. Ma la rievocazione dell’intimità familiare è il punto di partenza, diremmo il primo strato dell’esplorazione archeologica dell’identità paterna, che prosegue, si mescola, quasi si confonde con gli scavi della città romana, a cominciare dal mosaico geometrico che Tobia volle riprodurre nel pavimento di casa: un lavoro molto impegnativo, ventimila pezzetti di marmo bianchi e neri fissati uno ad uno sulla superficie molle di cemento nell’estate del 1970.

Il padre acquista un peso più solenne nelle rievocazioni degli scavi archeologici (Mosaici) quando appare all’opera, instancabile, silenzioso ed impenetrabile agli occhi del figlio che vorrebbe condividere il senso di scoperte poco appariscenti, ma non meno importanti. Il campo visivo si allarga fino a comprendere le azioni di un’intera comunità che si dà da fare negli scavi archeologici di Forum Popili, quando i divieti delle soprintendenze non frenavano ancora l’intraprendenza dei volontari. Il secondo strato dell’identità paterna appare dunque in trasparenza in questa storia dell’archeologia forlimpopolese, un’archeologia dell’archeologia di certo interessante per gli addetti ai lavori, comunque carica di suggestioni per chiunque nutra curiosità nei riguardi dell’antichità. Nel capitolo successivo (L’immagine antica del paese) il rapporto con il padre si anima intorno ad alcune questioni che stimolano la fantasia del figlio. “Quante colonne c’erano nel tempio di Iside?”, “quante porte c’erano nella città romana?” sono domande un po’ ossessive alle quali il padre non sa rispondere, oppure non ha voglia di rispondere, sprofondato com’è nei suoi studi. La ricostruzione della forma urbis della città romana è un esercizio quotidiano nel quale il rapporto fra padre e figlio si consolida attraverso la lettura delle vecchie carte topografiche e dei labili segni archeologici nelle vie del centro storico. Non è lecito sguinzagliare oltre misura la fantasia volendo completare resti per loro natura frammentari. E’ una questione di metodo, una lezione che il padre vuole impartire al figlio: “solo quello che vedi in questo disegno è sicuro, tutto il resto sono ipotesi”. Ma l’archeologia che raccoglie indizi e stila elenchi lunghissimi ha un contrappeso nell’emozione che suscitano le scoperte, negli squarci di consapevolezza che irrompono all’improvviso come rivelazioni.

Episodi di intensa suggestione si alternano a descrizioni puntuali anche nel quinto capitolo (La forma delle anfore) dove entrano in scena le fornaci romane e le anfore vinarie di produzione locale. I ritrovamenti archeologici sono qui accostati al ricordo del vino fatto in casa nella cantina dei nonni. Le bottiglie di vetro afferrate dal fondo, i tini ricolmi di acini, il filtro che sembra l’attrezzo di un pugile vogliono ricongiungere l’archeologia romana con l’antropologia di pratiche casalinghe che erano familiari in Romagna fino a non molti anni fa. Ma il gioco di memoria si diverte a rimescolare le carte. Risveglia il passato remoto e lo colloca in una dimensione vicina al presente, mentre proietta in una prospettiva archeologica il passato prossimo dell’infanzia, come se i ricordi privati appartenessero ad un tempo irreversibilmente disgiunto dall’oggi. Anche la macchina da scrivere – l’Olivetti lettera 32, con cui il padre batteva le matrici che avrebbe poi stampato al ciclostile – viene rievocata come l’icona di un passato recente ormai dimenticato. Con la stessa attenzione, quasi fossero reliquie archeologiche, sono descritti i paesaggi agrari nella campagna di ieri, dove l’urbanizzazione si è allargata a macchia d’olio.

Il sesto capitolo (Frammenti in superficie) racconta le esplorazioni all’aria aperta, alla ricerca di un passato sempre più antico che metterà padre e figlio in contatto con le selci scheggiate dell’umanità dei primordi, un milione di anni fa. Il viaggio nelle strade dove l’immagine paterna sembra essersi trasfusa, termina dentro le sale possenti della rocca di Forlimpopoli (Domenica al museo), dove alcuni affezionati cultori di archeologia amavano darsi appuntamento la domenica mattina per aiutare il padre nel riordino delle raccolte del museo, confermando settimana dopo settimana un legame quasi religioso con la storia millenaria del luogo. I ricordi del figlio testimoniano con vivacità anche questi momenti consegnati ormai alla storia della museologia.