>>> In principio

tab_pe05Difficile fare previsioni sul futuro in generale, figuriamoci sul futuro di un blog come questo: potrebbe vivere a lungo, ma potrebbe anche terminare brevemente i suoi giorni, coi tempi che corrono!  E se diventasse ricco come un calciatore? Potrebbe sposare una velina, ma io preferisco per lui una vita diversa, lontano dai clamori. Chi leggesse queste righe per caso, potrebbe trovarle interessanti. Non so come andrà a finire ma so come è cominciata, un pomeriggio di festa allo Starbucks di Clear Lake, Houston Tx, il 2 Settembre 2008. Dovevo lavorare negli Stati Uniti in un impianto chimico che aveva poco di americano. Da anni pensavo ad un blog e quel pomeriggio di fine estate trovai finalmente la voglia di cominciare. Avevo storie interessanti e foto che mi sarebbe piaciuto condividere. La storia in Texas finì rapidamente, con l’arrivo dell’uragano IKE il 13 Settembre 2008 e con la crisi finanziaria subito dopo, ma proprio a causa dell’uragano per qualche settimana mi avventurai nel copione di una vita bella da raccontare…

Nel 2008 i blog avevano già conquistato la rete, ma l’evoluzione del web 2.0 stava spostando l’attenzione sui social networks, coi messaggi istantanei di una comunicazione frantumata e labile, dove la parola scritta perde peso. Oggi i blog proliferano più che mai, ma non hanno buona fama, sembrano sms lunghi, scritti per dire qualcosa al volo, non per durare. D’altro canto la banalità della scrittura ha contaminato anche i libri, con pagine che sembrano più parlate che scritte. La scrittura in origine era accompagnata da gesti materiali che trasferivano il pensiero nella materia, davano forma, davano corpo alle idee. Pensate alla pergamena sotto le dita dell’amanuense o alla polvere che respirava lo scultore. C’erano gesti che proiettavano il pensiero umano in uno spazio di eternità, una conquista laboriosa, al lume di candela o con lo scalpello in mano. La carta stampata ha semplificato il gesto dello scrivere, amplificandone al tempo stesso l’effetto. Nel mare della carta stampata i pensieri si sono rincorsi a lungo come le increspature di un’acqua attraversata da troppe imbarcazioni. Poi è arrivato il web che per omeopatia trasmette le increspature senza bisogno di materia alcuna, puro pensiero, logos. In principio era il blog? Credo di no, ma ora che ce l’abbiamo dobbiamo farcene qualcosa. Potremmo trasmettere le grida del nostro tempo in un’onda corale, oppure esibire vanità private a meno di venticinque lettori. Potremmo anche raccontare quello che abbiamo mangiato a colazione, perché tutto è arte, anche un panino, se è Andy Warhol che se lo mangia. Verba volant, scripta manent: che ne sarà dei Blog? Il web 2.0 sarà più persistente di un lungo aperitivo? Lo vedremo presto, ma quando scrivo penso ancora alla carta stampata. Il monitor del mio Mac è lucido come uno specchio, riflette con l’eco l’immagine che ho di me stesso, insieme al riverbero dei giorni trascorsi dall’ultima volta che ho scritto qualcosa. Nello specchio del monitor mi osservo e mi ascolto, sento l’eco che rimanda la caverna del web. I post d’attualità sono vita da surfer, non rimandano l’eco ma gli spruzzi della superficie. Ecco allora le impressioni, scritte con lo scalpello che ho in testa, e poi i racconti come pagine da sfogliare, forme compiute nel fluire del web.
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Mentre compilavo l’iscrizione a wordpress nello Starbucks di Clear Lake, Houston TX, mi riaffiorava il ricordo sepolto di un ponte di ferro e di una strada fra i campi, di là dalle ultime case della piccola periferia del paese che percorrevo in bicicletta da bambino. In Texas avevo ritrovato una naturale incapacità di prevedere lo spazio intorno a me, come nelle prime passeggiate in bicicletta, quando mi allontanavo da casa più del consentito. Un pensiero in disuso si era risvegliato per effetto della vastità del Texas. Il ponte di ferro era soltanto una trave arrugginita buttata di traverso su un fosso per permettere il passaggio pedonale ai contadini. Non avrebbe retto il transito di un trattore, ma possedeva lo stesso una certa solidità, un po’ pendente, certo, ma sufficiente per il transito solenne di una bicicletta. Attraverso i filari dei ciliegi arrivavo fino al ponte di ferro e forse avevo già infranto un divieto, troppo lontano da casa! Ma fin là ci arrivavo senza pensarci e mi sembrava d’essere ancora nel cortile, così familiare, un passo dopo l’altro seguendo il magazzino delle polpe delle barbabietole, all’ombra dei pioppi e sulla terra battuta, fra il fragore di un treno lungo la ferrovia di tanto in tanto ed il traffico della via Emilia più lontano. Oltre il ponte di ferro lo spazio non era più immaginabile, di lì in avanti le strade di campagna si susseguivano e si incrociavano con la ferrovia senza confini tangibili. Potevo arrivare lontano, nascosto nella trama regolare di quella campagna. Non ricordo come avvenne, ma un giorno (era primavera?) decisi di attraversare il ponte di ferro. Nel farlo ebbi una sensazione di libertà, le ruote della bicicletta facevano schizzare i sassi della strada ai bordi del fosso ed io pedalavo, giravo le ruote agli incroci, mi stordivo al pensiero di perdermi senza mai riuscirci davvero. Vedevo finalmente i luoghi di cui avevo letto il nome nelle carte di mio padre, ville di campagna ed i loro giardini d’altri tempi…tab_pe05

 

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