Dodecaneso

10 agosto, 2018 § Lascia un commento

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La guida tascabile National Geographic introduce la storia del Dodecaneso con due battute scherzose. La prima riguarda il numero di isole, che sono più delle dodici dichiarate nel nome, la seconda è relativa all’occupazione italiana, liquidata come una breve parentesi durante la seconda guerra mondiale, un’avventura nello stile del film Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Per farsi un’idea della storia contemporanea del Dodecaneso è meglio leggere un’altra guida, forse meno aggiornata, ma di certo più documentata: la guida rossa del Touring “Possedimenti e Colonie” pubblicata nel 1929, dove si trovano gli elementi di una storia in gran parte rimossa dalla memoria collettiva. L’attenzione al dettaglio geografico, barattato oggi con la velocità delle informazioni su gmaps, chiarisce che nel computo delle dodici isole maggiori sono escluse Rodi (troppo grande) e l’isola di Castelrosso (troppo ad est) e che l’arrivo della marina militare italiana risale alla primavera del 1912, come riflesso della campagna di Libia. Per sollecitare la fine delle ostilità turche in Libia, gli italiani prendono in ostaggio queste isole dell’Egeo sud orientale. Ma i turchi alla fine dell’impero ottomano si disinteressano del Dodecaneso, anche se le isole occupate dagli Italiani sono ad un tiro di schioppo dalle loro coste continentali. I Turchi proseguono le ostilità in Libia durante la prima guerra mondiale e gli Italiani trattengono il Dodecaneso, finché il trattato di Losanna del 1923 riconosce la sovranità dell’Italia su queste isole. Per ironia della storia, i nostri nazionalisti che gridano alla vittoria mutilata in Adriatico si ritrovano a colonizzare le isole dell’Egeo davanti alla costa turca. Lo fanno con grande impegno costruendo acquedotti, strade, teatri, scuole, in luoghi che prima di allora non avevano mai visto niente di simile. Per questo la vecchia donna vestita di nero che vende calze di lana sull’uscio nell’isola di Stampalia si entusiasma quando impara che noi siamo Italiani. Ci riserva una considerazione imbarazzante, cui non siamo abituali.

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Lasciamo l’isola di Stampalia di mattina, dopo aver cucinato qualcosa da mangiare durante la navigazione che ci impegnerà per l’intera giornata. Il vento ha soffiato energico durante la notte, ma l’àncora ha fatto presa sul fondale. Le sferzate del Meltemi annunciano una navigazione vivace a vela verso l’isola di Tilos, che la guida del 1929 indica col nome di Piscopi. Le notizie nella guida non scarseggiano: nel 1929 l’isola di Tilos produceva orzo, grano, uva, olive, mandorle e fichi, ma la pesca era assai poco esercitata e i due centri principali sorgevano sulle alture, ad una paio di chilometri dal mare. La borgata di Livadia, scalo marittimo dell’isola, si stava formando proprio negli anni dell’occupazione italiana. Per raggiungere la baia di Livadia da occidente occorre circumnavigare un promontorio che pare quasi un vulcano, dove però le rocce modellate come stalagmiti hanno un’origine calcarea e sono segnate da fessure e inghiottitoi. Il vulcano non è qui, anche se c’è n’è uno poco lontano nell’isola di Nisiro, ma il promontorio orientale di Tilos sembra più vivo di un vulcano e vibra sinistro mentre il vento rinforza da nord ovest. Il dio del vento non gradisce il nostro arrivo a Tilos e fa di tutto per tenerci alla larga dall’isola. Ormai di pomeriggio tardi stringiamo l’andatura di bolina aggrappandoci alle sartie, mentre il capitano si arrampica sull’albero -come se nulla fosse- per prendere la seconda mano di terzaroli, e grida ordini a destra e a manca.

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La baia di Livadia nell’isola di Tilos è ampia e profonda, quasi disabitata, fatta eccezione per il piccolo agglomerato urbano intorno al molo dove un traghetto giornaliero fa servizio di linea. Ormeggiamo in rada, cercando di indovinare la posizione giusta per non intralciare le manovre del traghetto che potrebbe arrivare nel cuore della notte, e ci lasciamo cullare a lungo dalla brezza che increspa il mare sotto le colline che ci abbracciano. Uno Yacht da veri ricchi alle nostre spalle non ha pace, getta l’ancora e riparte. Manovra e poi ritorna. Anche noi, come i ricchi dello Yacht, dopo cena mettiamo in mare il gommone a motore, che sbuffa e saltella fra gli schizzi delle onde al buio. Per ormeggiare a riva lo leghiamo ad un barchino da pesca, che è attraccato al molo alto dei traghetti, dove per toccar terra è necessario arrampicarsi sotto gli occhi di chi ci osserva dal ristorante, quasi fossimo clandestini. Sul breve lungomare si affacciano pochi ristoranti e qualche bar all’aperto coi tavolini al lume di candela, dove il riverbero delle onde fa credere d’essere ancora in mezzo al mare.

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L’orizzonte qui non è più esclusivamente marino. Ad est del piccolo porto di Livadia la Turchia si ramifica in lunghe scogliere tentacolari, che avvolgono le isole orientali del Dodecaneso, come accade a Simi che è letteralmente abbracciata dalle coste anatoliche. Basta distrarsi un attimo e ci si ritrova in acque territoriali turche, scortati da una motovedetta che ha qualche tassa da esigere per il governo di Ankara, non proprio a buon mercato. Ma a sud affiora già il profilo di Rodi, un altipiano monotono rialzato sull’orizzonte, molto regolare, senza la fantasia delle isole che abbiamo intercettato finora. Sembra questo il continente, il punto d’arrivo, la stazione di posta verso altre rotte orientali, non la Turchia frastagliata che vediamo tutt’attorno alle spalle come un labirinto terreste. A metà strada fra Tilos e il porto di Rodi l’isola di Simi ci accoglie nella baia di Panormitis con il monastero dell’arcangelo Michele affacciato sul mare, dove gettiamo l’ancora per l’ultimo bagno e l’ultimo pranzo a bordo prima di raggiungere la meta.

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La costa settentrionale di Rodi non ha ripari adatti alla vela e il viaggio si conclude nel porto turistico del capoluogo, con un vento intenso che spinge al gran lasco verso la punta dell’isola, dove la fantasia può immaginare ancora il faro colossale che fu una meraviglia del mondo ellenistico. Senza montagne frastagliate alle spalle, l’artefatto si imponeva nell’estremità nord orientale dell’isola come la boa di un campo di regata. Un traguardo importante ancora oggi, almeno per noi, all’ottavo giorno di navigazione.

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Sul Tiaré da Cefalonia a Rodi, 30 giugno – 7 luglio 2018. Lorenzo con Roberto “Tigre”, Mario, Roberto, Maurizio e il capitano “Porbia” Gianni Tramonti.20180707_103025

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Da Milos a Santorini

30 luglio, 2018 § Lascia un commento

20180703_100122Senza fretta lasciamo la baia di Milos la mattina successiva al nostro arrivo, rinunciando a scendere a terra per non perdere tempo ed arrivare a Santorini prima di sera. Certe isole meridionali delle Cicladi hanno un’origine vulcanica, ma a Milos i segni del cratere sono appena percettibili e sfumano in una baia accogliente che di mattina percorriamo a ritroso in barca sotto la luce del sole. I crinali che di notte apparivano imperlati di luce come un presepe rivelano di giorno file di casette bianche, qualche mulino a vento e le cappelle di un santuario sparso nel pendio come un sacro monte. Le abitazioni dei pescatori a riva sono bagnate dalle onde che entrano nelle rimesse delle barche. Gli scogli in mare riflettono i colori scuri delle rocce basaltiche ed hanno forme simili a candele consumate. I bassi fondali nascondono rocce affioranti da cui stare alla larga, mentre a vista cerchiamo la rotta per Santorini nello stretto che separa Milos dall’isoletta di Kimolos. La rotta striscia accanto alle scogliere di Kimolos, segnate da un’industria estrattiva che ne ha scavato le rive scoscese, e prosegue nella stessa direzione fino a lambire la costa sud di Folegandros, diritta e disabitata.20180703_190500In tarda mattinata si alza un po’ di vento che permette di andare a vela almeno per qualche miglio. All’orizzonte c’è già la forma massiccia, sfumata di Santorini, segnata in cima dal biancore luccicante di qualcosa che se non fosse luglio, e se non fosse il mare della Grecia, sembrerebbe la neve di un ghiacciaio. La glassatura bianca di Santorini è difficile da decifrare da lontano, finché la distanza dall’isola non consente di riconoscere la trama di un centro urbano diffuso, qualcosa che è cresciuto a macchia d’olio nella parte alta dell’isola a imitazione di un vecchio villaggio di casette bianche. Santorini non sembra fatta per arrivarci dal mare. Anziché una baia accogliente, il bacino interno della caldera più famosa del Mediterraneo respinge le barche in arrivo con le forme variopinte di un’unica grande scogliera a precipizio dove è impossibile attraccare. Proviamo ad avvicinarci ad un ormeggio ai piedi del villaggio di Oia, ma veniamo invitati subito ad allontanarci dai gesti nervosi di un uomo sul molo. Potremmo muoverci in direzione delle navi da crociere, che appaiono piccole in lontananza sotto la scogliera, ma non sappiamo se laggiù ci sia un ormeggio sicuro.20180703_192521Allunghiamo così la rotta dirigendoci a sud, fuori dalla caldera, nelle acque della spiaggia bianca e della spiaggia rossa. Dal centro della caldera dove ristagnano i residui di antiche eruzioni non si intuisce l’attuale vita mondana di Santorini. Chi arriva in aereo resta confinato nei centri turistici sulle alture a contemplare dall’alto i panorami azzurri e trascorre in mare tutt’al più il tempo di un’escursione in catamarano, come un giro di giostra. Gettiamo l’ancora in rada davanti alla spiaggia rossa, dove le scogliere hanno davvero le forme e i colori di un racconto fantasy, nell’istante in cui i catamarani dei turisti giornalieri fanno ritorno a casa. Restiamo soli in baia quando il sole scivola dietro il promontorio e le stelle accennano il primo timido tremolio.20180703_195616

Un tonno fra le isole di Venere

19 luglio, 2018 § 1 Commento

20180702_101047Nel piccolo porto di Neapolis il traghetto per Kithera parte alle nove del mattino. Auto, camion e motociclette si affrettano a salire nel ventre metallico della nave attraverso tre rampe diverse, adagiate sul molo come ponti levatoi. Quando la massa bianca e fumosa del traghetto lascia l’ormeggio, l’orizzonte si allarga in modo inatteso e libera le sagome sfumate delle isole antistanti. Comincia a soffiare una brezza marina che trasforma il piccolo porto di Neapolis in una spiaggia. Per l’equipaggio del Tiaré è arrivato il momento di levare l’ancora. La rotta verso Rodi richiede di doppiare il “terzo dito” del Peloponneso nel braccio di mare che separa il continente dall’isola di Kithera. Procediamo a motore sotto costa: non c’è ancora alcun sentore del vento di nord ovest che accompagna le rotte orientali nel mar Egeo. Forse il Meltemi arriverà di pomeriggio, oppure non è ancora la stagione giusta per averlo alleato della navigazione in quest’angolo di Grecia. Nel disordine dei venti che si contendono le vele, Capo Maleas incombe spoglio e ricorda il cono vulcanico di Alicudi. L’isola di Kithera, dove nacque la dea Venere, occupa gran parte del quadrante meridionale, mentre Capo Maleas sfila severo alla nostra sinistra. 20180702_122422Un vasto orizzonte marino si allarga a prua: troppo distante l’isola di Creta e troppo lontane le piccole Cicladi perse nella foschia. Questo primo tratto di Egeo richiede una vera traversata in mare aperto, una rotta lunga e monotona col sole alto che luccica a mezzogiorno sul ritmo ondeggiante del mare fino all’orizzonte. Il profilo del Peloponneso diventa sempre più incerto alle nostre spalle, ma continua ad accompagnare la navigazione durante il pomeriggio, allungandosi a nord nelle cime aguzze di montagne sconosciute che fanno immaginare luoghi della Grecia classica, ma in realtà sono soltanto altre propaggini del “terzo dito”. La rotta verso est incute il timore delle cose sconosciute. Immaginavo un Egeo pullulante di isole, invece andiamo incontro ad un mare avaro di terre, almeno in apparenza. La foschia stende un velo misterioso, ma ad un certo punto del pomeriggio par di cogliere la forma gibbosa di una montagna fantasma all’orizzonte. C’è qualcosa che potrebbe essere l’isola di Milos. Sì, eccola, la direzione è quella giusta, ma il vento scarseggia e per arrivare entro mezzanotte sarà necessaria una buona dose di motore. Dopotutto non abbiamo fretta. Ci godiamo la traversata, quasi fosse una crociera, con la lattina di birra in mano e qualche fetta di salame all’ora dell’aperitivo.20180703_095212 Abbiamo gettato l’amo, come è solito fare Gianni nelle lunghe navigazioni come gesto di sfida al mare, consapevole di quanto sia difficile che qualcosa abbocchi. Ieri un pesce è riuscito a strappare l’esca senza farsi catturare. Oggi abbiamo riprovato con un’esca nuova, anche se Giorgio, prima di salutarci nel porto di Neapolis, ha detto che non è la stagione giusta per i pesci grossi. Staremo a vedere. I giri vorticosi del mulinello da pesca agganciato a poppa interrompono all’improvviso il nostro aperitivo. Ha abboccato qualcosa di grosso, chissà se si farà prendere davvero e chissà se sarà buono da mangiare. Che non sia un’altra lampuga, non proprio il massimo da mettere in tavola. Qualunque cosa sia, Gianni non vede l’ora di cimentarsi in un duello con la creatura marina rimasta impigliata nell’amo e si getta a capofitto sul mulinello, cercando di non spezzare il filo. E’ un duello lento e meticoloso, dove occorre allentare fino ad un certo punto e recuperare subito dopo. “Non dire gatto finché non l’hai nel sacco”, tanto più se il pesce è grosso e non ha nessuna voglia di arrendersi. Ma dopo alcuni minuti vediamo affiorare dall’acqua un tonno agganciato all’amo, con gli occhi grandi come padelle. Si dimena con un’energia straordinaria. Non è facile caricarlo in barca, un tonno di settanta centimetri e dieci chili di peso che si agita come un matto. L’astuzia del pescatore -polimechanos antrophos- prevale sulla forza istintiva della creatura marina, dalla forma splendida, che val la pena ammirare per qualche istante prima che finisca in pentola.20180702_194659La perfezione funzionale del corpo, le minuscole pinne disseminate lungo il dorso fanno riflettere sulla plasticità della natura che esprime forme non solo adatte, ma perfette in relazione all’ambiente in cui queste creature vivono. Una perfezione conquistata al prezzo di innumerevoli tentativi, sia chiaro, di un ciclo sterminato di nascite e di morti che fanno impallidire noi esseri umani, illusi d’essere eterni su questa barca verso l’isola di Milos. La pulizia del tonno è di gran lunga più impegnativa della pesca. Dovremmo dire macellazione, viste le dimensioni del pesce. Così mentre scende la sera, il Tiaré si trasforma in tonnara. Non è impresa da poco tagliare con il coltello la pelle liscia e sfuggente, pulire i visceri pesanti che si rivelano pieni di uova. Gianni sfodera un supplemento di grinta e conclude l’impresa senza segni di cedimento. Quando è ormai buio ed i fornelli continuano a sfornare tranci di tonno a ciclo continuo, vien da pensare che il mare si sia vendicato della nostra ingordigia con un eccesso di generosità. Mangeremo tonno per i prossimi tre giorni, ma l’impegno in cucina distoglie l’equipaggio dall’attesa dell’isola di Milos, nera come la pece all’orizzonte. Siamo ancora troppo lontani per cogliere i lampi delle segnalazioni marittime, mentre le stelle in cielo scintillano e quasi fanno ombra. Venere, luminosissima, declina ad occidente come astro della sera. Giove e Saturno accompagnano in corteo i segni zodiacali estivi, col sottofondo della via lattea. Marte sorge verso le undici, rosso e sanguigno come una luce di terraferma dai monti di Milos, che finalmente rivela tracce di umanità in altre luci bianche che ne imperlano i crinali come un presepe. L’arrivo nella profonda insenatura di origine vulcanica richiede attenzione per la presenza di bassi fondali e di scogli affioranti. Ma a mezzanotte la luna rischiara di rosso la baia, appena sorta sulle quinte rocciose di quest’isola che vanta la scoperta della statua più famosa di venere. La baia profondissima si allarga nel cuore dell’isola in un bacino tranqullo, dove è semplice gettare l’ancora, circondati dalle case bianchissime di un abitato che all’una di notte rumoreggia ancora con musica da discoteca. Senza scendere a terra, c’è tempo per un ultimo brindisi.20180703_090442

La Morea vista dal mare

16 luglio, 2018 § Lascia un commento

20180701_085933A Killini l’ormeggio è in banchina, poco distante dall’attracco dei traghetti per l’isola di Zante, un ormeggio veloce “all’inglese” lungo il molo di cemento, quanto basta per consentire a me, che sono arrivato in porto a Patrasso, di saltare sul Tiaré dove i sei uomini di equipaggio scalpitano, pronti a salpare alle cinque del pomeriggio. Gianni mi viene incontro con un saluto vigoroso che sembra farsi beffe del tempo trascorso dall’ultima volta che navigammo insieme dieci anni fa. Scrollandosi di dosso il peso dei suoi settant’anni, il comandante del Tiaré manovra la barca con la destrezza di un ragazzo. Ci attendono le acque del Peloponneso -la Morea degli ultimi Bizantini- almeno una notte ed un giorno di navigazione salvo imprevisti, fino al terzo “dito” della penisola dove dovremmo arrivare domenica sera. Prima di entrare nel mar Egeo è in programma una sosta a Neapolis, dove un membro del nostro equipaggio ha il padre che lo aspetta.20180630_170249Il vento spinge le vele nella direzione giusta fuori dal porto di Killini, nel canale che separa il continente dall’isola di Zante, quinta scenografica controluce al tramonto. Procedendo verso sud la costa del Peloponneso diventa piatta e appare sempre più lunga e monotona mentre la notte avanza. Le luci dei fanali costieri scintillano sotto un cielo stellato dove i pianeti la fanno da padroni. Marte accompagna una luna calante rotondeggiante, qualche grado sotto di essa, in una bella congiunzione astrale che sembra risucchiare la prua nella rotta di sud-est. Navighiamo facendo turni di due ore a coppie, fino a quando il sole è già alto di mattina. La foschia del giorno rende ancor più evanescente la costa del Peloponneso. Il profilo collinare del “dito” più occidentale della penisola sfuma nelle montagne aspre del “dito” centrale, che rilancia la navigazione costiera ad oriente del golfo di Messenia come un’eco, o un miraggio, oltre il mare di Kalamata.

La Grecia del Peloponneso diventa più consona alle aspettative in questa parte centrale, dove le montagne si alzano come monumenti sul mare blu. Dopo aver doppiato capo Matapan spoglio e disabitato, col bianco faro di Tenaro nel punto più meridionale della penisola balcanica, programmiamo una sosta in rada all’ora di pranzo. I fondali della profonda insenatura prossima a capo Matapan sono troppo scoscesi e non consentono l’ancoraggio del Tiaré. Dopo qualche tentativo infruttuoso ci dirigiamo nella baia di Porto Kagio, riparato dai venti nord-occidentali, dove è semplice dar fondo all’ancora a poche centinaia di metri da una piccola spiaggia turistica che invita a tuffarsi. Nei pendii che coronano la baia si alzano villaggi fortificati, con le tipiche torri quadrate di questa terra.20180701_142613Di pomeriggio il vento da nord-ovest accelera la rotta verso oriente attraverso il silenzioso golfo di Laconia. Non ci sono altre barche a vela, solo qualche mercantile all’orizzonte. L’isola di Kithera prolunga l’illusione del continente verso sud, ma non è laggiù la nostra meta. Manteniamo direzione est, navigando ormai a vista verso le case di Neapolis, poche miglia a nord di Capo Maleas, in fondo al “terzo” dito del Peloponneso che perde di poco la sfida con capo Matapan come punto più meridionale del continente europeo. Nel piccolo porto di Neapolis attracchiamo di poppa, poco distanti da un traghetto di linea che incombe sul lato opposto dello stesso molo (è in attesa di partire la mattina successiva alla volta di Kithera con un carico di auto e di camion in bilico sul molo appena sufficiente per le manovre).20180701_205542A Neapolis ci accoglie Giorgio, il padre di Emanuele, medico veronese che ha scelto di trascorrere in quest’angolo di Grecia gli anni della pensione, in compagnia del suo cane Huski. Siamo suoi ospiti a cena in un piccolo ristorante all’aperto sul molo, dove assaggiamo diverse specialità greche, ma non il tipico polpo alla brace, perché rischieremmo di mangiare pesce surgelato, dopo che la pesca indiscriminata degli ultimi decenni l’ha estirpato da queste coste dove un tempo era di casa. Giorgio racconta il suo entusiasmo per queste terre ma non nasconde la delusione per gli effetti del turismo di rapina, senz’anima. Ad agosto rientrerà in Italia, sui monti Lessini, per sottrarsi all’invasione balneare dell’estate greca. Tornerà a Neapolis in settembre.20180701_230917

Dalmazia 1942

18 agosto, 2017 § Lascia un commento

20170712_053942Le isole lunghe e strette della Croazia settentrionale terminano davanti a Sebenico, dove il continente si spinge in Adriatico con un promontorio arrotondato che protegge Spalato dalla Bora. A sud del promontorio cominciano le grandi isole, che hanno un orientamento est-ovest, non parallelo ma divergente dalla costa e vantano centri abitati ben più popolosi delle borgate di pescatori che abbiamo incontrato di tanto in tanto nelle isole strette fra l’Istria e Zara. Nel mare fra Spalato e Dubrovnik ci sono città antiche riconvertite al turismo di massa, dove è ancora evidente l’impronta monumentale della Repubblica di Venezia.20170713_072119Dopo Zirje, estrema isola dell’arcipelago settentrionale, il capitano volge la prua con decisione verso l’isola di Hvar, appena percepibile nella turbolenza estiva del cielo azzurro all’orizzonte. Un po’ più ad ovest in mare si alza la montagna dell’isola di Vis, che a differenza di Hvar riusciamo a pronunciare senza incertezze. Hvar è un suono croato che respinge la lingua degli italiani, ma il capitano la chiama “Kvar” senza inciampare nell’ambiguità dell’iniziale muta. Dice di esserci venuto a Natale qualche anno fa in traghetto da Spalato. “Kvar” è rinomata per il clima mite anche d’inverno, tanto che un tempo era soprannominata “Madera dell’Adriatico”.20170713_115711Cerco Hvar nella mia guida Touring del 1982 e non la trovo. L’isola che le corrisponde nella piccola carta geografica introduttiva ha un nome italiano facile da pronunciare, Lesina, mentre l’isola di Vis si chiama Lissa… Lissa, proprio l’isola della battaglia che studiavamo a scuola fra Garibaldi e Cavour: 1866, terza guerra d’Indipendenza! Il neonato Regno d’Italia pretendeva di allargare i confini anche qui in mezzo al mare, con la stessa legittimità con cui rivendicava il Veneto e il Trentino. La sconfitta di Lissa fu la prima avvisaglia di un destino che a metà Novecento avrebbe allontanato definitivamente gli Italiani dalla costa orientale dell’Adriatico, nonostante le ambizioni dei nazionalisti che vagheggiavano un “Adriatico golfo d’Italia”.20170713_121620Chiedo al capitano se possiamo fermarci a Lesina, dove in lontananza si vede un bel centro storico affacciato sul porto, palazzetti gotici veneziani, un piccolo arsenale e campanili di forma aguzza. Ma il capitano risponde di no, a Hvar non c’è un molo adatto per chi arriva senza preavviso ed il traffico delle imbarcazioni impedisce di ormeggiare in rada. Andiamo allora a Lissa? Vis è fuori rotta, risponde il capitano e prosegue: “Se vogliamo andare a Korcula, è meglio mantenere la rotta nel canale di Hvar”.  Korcula…? l’avrei chiamata Curzola – l’isola dov’è nato Marco Polo – ma ho capito che i nomi italiani delle isole croate disorientano non solo il nostro capitano ma anche gli altri membri dell’equipaggio. Meglio attenersi alla lingua corrente, che è sempre quella dei vincitori. Se anziché una crociera in Croazia l’agenzia avesse scritto Dalmazia, non avrebbe riscosso lo stesso successo. Va bene, dunque andiamo a Korcula, bellissima, con le mura che incoronano il borgo antico sul promontorio. Di Marco Polo non c’è traccia visibile, ma il cognome si è tramandato fino ai giorni nostri e una torretta del millequattrocento basta ad inscenare la “Casa di Marco Polo” a pagamento per i turisti di tutto il mondo. Ancor più bella è l’isola di Mljet, con una vegetazione straordinaria nel parco intorno al lago Veliko. L’isola di Mljet è indicata come Meleda nella vecchia guida, ma preferisco non dirlo a nessuno.20170714_091605Nella guida del Touring club del 1982 i nomi italiani delle isole dalmate sono l’eco di una storia che nella seconda metà del Novecento ha poi imboccato un’altra strada. Per i compilatori della guida turistica, tanta fedeltà alla tradizione non era segno di nostalgia, quanto piuttosto di inerzia. La guida del 1982 ripropone infatti le notizie di una edizione precedente, che era stata compilata all’inizio della seconda guerra mondiale, quando la marcia espansionistica dell’Italia alle prese con la “quinta guerra d’indipendenza” sembrava inarrestabile. Ho trovato su ebay la guida rossa della Dalmazia del gennaio 1942, dove si leggono brani simili, talora identici a quelli riportati nelle successive guide dedicate alla Yugoslavia. La retorica nazionalista del 1942 rincarava la dose, andando nell’entroterra alla ricerca dei confini naturali dell’Italia, invocando ragioni storiche ma anche geografiche, come se la costa dalmata fosse parte di un bacino idrografico di pertinenza italiana, scorporato dal continente balcanico. Studiosi insigni avevano messo le loro competenze al servizio di questa retorica, quando la vittoria sembrava ormai cosa fatta. Attraverso i viaggi ed il turismo, nel 1942 gli italiani ricchi della penisola si sarebbero potuti appropriare subito della nuova terra dalmata, anche se la guerra non era ancora giunta al termine. Sappiamo come è andata a finire. Con il senno di poi, la presentazione di quell’edizione del 1942 suona a dir poco ingenua…

…Uno storico evento si è compiuto, coronando speranze e voti tanto a lungo repressi e mortificati; la Dalmazia è italiana; l’Adriatico è diventato il Golfo d’Italia. Gli avvenimenti che portarono al memorabile evento assunsero il ritmo rapido, incalzante delle cose fatali. Nel giro di pochi giorni, dal 6 al 17 aprile (1941), sotto la pressione delle armi italo-germaniche, mosse fulmineamente a punire il tradimento, la Iugoslavia, manifestando l’intima debolezza della sua artificiosa struttura, crollava come un organismo in disfacimento. Dalla sùbita rovina un antico popolo sorgeva a indipendenza, Il Croato. Con rapide marce lungo il litorale, le nostre forze armate, calando dalle Giulie e risalendo dall’Albania, rivendicarono i diritti imperscrittibili dell’Italia sulle terre dalmate, che furono già romane e poi venete per secoli… Ora è dovere degli Italiani di prendere conoscenza e contatto con le nuove terre e i loro abitanti, visitando la Dalmazia redenta…

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Orizzonte marino

21 luglio, 2017 § Lascia un commento

20170710_164939Quante volte mi è successo di vedere in sogno l’altra sponda dell’Adriatico, montagne nitide e scenografiche messe lì come risposta alla domanda: cosa c’è di là dal mare? Forse dall’alto di San Marino in condizioni eccezionali si può scorgere qualche isola croata, ma l’orizzonte tremulo dei bagnanti di ferragosto in spiaggia impedisce di arrivare così lontano. D’estate c’è sempre foschia, ma se anche non ci fosse, la curvatura terrestre impedirebbe di spingere lo sguardo dall’altra parte. Troppo lontana la riva opposta per sperare di mettere a fuoco le modeste alture della costa istriana, tre-quattrocento metri in tutto, che in base ai calcoli di trigonometria dovrebbero sparire sotto l’orizzonte ad una distanza di settanta chilometri dalla costa. A confronto con l’oceano il Mar Adriatico è ben piccolo, ma è comunque abbastanza grande da privare gli occhi del conforto di una linea di costa in mezzo al mare. Quando l’aria è particolarmente tersa, i marinai esperti dicono di scorgere la montagna più alta dell’Istria insieme alla sommità del Conero, il promontorio di Ancona, da una parte e dall’altra del mare, isole nere sull’orizzonte nitido, ma solo in casi eccezionali. Di solito l’apparizione diafana delle montagne annuncia l’approssimarsi di una riva, insieme agli odori dell’entroterra, e smentisce il ricordo dell’altra costa come un sogno al risveglio.

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Quando di notte partiamo dal porto di Ravenna il cielo è carico di umidità e le nuvole si agitano davanti alla luna piena che rischiara la costa punteggiata di luci. E’ sera tardi ma potrebbe già essere mattina e il breve sonno che l’equipaggio si concede a turno non basta ad allontanare il profilo della costa da cui siamo appena partiti. La notte di luglio si esaurisce in fretta e l’alba viene incontro al largo di Rimini. Sullo sfondo le montagne marchigiane disegnano un portolano azzurro: da nord a sud il monte Carpegna, poi il Nerone e il Catria, infine, inconfondibile, il trapezio del Monte San Vicino, piccolo e sfumato sull’estremo orizzonte. Nel mezzo si apre la fessura di una gola, credo sia il Furlo, dove il paesaggio naturale ha incrociato la storia degli eserciti antichi, ancora più monumentale visto da qui, dall’alto mare. Il portolano azzurro della costa marchigiana svanisce lentamente, comunque prima di poter cogliere la sagoma del monte di Ancona. La navigazione deve abbandonarsi all’orizzonte marino, fiduciosa di incontrare nuove terre a prua.

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Non e’ la traversata piu’ breve quella che da Ravenna traguarda le punte bianche di Dugi Otok, ma è la più comoda per assecondare la linea di costa dalmata sulla rotta di sud est. In mare l’orizzonte controluce dovrebbe rivelare un segno dell’altra sponda, ma in lontananza c’è solo il tremolio delle onde. L’orizzonte è una circonferenza illusoria di raggio variabile. La foschia riduce la visibilità ma induce una sensazione contraria di vastità, tanto più se il mare è calmo. E’ difficile tradurre le distanze marine nel rigore di un piano cartesiano e fissare le coordinate di una costa lontana che appare all’improvviso come un miraggio. Oggi ridiamo davanti ai disegni deformi della costa dalmata nelle mappe dell’antica repubblica di Venezia, ma provate a disegnare quello che si vede dal mare, senza distanze certe e coi tempi di navigazione approssimativi di una barca a vela. Le coste viste dal mare sembrano i frammenti di un arcipelago mutevole, che cambia forma e colore a seconda del tempo e dell’ora del giorno. Quello dei marinai e’ un punto di vista che non ha nulla dell’oggettività satellitare.

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Se vedete affiorare una montagna, forse è un’isola, potrebbe essere la veneziana Sansego -l’isola di Susak- la prima che si incontra al largo di Lussino arrivando dall’Italia. Difficile dirlo, ma la montagna di sabbia dell’isola di Susak non è abbastanza alta per essere scorta dalla posizione in cui ci colloca il navigatore satellitare. Quella che vediamo come annuncio dell’altra costa potrebbe essere una montagna dell’isola di Cherso, la croata Krk, o qualcosa di ancor più distante sul continente balcanico. La lontananza si spiega con la lentezza del movimento apparente della montagna sull’orizzonte. Sono le tre del pomeriggio e la vediamo ancora laggiù, mentre sotto sfilano la punta piatta dell’istria, l’isola di Lussino, i villaggi di Premuda e i boschi di Molat. Lo stretto delle punte bianche ci accoglie col sole ormai sceso ad occidente, dopo diciotto ore di navigazione.

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Fra Scilla e Cariddi

31 luglio, 2015 § 1 Commento

Ormeggiamo nel porto di Messina, quasi nel cuore della città, su un pontile galleggiante che non riesce a contenere le onde prodotte dai traghetti in rapida successione all’ora di cena. Senza rinunciare ai fornelli di una cucina creativa, l’equipaggio dondola allegramente coi piatti ed i bicchieri in mano. Lo spring, che il nostro capitano ha aggiunto all’ormeggio, ha l’effetto di ridurre le oscillazioni del Tiaré, meno ondeggiante di altre barche collocate di seguito sullo stesso pontile. Il traffico nel porto si intensifica al crepuscolo, mentre le luci si accendono sulla riva opposta, lungo il tratto di costa fra la scogliera di Scilla e la città di Reggio Calabria. Il traliccio elettrico di Cariddi luccica ad intermittenza di rosso come un albero di natale. Potremmo trascorrere ore ed ore seduti a guardare lo spettacolo dello Stretto di Messina.

Prima di levare gli ormeggi, scendiamo in città il giorno dopo, con il caldo che insiste già alle nove del mattino. Messina dovrebbe essere una città moderna, senza monumenti storici, a causa del terremoto che la rase al suolo nel 1908 e per quello che successe poi, durante la seconda guerra mondiale, coi furiosi bombardamenti dell’estate 1943. Eppure la guida rossa dedica molte pagine ai monumenti di Messina, ricostruiti con la meticolosità di chi ha voluto tutelare l’immagine della città storica nonostante tutto. Alla fine del 1908, della chiesa di San Francesco rimaneva solo un relitto dell’abside, mentre del duomo normanno si vedevano solo i muri diroccati.

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Entrambi questi monumenti sembrano avere digerito distruzioni e ricostruzioni. Nelle loro pareti pulite la storia si rinnova. La torre del duomo esibisce un carillon, con le statue delle ore, dei mesi, delle stagioni. Questo artificio meccanico, realizzato dopo la seconda guerra da artigiani di Strasburgo, ricongiunge Messina al cuore dell’Europa, come al tempo dei Normanni. I quartieri moderni, ricostruiti negli anni dieci del Novecento seguendo un piano regolatore innovativo, sono un bell’esempio di città nuova, divenuta ormai anch’essa storica, coi grandi viali alberati, gli edifici decorati nello stile dell’epoca e invecchiati all’ombra delle palme, secondo un gusto coloniale che ricorda -ma solo per una lontana affinità- Casablanca.


Dopo pranzo indugiamo un po’, ma salpiamo quando il sole è ancora alto, con le correnti di marea che si ingorgano e ripartono in direzioni inaspettate. Le spadare sono al lavoro: inconfondibili barche da pesca, simili ai pesci con cui duellano, con l’antenna del fiocinatore protesa a prua e la postazione di avvistamento in cima all’albero altissimo. Non è facile dire se sia più semplice il compito di chi sta a prua, o quello di chi deve avvistare il pesce dalla sommità dell’albero. Il braccio di mare che divide le due rive dello Stretto si restringe sempre più ed è appena un paio di miglia nel punto in cui -in un futuro possibile- altre civiltà potranno realizzare il ponte. Gli enormi tralicci dell’elettrodotto sulle due sponde restano immobili a guardarsi in una vana sfida, senza più cavi aerei.

Sembra incredibile che per uscire da questo bizzarro canale ad imbuto, la prua vada orientata con decisione verso est, prima che a sinistra si liberi l’orizzonte del Tirreno, un invito ad andare oltre. Ma la nostra missione è ormai finita: mancano trenta miglia al porto di Milazzo e l’immensità del nuovo mare ispira la vaga nostalgia di una vita che non ci riguarda. Stiamo per doppiare Capo Peloro, dove l’ultimo lembo di Sicilia si adagia a nord est, ed ecco lo Stretto di Messina si richiude alle spalle, come se non fosse mai esistito. A prua compare la sagoma sfumata di Stromboli, seguita dalle altre isole dell’arcipelago delle Eolie, controluce, verso sera. Nella foschia del pomeriggio, i monti siciliani hanno le stesse tinte dell’Aspromonte calabrese con cui sembrano saldarsi, come le quinte di un unico golfo.

L’illusione prospettica di quest’angolo di Sicilia conferma il mito di Peloro, pilota della nave di Annibale, sospettato di tradimento ed ucciso proprio qui dal comandante cartaginese, dove il passaggio fra Tirreno e Ionio può sembrare solo un inganno.

Dove sono?

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