Non è qui “La fine della fine della terra”

22 luglio, 2019 § Lascia un commento

I romanzi americani contemporanei hanno il potere di suscitare un interesse febbrile, ma io resto incollato a questi libri senza avere in cambio una gran gioia, solo la frastornante idea di quanto il mondo sia complicato e di come il mio punto di vista sia diventato periferico.

Il “mio” punto di vista… vorrebbe osservare dalla giusta distanza senza scottarsi, mentre Jonathan Franzen dice che il narratore ha il compito di gettarsi come un pompiere fra le fiamme delle situazioni fuori controllo, dove la gente comune non oserebbe avventurarsi senza la mediazione di qualcuno. E’ un lavoro arduo e faticoso (non esente da rischi) che la collettività assegna di buon grado agli scrittori di successo. A chi si butta a spegnere un incendio non si può chiedere di stare dentro gli schemi. Perfino il rigore logico potrebbe sfumare nel tentativo eroico di esprimere l’indicibile. Jonathan Franzen sfida questo rischio a testa alta nell’ultima raccolta di saggi tradotta in italiano, che prende il nome dal titolo del più corposo La fine della fine della terra- allusivo di molte situazioni della contemporaneità che al termine del libro, fra spunti autobiografici e viaggi intorno al climate change, acquista un significato inequivocabile come “fine dei ghiacciai antartici”.

Chi si aspettasse un libro dedicato al climate change rimarrebbe tuttavia deluso. Le divagazioni sono tali e tante da sconcertare, e vanno alla ricerca dei meccanismi dell’empatia verso i protagonisti dei romanzi classici, e si interrogano sulle facce ordinarie degli abitanti di Filadelfia. La rarefatta bellezza urbana di questa città diventa per Franzen l’essenza del brutto perché smorza gli slanci individuali, a differenza dello skyline brillante di New York che rende ogni individuo protagonista della stessa storia. Dalle medesime osservazioni io avrei tratto considerazioni opposte, come quelle che scrissi durante il mio viaggio nella East Coast del 2013, ma allora ero solo un turista di passaggio con le radici ben piantate nei luoghi millenari del vecchio continente… (cinque anni prima, quando mi trovavo a Houston, trascorrevo il tempo libero in automobile nelle strade di periferia alla ricerca di antiche piste carovaniere: assecondavo un’inguaribile pulsione verso la ricerca di una prospettiva storica anche dove non avrei potuto trovarla).

Se esiste un’onda portante nelle divagazioni della “Fine della fine della terra”, è di certo la passione di Franzen per gli uccelli, che diventa una chiave di lettura del climate change e delle azioni da intraprendere per contrastarlo, ma può anche ridursi a mania classificatoria, a viaggi nevrotici in luoghi esotici con l’unico scopo di allungare l’elenco degli uccelli avvistati. La smania dei viaggi esprime la leggerezza del legame con il luogo abituale di residenza, sempre revocabile in accordo con lo spirito americano: un’insostenibile leggerezza che cerca conforto nel mercato turistico dei safari, o in quello delle crociere del National Geographic, dove la realtà rimane sullo sfondo, con tutte le sue contraddizioni, mentre si vive la simulazione di una realtà costruita su misura per chi sta comprando l’esperienza turistica.

Ammirazione (e una punta invidia) Franzen la esprime verso chi ha radici in qualche angolo della terra e si è fatto carico della salvaguardia del proprio territorio con azioni concrete per l’agricoltura o la tutela di uccelli in via di estinzione, nel continente americano così come nei Balcani o nelle isole del Pacifico. L’azione nel territorio sembra l’unico antidoto che gli uomini hanno a disposizione per contrastare gli effetti del climate change, un antidoto forse insufficiente ad arginare lo scioglimento dei ghiacci e la riduzione della biodiversità, ma senz’altro utile per alleviare i mali dell’anima e la perdita di peso delle esperienze comprate e vendute al mercato globale, dove ogni azione diventa un prodotto della società dei consumi.

Sotto l’onda della globalizzazione delle esperienze, per cui c’è un elenco uguale per tutti delle “cento cose da fare prima di morire” in giro per il mondo, non è poi così male scegliere un punto di vista alternativo, periferico e a basso consumo. Un siffatto punto di vista può ancorarsi a luoghi e a tradizioni che rinfrescano il senso delle cose, può salvaguardare la biodiversità non solo nella natura ma anche nella cultura. Per essere significativo, chi è periferico non può comunque sottrarsi alle connessioni del mondo globalizzato, ma deve sceglierle, selezionarle, modellarle, senza scivolare nel mercato degli eventi.

Scrivendo queste righe ho ancora in mente l’esperienza del festival musicale di Anghiari, in provincia di Arezzo, che ogni anno la terza settimana di luglio porta i giovani musicisti della Southbank Sinfonia di Londra nelle piazze e nelle chiese della cittadina toscana, dove i valori ambientali del borgo e del paesaggio si integrano con la musica classica, antica e contemporanea, vissuta con l’entusiasmo dei giovani debuttanti. Questi momenti arricchiscono reciprocamente tradizioni e culture senza ostentazione, nella quotidianità di chi ha scelto di vivere in questi luoghi, o di chi è arrivato fin qui solo per un periodo di festa. Quasi mai è necessario pagare biglietti di ingresso, ma è attivo un conto corrente per generose donazioni. Qualcuno potrebbe trovar difetti anche in questo modo di vivere la globalizzazione, ma io non vedo miglior strada per traghettare nel futuro le nostre cose preferite.

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