Napoli gelata

31 gennaio, 2019 § 1 Commento

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Abbiamo cominciato il 2019 a Napoli, in un B&B quasi di lusso che non sarebbe esistito nella Napoli di quindici anni fa, quando gli alberghi turistici avevano l’aria un po’ sommaria, accogliente ma trasandata. Il B&B Filangeri ha quattro camere luminose e ben rifinite, gestite da un giovane dalla folta barba nera che ha lavorato in America e a Londra prima di tornare a Napoli ed investire nell’accoglienza turistica in un momento davvero felice per la sua città. Nonostante il freddo insolito, il centro storico dei decumani è preso d’assalto durante le feste di inizio anno da un pubblico eterogeneo di italiani del nord-est, di francesi e di spagnoli… che risciacquano coi loro passi le strade polverose e cancellano i ricordi del rione popolare. Il centro storico di Napoli è oggi un parco tematico rivitalizzato dall’intraprendenza di chi vive qui e si organizza in “associazione culturale” per non lasciarsi sfuggire l’occasione di far cassa coi biglietti d’ingresso nelle chiese, nei cortili, perfino nelle cantine… Le occasioni per pagare un biglietto sono innumerevoli ad ogni angolo del fitto reticolo di strade fra il duomo e via Toledo.

Ma basta allontanarsi come al solito di poco, verso Montesanto o Castel Capuano, per accorgersi che qui la città assomiglia ancora a quella che ricordavo vent’anni fa, coi monumenti storici in eterno restauro confusi nel tessuto urbano, le botteghe rumorose e i motorini che sfrecciano senza casco. L’intrattenimento turistico non arriva fin qui, ma propone i luoghi simbolo della città, gli angoli pittoreschi, i sotterranei bui da esplorare come parchi giochi. Il flusso si concentra nelle file interminabili della Napoli Sotterranea e della Cappella del Cristo Velato, nel lento peregrinare fra il chiostro di Santa Chiara e la via dei presepi a San Gregorio Armeno. A differenza dei luoghi pittoreschi, le chiese monumentali non sono prese d’assalto dal pubblico e le opere d’arte sono sempre a disposizione, nella luce limpida del mattino così come nella penombra della sera. In nessun altro luogo al mondo l’arte è concentrata come qui nelle chiese di culto cattolico, dove pitture e sculture arredano ogni angolo entro affascinanti cornici di artigianato artistico: marmi, argenti e legni intarsiati. In evidenza sul colle del Vomero c’è la Certosa di San Martino, che racchiude le più sorprendenti realizzazioni dell’arte napoletana fra manierismo e barocco.

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Anche le chiese conventuali  e gli oratori ai piedi del Vomero esibiscono l’arte del Seicento, ma lasciano affiorare in sottofondo le tracce di un medioevo ricchissimo di monumenti celebrativi e di pareti affrescate, coi nomi di Tino di Camaino e Pietro Cavallini in primo piano. Molte opere d’arte che la storia ha sloggiato dalle chiese trovano spazio nella galleria di Capodimonte, dove oggi si arriva in pullman, pagando un biglietto cumulativo che comprende sia l’ingresso sia il viaggio animato da un autista-intrattenitore interprete di un interminabile monologo che rievoca perfino Totò. Mancano trasporti pubblici comunali e la distanza dissuade dall’andare a piedi fin lassù, dove nella vastità della reggia si affiancano tre gallerie che rispecchiano tre diverse concezioni di museo: la collezione antica dei capolavori di famiglia Farnese, la pinacoteca novecentesca con la storia della pittura napoletana e la mostra temporanea dei numerosissimi quadri dei depositi, che torneranno presto dov’erano per mancanza di custodi.20190103_163932

Tre musei in uno: spazi enormi semideserti e gelidi, senza file al botteghino, con il profilo innevato del Vesuvio all’orizzonte. In una vecchia guida del Touring leggo che negli anni Venti del Novecento la galleria di Capodimonte condivideva  gli spazi del museo nazionale di Napoli, oggi famoso per le collezioni archeologiche dell’area vesuviana: quanto di meglio conservato ci abbia tramandato l’età classica. Qui sono sorprendenti le paste vitree ancora intatte negli occhi dei bronzi di Ercolano, gli attrezzi di Pompei, i mosaici e le pitture parietali. Le statue classiche di bronzo e di marmo sono magiche apparizioni, in sequenza inesauribile, tanto da far sembrare inappropriata la denominazione di “archeologico” per questo museo che è una straordinaria galleria d’arte, soprattutto scultorea. Le collezioni Farnese distinte fra la galleria di Capodimonte e il Museo Nazionale dovrebbero essere viste insieme nella luce unitaria che le caratterizzava un tempo. D’altro canto le collezioni archeologiche di Napoli, di Pompei e di Ercolano meriterebbero una centralità meno offuscata dalle sale in ristrutturazione, dalle opere assenti perché in prestito ad altri musei e dalle mostre temporanee che esibiscono la Cina nel salone d’onore (mentre resta chiusa una sala della Villa dei Papiri, che la Cina a buon diritto ci invidierà per sempre).

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(Napoli, 1-5 gennaio 2019)

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