La scomparsa dell’autore

31 dicembre, 2018 § Lascia un commento

Sul finire del 2018 ho utilizzato il computer non per scrivere, ma per fare ordine fra le migliaia di foto e testi che ho accumulato in questi anni, per non perderli di vista, nella convinzione che possano servire anche in futuro, ad esempio a conservare la memoria, stenderla davanti agli occhi come in uno specchio. Non perdere la memoria può voler dire duplicare, scaricare nel disco locale ciò che è depositato nei server remoti dei cloud e caricare altrove nel web, o su supporti esterni, ciò che nel tempo si è accumulato sull’hard disk del solito IMac che uso ormai da dieci anni e mostra i segni del tempo.

Durante questi anni l’inflazione di immagini nel web sembra aver tolto peso al gesto creativo dei fotografi che scelgono l’inquadratura e “fanno clic“. L’ultimo baluardo della creatività umana sta nell’attribuzione di senso ad immagini che esistono già, perse negli archivi e nel web. La forza vivificante della comunicazione si è spostata nella ricontestualizzazione, nel saper proporre ad un nuovo pubblico i fogli morti degli archivi: è la Furia delle immagini, discussa in modo lucido e disarmante da Joan Fontcuberta, per cui è superato vantare diritti d’autore su un’immagine fluidamente dissipata nel web.

Potremmo estendere questa analisi anche alla scrittura, per cui non vale più la pena reclamare la paternità né delle immagini né dei testi consegnati alla rete, che si rigenerano con un senso nuovo quando  vengono rilanciati da un link. L’autore originale deve fare i conti con l’autore della ricontestualizzazione, che può essere umano, ma più spesso è una macchina.

Nel web fluttua una scrittura che non lascia traccia del gesto originale di chi l’ha scritta, in continua traduzione, traditrice del testo iniziale, incapace di tradizione. Gli slanci autoriali consegnati al web saranno rivitalizzati dall’intelligenza collettiva della rete in contesti diversi, che sfuggono all’intelligenza del loro primo autore. Lo scrittore così come il fotografo sono diventati gli human inside, governati da una strana collettività di uomini e macchine impegnati a ridefinire contesti, per loro natura fluttuanti, come il senso che rincorrono.

Che fare? Maneggiare testi e immagini come estensioni della memoria, finché hanno qualcosa da dire a chi li ha prodotti. Il web ne farà un uso diverso, nelle mani della nuova creatura planetaria. Ma questo è il post-umano, che non dovrebbe riguardarci, almeno per definizione.

 

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Prepariamoci all’inverno

6 dicembre, 2018 § Lascia un commento

Dieci anni dopo la demolizione dello zuccherificio di Forlimpopoli sono tornato a calpestare la prateria urbana incolta dove le tracce della memoria personale devono essere già ricostruite con i metodi dell’archeologia, per accorgermi che gli archivi dello zucccherificio sono stati accatastati in un angolo dell’enorme magazzino polpe, ultimo relitto di quel che c’era, invaso dai piccioni. Torneremo ad occuparcene nella bella stagione, per recuperare almeno i registri di fabbrica, ultima eco di un tumulto industriale scomparso.

L’autunno mite ha ritardato quest’anno gli effetti del freddo, ma l’inverno è arrivato puntuale come sempre a dicembre, col solito carico di umidità. Le temperature che scivolano verso il basso fanno dimenticare in fretta la vita all’aria aperta. Gli addobbi natalizi sempre più precoci acquistano finalmente senso nel grigiore dell’inverno. Ma prima che arrivasse il freddo ho avuto tempo di aggiungere qualche altra interessante pagina all’elenco già ricco delle uscite di quest’anno: una domenica ad Anghiari ed un’altra a Città di Castello, più un sabato pomeriggio con il solito gruppo di amici nella pianura fra Forlì e il mare. Per non farmi mancare nulla ho viaggiato verso Ancona in treno l’ultimo giovedì di novembre (era una limpida giornata di vento) per rinchiudermi nel museo archeologico e vederne le collezioni, prima che le moderne mode espositive ne decretino la sparizione in nome di una fraintesa fruizione alla portata di tutti.

Il percorso a piedi dalla stazione ferroviaria di Ancona fino in centro e poi più su, in cima alla collina dell’anfiteatro, mi ha fatto scoprire una angolo di città dimesso, ancor più marginale di come lo ricordavo vent’anni fa, in attesa di una ricollocazione che i “beni culturali” non potranno di certo garantire in futuro, fra i tagli di bilancio e le riforme a metà.  Assediato dalle navi giganti e dal rumore dei cantieri navali, di cui si sente il rombo in sottofondo, il promontorio di Ancona nega la propria storia (e la bellezza del colle che gli fa da quinta) ben più di quello che succede nei porti di Genova, Trieste, Napoli… Ma le finestre del museo archeologico di palazzo Ferretti, con gli squarci di panorama aperti sul porto, rappresentano una parte considerevole dell’anima di questo luogo. Sulle tracce dei ricchi scambi con l’oriente evocati dai corredi funerari del museo, verrebbe voglia di saltar giù da una di queste finestre ed afferrare al volo la prima nave per la Grecia.

Dove sono?

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