Da Milos a Santorini

30 luglio, 2018 § Lascia un commento

20180703_100122Senza fretta lasciamo la baia di Milos la mattina successiva al nostro arrivo, rinunciando a scendere a terra per non perdere tempo ed arrivare a Santorini prima di sera. Certe isole meridionali delle Cicladi hanno un’origine vulcanica, ma a Milos i segni del cratere sono appena percettibili e sfumano in una baia accogliente che di mattina percorriamo a ritroso in barca sotto la luce del sole. I crinali che di notte apparivano imperlati di luce come un presepe rivelano di giorno file di casette bianche, qualche mulino a vento e le cappelle di un santuario sparso nel pendio come un sacro monte. Le abitazioni dei pescatori a riva sono bagnate dalle onde che entrano nelle rimesse delle barche. Gli scogli in mare riflettono i colori scuri delle rocce basaltiche ed hanno forme simili a candele consumate. I bassi fondali nascondono rocce affioranti da cui stare alla larga, mentre a vista cerchiamo la rotta per Santorini nello stretto che separa Milos dall’isoletta di Kimolos. La rotta striscia accanto alle scogliere di Kimolos, segnate da un’industria estrattiva che ne ha scavato le rive scoscese, e prosegue nella stessa direzione fino a lambire la costa sud di Folegandros, diritta e disabitata.20180703_190500In tarda mattinata si alza un po’ di vento che permette di andare a vela almeno per qualche miglio. All’orizzonte c’è già la forma massiccia, sfumata di Santorini, segnata in cima dal biancore luccicante di qualcosa che se non fosse luglio, e se non fosse il mare della Grecia, sembrerebbe la neve di un ghiacciaio. La glassatura bianca di Santorini è difficile da decifrare da lontano, finché la distanza dall’isola non consente di riconoscere la trama di un centro urbano diffuso, qualcosa che è cresciuto a macchia d’olio nella parte alta dell’isola a imitazione di un vecchio villaggio di casette bianche. Santorini non sembra fatta per arrivarci dal mare. Anziché una baia accogliente, il bacino interno della caldera più famosa del Mediterraneo respinge le barche in arrivo con le forme variopinte di un’unica grande scogliera a precipizio dove è impossibile attraccare. Proviamo ad avvicinarci ad un ormeggio ai piedi del villaggio di Oia, ma veniamo invitati subito ad allontanarci dai gesti nervosi di un uomo sul molo. Potremmo muoverci in direzione delle navi da crociere, che appaiono piccole in lontananza sotto la scogliera, ma non sappiamo se laggiù ci sia un ormeggio sicuro.20180703_192521Allunghiamo così la rotta dirigendoci a sud, fuori dalla caldera, nelle acque della spiaggia bianca e della spiaggia rossa. Dal centro della caldera dove ristagnano i residui di antiche eruzioni non si intuisce l’attuale vita mondana di Santorini. Chi arriva in aereo resta confinato nei centri turistici sulle alture a contemplare dall’alto i panorami azzurri e trascorre in mare tutt’al più il tempo di un’escursione in catamarano, come un giro di giostra. Gettiamo l’ancora in rada davanti alla spiaggia rossa, dove le scogliere hanno davvero le forme e i colori di un racconto fantasy, nell’istante in cui i catamarani dei turisti giornalieri fanno ritorno a casa. Restiamo soli in baia quando il sole scivola dietro il promontorio e le stelle accennano il primo timido tremolio.20180703_195616

Annunci

Un tonno fra le isole di Venere

19 luglio, 2018 § 1 Commento

20180702_101047Nel piccolo porto di Neapolis il traghetto per Kithera parte alle nove del mattino. Auto, camion e motociclette si affrettano a salire nel ventre metallico della nave attraverso tre rampe diverse, adagiate sul molo come ponti levatoi. Quando la massa bianca e fumosa del traghetto lascia l’ormeggio, l’orizzonte si allarga in modo inatteso e libera le sagome sfumate delle isole antistanti. Comincia a soffiare una brezza marina che trasforma il piccolo porto di Neapolis in una spiaggia. Per l’equipaggio del Tiaré è arrivato il momento di levare l’ancora. La rotta verso Rodi richiede di doppiare il “terzo dito” del Peloponneso nel braccio di mare che separa il continente dall’isola di Kithera. Procediamo a motore sotto costa: non c’è ancora alcun sentore del vento di nord ovest che accompagna le rotte orientali nel mar Egeo. Forse il Meltemi arriverà di pomeriggio, oppure non è ancora la stagione giusta per averlo alleato della navigazione in quest’angolo di Grecia. Nel disordine dei venti che si contendono le vele, Capo Maleas incombe spoglio e ricorda il cono vulcanico di Alicudi. L’isola di Kithera, dove nacque la dea Venere, occupa gran parte del quadrante meridionale, mentre Capo Maleas sfila severo alla nostra sinistra. 20180702_122422Un vasto orizzonte marino si allarga a prua: troppo distante l’isola di Creta e troppo lontane le piccole Cicladi perse nella foschia. Questo primo tratto di Egeo richiede una vera traversata in mare aperto, una rotta lunga e monotona col sole alto che luccica a mezzogiorno sul ritmo ondeggiante del mare fino all’orizzonte. Il profilo del Peloponneso diventa sempre più incerto alle nostre spalle, ma continua ad accompagnare la navigazione durante il pomeriggio, allungandosi a nord nelle cime aguzze di montagne sconosciute che fanno immaginare luoghi della Grecia classica, ma in realtà sono soltanto altre propaggini del “terzo dito”. La rotta verso est incute il timore delle cose sconosciute. Immaginavo un Egeo pullulante di isole, invece andiamo incontro ad un mare avaro di terre, almeno in apparenza. La foschia stende un velo misterioso, ma ad un certo punto del pomeriggio par di cogliere la forma gibbosa di una montagna fantasma all’orizzonte. C’è qualcosa che potrebbe essere l’isola di Milos. Sì, eccola, la direzione è quella giusta, ma il vento scarseggia e per arrivare entro mezzanotte sarà necessaria una buona dose di motore. Dopotutto non abbiamo fretta. Ci godiamo la traversata, quasi fosse una crociera, con la lattina di birra in mano e qualche fetta di salame all’ora dell’aperitivo.20180703_095212 Abbiamo gettato l’amo, come è solito fare Gianni nelle lunghe navigazioni come gesto di sfida al mare, consapevole di quanto sia difficile che qualcosa abbocchi. Ieri un pesce è riuscito a strappare l’esca senza farsi catturare. Oggi abbiamo riprovato con un’esca nuova, anche se Giorgio, prima di salutarci nel porto di Neapolis, ha detto che non è la stagione giusta per i pesci grossi. Staremo a vedere. I giri vorticosi del mulinello da pesca agganciato a poppa interrompono all’improvviso il nostro aperitivo. Ha abboccato qualcosa di grosso, chissà se si farà prendere davvero e chissà se sarà buono da mangiare. Che non sia un’altra lampuga, non proprio il massimo da mettere in tavola. Qualunque cosa sia, Gianni non vede l’ora di cimentarsi in un duello con la creatura marina rimasta impigliata nell’amo e si getta a capofitto sul mulinello, cercando di non spezzare il filo. E’ un duello lento e meticoloso, dove occorre allentare fino ad un certo punto e recuperare subito dopo. “Non dire gatto finché non l’hai nel sacco”, tanto più se il pesce è grosso e non ha nessuna voglia di arrendersi. Ma dopo alcuni minuti vediamo affiorare dall’acqua un tonno agganciato all’amo, con gli occhi grandi come padelle. Si dimena con un’energia straordinaria. Non è facile caricarlo in barca, un tonno di settanta centimetri e dieci chili di peso che si agita come un matto. L’astuzia del pescatore -polimechanos antrophos- prevale sulla forza istintiva della creatura marina, dalla forma splendida, che val la pena ammirare per qualche istante prima che finisca in pentola.20180702_194659La perfezione funzionale del corpo, le minuscole pinne disseminate lungo il dorso fanno riflettere sulla plasticità della natura che esprime forme non solo adatte, ma perfette in relazione all’ambiente in cui queste creature vivono. Una perfezione conquistata al prezzo di innumerevoli tentativi, sia chiaro, di un ciclo sterminato di nascite e di morti che fanno impallidire noi esseri umani, illusi d’essere eterni su questa barca verso l’isola di Milos. La pulizia del tonno è di gran lunga più impegnativa della pesca. Dovremmo dire macellazione, viste le dimensioni del pesce. Così mentre scende la sera, il Tiaré si trasforma in tonnara. Non è impresa da poco tagliare con il coltello la pelle liscia e sfuggente, pulire i visceri pesanti che si rivelano pieni di uova. Gianni sfodera un supplemento di grinta e conclude l’impresa senza segni di cedimento. Quando è ormai buio ed i fornelli continuano a sfornare tranci di tonno a ciclo continuo, vien da pensare che il mare si sia vendicato della nostra ingordigia con un eccesso di generosità. Mangeremo tonno per i prossimi tre giorni, ma l’impegno in cucina distoglie l’equipaggio dall’attesa dell’isola di Milos, nera come la pece all’orizzonte. Siamo ancora troppo lontani per cogliere i lampi delle segnalazioni marittime, mentre le stelle in cielo scintillano e quasi fanno ombra. Venere, luminosissima, declina ad occidente come astro della sera. Giove e Saturno accompagnano in corteo i segni zodiacali estivi, col sottofondo della via lattea. Marte sorge verso le undici, rosso e sanguigno come una luce di terraferma dai monti di Milos, che finalmente rivela tracce di umanità in altre luci bianche che ne imperlano i crinali come un presepe. L’arrivo nella profonda insenatura di origine vulcanica richiede attenzione per la presenza di bassi fondali e di scogli affioranti. Ma a mezzanotte la luna rischiara di rosso la baia, appena sorta sulle quinte rocciose di quest’isola che vanta la scoperta della statua più famosa di venere. La baia profondissima si allarga nel cuore dell’isola in un bacino tranqullo, dove è semplice gettare l’ancora, circondati dalle case bianchissime di un abitato che all’una di notte rumoreggia ancora con musica da discoteca. Senza scendere a terra, c’è tempo per un ultimo brindisi.20180703_090442

La Morea vista dal mare

16 luglio, 2018 § Lascia un commento

20180701_085933A Killini l’ormeggio è in banchina, poco distante dall’attracco dei traghetti per l’isola di Zante, un ormeggio veloce “all’inglese” lungo il molo di cemento, quanto basta per consentire a me, che sono arrivato in porto a Patrasso, di saltare sul Tiaré dove i sei uomini di equipaggio scalpitano, pronti a salpare alle cinque del pomeriggio. Gianni mi viene incontro con un saluto vigoroso che sembra farsi beffe del tempo trascorso dall’ultima volta che navigammo insieme dieci anni fa. Scrollandosi di dosso il peso dei suoi settant’anni, il comandante del Tiaré manovra la barca con la destrezza di un ragazzo. Ci attendono le acque del Peloponneso -la Morea degli ultimi Bizantini- almeno una notte ed un giorno di navigazione salvo imprevisti, fino al terzo “dito” della penisola dove dovremmo arrivare domenica sera. Prima di entrare nel mar Egeo è in programma una sosta a Neapolis, dove un membro del nostro equipaggio ha il padre che lo aspetta.20180630_170249Il vento spinge le vele nella direzione giusta fuori dal porto di Killini, nel canale che separa il continente dall’isola di Zante, quinta scenografica controluce al tramonto. Procedendo verso sud la costa del Peloponneso diventa piatta e appare sempre più lunga e monotona mentre la notte avanza. Le luci dei fanali costieri scintillano sotto un cielo stellato dove i pianeti la fanno da padroni. Marte accompagna una luna calante rotondeggiante, qualche grado sotto di essa, in una bella congiunzione astrale che sembra risucchiare la prua nella rotta di sud-est. Navighiamo facendo turni di due ore a coppie, fino a quando il sole è già alto di mattina. La foschia del giorno rende ancor più evanescente la costa del Peloponneso. Il profilo collinare del “dito” più occidentale della penisola sfuma nelle montagne aspre del “dito” centrale, che rilancia la navigazione costiera ad oriente del golfo di Messenia come un’eco, o un miraggio, oltre il mare di Kalamata.

La Grecia del Peloponneso diventa più consona alle aspettative in questa parte centrale, dove le montagne si alzano come monumenti sul mare blu. Dopo aver doppiato capo Matapan spoglio e disabitato, col bianco faro di Tenaro nel punto più meridionale della penisola balcanica, programmiamo una sosta in rada all’ora di pranzo. I fondali della profonda insenatura prossima a capo Matapan sono troppo scoscesi e non consentono l’ancoraggio del Tiaré. Dopo qualche tentativo infruttuoso ci dirigiamo nella baia di Porto Kagio, riparato dai venti nord-occidentali, dove è semplice dar fondo all’ancora a poche centinaia di metri da una piccola spiaggia turistica che invita a tuffarsi. Nei pendii che coronano la baia si alzano villaggi fortificati, con le tipiche torri quadrate di questa terra.20180701_142613Di pomeriggio il vento da nord-ovest accelera la rotta verso oriente attraverso il silenzioso golfo di Laconia. Non ci sono altre barche a vela, solo qualche mercantile all’orizzonte. L’isola di Kithera prolunga l’illusione del continente verso sud, ma non è laggiù la nostra meta. Manteniamo direzione est, navigando ormai a vista verso le case di Neapolis, poche miglia a nord di Capo Maleas, in fondo al “terzo” dito del Peloponneso che perde di poco la sfida con capo Matapan come punto più meridionale del continente europeo. Nel piccolo porto di Neapolis attracchiamo di poppa, poco distanti da un traghetto di linea che incombe sul lato opposto dello stesso molo (è in attesa di partire la mattina successiva alla volta di Kithera con un carico di auto e di camion in bilico sul molo appena sufficiente per le manovre).20180701_205542A Neapolis ci accoglie Giorgio, il padre di Emanuele, medico veronese che ha scelto di trascorrere in quest’angolo di Grecia gli anni della pensione, in compagnia del suo cane Huski. Siamo suoi ospiti a cena in un piccolo ristorante all’aperto sul molo, dove assaggiamo diverse specialità greche, ma non il tipico polpo alla brace, perché rischieremmo di mangiare pesce surgelato, dopo che la pesca indiscriminata degli ultimi decenni l’ha estirpato da queste coste dove un tempo era di casa. Giorgio racconta il suo entusiasmo per queste terre ma non nasconde la delusione per gli effetti del turismo di rapina, senz’anima. Ad agosto rientrerà in Italia, sui monti Lessini, per sottrarsi all’invasione balneare dell’estate greca. Tornerà a Neapolis in settembre.20180701_230917

Mari della Grecia

11 luglio, 2018 § Lascia un commento

20180703_194113Dopo essere rientrato dai giorni di navigazione a vela nel mar Egeo, le vie di campagna che d’abitudine percorro in auto o in bicicletta sembrano più strette e spoglie, mentre l’orizzonte ha un rilievo imponente: i grattacieli della costa, gli edifici lontani e le colline giganteggiano sullo sfondo. E’ vero che le immagini costruite dal cervello sono proiezioni fluide della realtà con cui ci misuriamo. L’importanza assegnata ai diversi piani visuali modula la dimensione relativa delle grandezze percepite. Lo sguardo in barca amplifica l’orizzonte carico di dettagli significativi ed appiattisce nella vibrazione indefinita del mare tutto ciò che sta a metà fra il primo piano e lo sfondo. Così continua a fare anche a terra finché le vecchie abitudini torneranno a prevalere. Sono rientrato in aereo da Rodi qualche giorno fa, impiegando poco più di due ore e mezzo. La visione dall’alto della rotta appena conclusa mi è sembrata il rewind di un nastro magnetico, filastrocca a ritroso della memoria recente in barca a vela.20180629_131253Nel mare smerigliato sono apparse le baie dell’isola di Tilos, la falce vulcanica di Santorini, la profonda insenatura di Samos, poi la costa del Peloponneso confusa sotto le nuvole e di nuovo altre isole nitide: Zante, Cefalonia e Lefkas, fino alla minuscola Paxos, dove i miti antichi facevano nascere Poseidone. Avrei potuto fare in aereo anche il viaggio di andata, fino ad Argostòli sull’isola di Cefalonia, dove e’ cominciata la veleggiata verso Rodi con l’intramontabile Gianni e l’equipaggio del Tiaré, ma ho preferito muovermi per mare e raggiungere Patrasso da Ancona su un traghetto Grimaldi, il Cruise Olimpia grande come una nave da crociera, davvero confortevole su questa rotta nei giorni feriali di giugno, nonostante il ritardo alla partenza e l’aria scorbutica del personale greco di bordo. L’anima ha bisogno di respiro per adeguarsi ai ritmi del mare ed il viaggio in traghetto offre il tempo necessario, senza forzature. Da Patrasso avrei poi raggiunto il porto di Sami sull’isola di Cefalonia di sabato, dopo aver pernottato venerdì sera in un albergo affacciato sul porto delle isole ioniche. Tuttavia un cambio dell’ultim’ora mi ha fatto accorciare il percorso: sabato pomeriggio il Tiaré era già nel porto di Killini e l’ho raggiunto laggiù, sulla costa del Peloponneso, in Pullmann da Patrasso in poco più di un’ora. 20180630_123507Patrasso è considerato un luogo di transito verso i centri turistici della Grecia Classica, porto di mare da cui fuggire prima possibile, per cui è una scoperta accorgersi quanto sia bello il golfo che lo circonda. Mi piace immaginare in cima alle bianche scale della città alta l’impronta dell’acropoli ellenistica rimodellata da romani e bizantini, i cui resti affiorano nei muri diroccati dello stadio, nelle pareti restaurate dell’Odeon e nel castello nel punto più alto. Ruderi antichi e recenti, senza qualità apparente, si confondono sull’altura che cinge la città alta di Patrasso. Basterebbe poco per riportare in superficie l’impianto monumentale antico, almeno in pianta, ma la città offre di sé l’immagine contraddittoria dei luoghi in via di sviluppo: ricchezza e abbandono, macerie e architetture d’avanguardia convivono gomito a gomito. La vivacità dei locali del centro rende questa città godibilissima, ad un costo oltretutto irrisorio a confronto coi prezzi delle altre località turistiche. Nella periferia nord di Patrasso qualche anno fa è stato inaugurato un museo archeologico grandioso, che par d’essere in California.20180629_194152L’allestimento concilia l’esigenza di offrire qualcosa di importante ai turisti di passaggio con la necessità, non meno importante, di riordinare una quantità di marmi, mosaici, vasi antichi che diversamente sarebbero rimasti chiusi in qualche magazzino. Prevalgono le testimonianze d’epoca ellenistica e romana, ma c’è anche un nucleo interessante di reperti micenei. Il progetto è stato cofinanziato dall’Unione Europea, come sempre accade in Grecia. Mi fermo nelle tre grandi sale del museo archeologico di Patrasso fino all’orario di chiusura, tornando poi a piedi in centro, di buon passo, alle otto di sera.20180629_191634

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per luglio, 2018 su ...I've got a project!.