Ancora zucchero?

23 Mag, 2018 § 1 Commento

Il penultimo atto della storia degli zuccherifici italiani ha avuto luogo qualche giorno fa a Civitella di Romagna, dove la riunione annuale dei tecnici dello zucchero si è svolta nella cornice delle celebrazioni della Babbini S.p.A. che ha festeggiato la “millesima pressa”, insieme ai quarant’anni di attività nel settore saccarifero. Le presse sono macchine importanti negli zuccherifici e la Babbini è un fiore all’occhiello dell’imprenditorialità locale, con una posizione leader nel mercato internazionale, per cui sul palco allestito sabato mattina nel cortile dell’azienda c’erano i sindaci del territorio, il presidente della Camera di Commercio e perfino gli onorevoli freschi di elezione. Non si è visto il deputato del PD, troppo impegnato nelle riunioni di partito, ma nella passerella non sono mancati i rappresentanti di Forza Italia, Cinquestelle e Lega, giovani barbuti e aitanti, animati da una foga verbosa vagamente retorica, senza novità. Alla barba nera, quasi dipinta sul viso dei giovani deputati di Lega e Cinquestelle faceva da contrappunto il candore dei capelli bianchi dei vecchi tecnici delle presse e dello zucchero, dall’accento marcatamente romagnolo, che declamavano una vita spesa al servizio del territorio e dell’impresa.

Le presse Babbini sono nate quasi per scommessa negli anni Settanta del Novecento, in risposta ad un’esigenza degli zuccherifici italiani che preferirono affidarsi ad un costruttore locale di macchine, qualcuno che parlasse la loro stessa lingua e fosse meno costoso dei soliti fornitori tedeschi. La Babbini S.p.A perfezionò nel tempo macchine sempre più competitive al punto da diventare leader del settore, non  solo in Italia ma nel mondo. Anche se i produttori italiani di zucchero si sono dileguati a partire dal 2005, il mercato mondiale delle presse per zuccherifici continua ad essere florido, soprattutto nei paesi dell’ex blocco comunista, dove il marchio Babbini è una garanzia di qualità. Nonostante i margini si siano nel frattempo assottigliati a causa della concorrenza agguerrita dei paesi emergenti, il modello di business dei costruttori italiani di presse sembra reggere ed il lavoro dei tecnici nel nostro paese prosegue ancora al servizio di produttori di zucchero stranieri, dopo che i grandi zuccherifici sono quasi del tutto scomparsi dal territorio italiano.

Il prezzo mondiale dello zucchero nel frattempo è sceso e probabilmente è destinato ad andare ancora più giù. Un grammo di zucchero contenuto in una barbabietola italiana è ormai più costoso di un grammo di zucchero bianco nel cucchiaino. A nessuno conviene affrontare costi di produzione che non aggiungono valore commerciale alla materia prima, a meno che la politica non decida di fissare un prezzo minimo dello zucchero, al di sotto del quale non sia consentita la vendita al dettaglio. Il canuto presidente dell’associazione dei tecnici italiani dello zucchero non si fa scrupoli e dal palco dei festeggiamenti della Babbini S.p.A. sabato 19 maggio 2018 lancia una proposta alle giovani barbe nere di Lega e Cinquestelle che non pensavano di doversi far carico di un compito così antiquato, da secondo millennio: fissare un prezzo minimo per lo zucchero nazionale.

La riunione annuale dei tecnici italiani dello zucchero cerca slancio nei grandi festeggiamenti della Babbini S.p.A., ma si conclude con una triste litania di inadempienze politiche e con la tacita accettazione di un declino inesorabile, così simile alla vecchiaia degli esseri umani riuniti in assemblea. Lo zucchero non è più un prodotto ad alto valore aggiunto, probabilmente non è più neanche un prodotto.  Dovremmo considerarlo una materia prima da raffinare per ottenere nuove sostanze come le bio-plastiche, che qualcuno in Italia ha già imparato a produrre, ma al di fuori della secolare tradizione dell’Associazione Nazionale dei Tecnici dello Zucchero e dell’Alcool.

Le promesse di rinnovamento viaggiavano l’anno scorso sulle ali dei mini-zuccherifici di filiera biologica, di cui la Babbini S.p.A. si era fatta promotrice, i quali potevano sollevare le sorti della tecnologia tradizionale, aggiornandola in un mercato attento alla piccole produzioni selezionate e a prezzo adeguato. Sabato 19 maggio 2018 non se ne è più parlato ed è stato un colpo sapere che tutto è fermo, arenato in tribunale, in un contenzioso fra il detentore del brevetto e gli investitori. Una storia tristemente più breve, ma non così diversa dell’altra di cent’anni fa, del brevetto De Vecchis che abbiamo provato a narrare in alcuni articoli sulle pagine della rivista “L’industria Saccarifera Italiana”. Una nemesi per lo zucchero italiano. Una nemesi per l’Italia?

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Non solo mostre: ritorno al Museo

15 Mag, 2018 § 1 Commento

20180513_105451Maggio è mese di eventi: aiuole fiorite, gare sportive, mostre e musei aperti fino a tardi nella Notte dei Musei. Fra tante occasioni di forte richiamo rischia di scivolare in secondo piano la Giornata Nazionale dei Beni Comuni proposta da Italia Nostra e giunta quest’anno alla seconda edizione. A Forlì domenica 13 maggio è stato riaperto il vecchio scalone della biblioteca di Corso della Repubblica per una visita guidata della quadreria Piancastelli e della pinacoteca dove sono ancora esposti i capolavori di Guercino e di Cagnacci, in attesa di ricollocazione nel nuovo complesso del San Domenico divenuto famoso nel frattempo con le grandi mostre, che meglio di un museo tradizionale gratificano orgoglio & vanità del capoluogo di provincia romagnolo. La storia recente dei musei forlivesi (sospesa fra il rinnovamento del San Domenico e la persistenza dell’allestimento novecentesco nella vecchia sede di Corso della Repubblica) interroga sul senso dei musei, sulla loro natura autentica e sul ruolo che hanno nella società contemporanea. Ho avuto occasione di pensarci scrivendo il documento RITORNO AL MUSEO che il direttivo nazionale di Italia Nostra ha condiviso nella Giornata Nazionale dei Beni Comuni…20180513_121856…Un museo ha sempre due storie da raccontare: quella degli oggetti che conserva e l’altra, non meno importante, delle collezioni nel loro insieme. Le vicende delle raccolte sono spesso storie di uomini, di passioni e di civiltà. A volte sono anche storie di distruzione e di strenue resistenze contro l’oblio. Un museo autentico è come il suolo di un habitat ecologico, frutto di un lento fenomeno sedimentario che ha registrato su di sé i giudizi, gli sguardi, le critiche dei curatori da una generazione all’altra per un arco di tempo di decenni, a volte perfino di secoli. La storia dei musei è già un bene comune da preservare e condividere senza sconvolgerne la sedimentazione, ma imparando a leggerla…. Non è semplice traghettare la storia dei musei in questo presente che attribuisce tanta importanza alle mostre temporanee, ma la vitalità di molte istituzioni dimostra che la tradizione può rinnovarsi con un po’ di coraggio. Di certo sbaglia chi cede al ricatto degli eventi e riduce i musei a semplici contenitori, come se il patrimomio fosse un’immensa galleria d’arte contemporanea da rinnovare ad ogni stagione.20180513_105419E’ sempre forte la tentazione di ri-allestire, spostare, aggiornare vetrine e arredi. Talvolta è necessario farlo per ottemperare a nuove norme di sicurezza e di agibilità, ma spesso vengono disfatti allestimenti storici per intercettare il gusto di mode effimere, nella speranza di rincorrere un pubblico che dopo la nuova inaugurazione continua ad ignorare il museo. Non è escluso che qualcuno rimpianga poi l’allestimento precedente al punto da riproporlo a distanza di pochi anni, per ridare alle raccolte un significato più autentico…. Sfogliando gli strati della storia nel luogo stesso in cui essa si è sedimentata recuperiamo la tensione verso il futuro, che la moda degli eventi ha appiattito in un presente senza tempo. Riscopriamo una bellezza che avevamo dimenticato…

Metamorfosi del primo maggio

2 Mag, 2018 § 1 Commento

20180501_123640Di ritorno da Sabbioneta trascorriamo il primo maggio lungo l’argine destro del fiume Po, passando da Brescello e poi attraverso le piccole città delle bassa reggiana, sconfinando di nuovo in Lombardia nell’oltrepo’ mantovano, da Suzzara fino al grande fiume che in quest’angolo di pianura non è un confine di regione. Arriviamo a Brescello alle dieci del mattino e mi aspetto almeno un comizio in piazza, forse altri festeggiamenti come quelli che da bambino vedevo il primo maggio nel mio paese: l’imponente sfilata delle mietitrebbie e dei trattori agricoli, con la musica dell’internazionale socialista sparata a tutto volume dagli altoparlanti in cima ai pali ai margini delle strade. Chiedevo a mio padre perché ripetessero sempre la stessa canzone, e lui rispondeva senza alzare gli occhi: “Non ci badare, è tutta politica”. La sfilata delle mietitrebbie il primo maggio attirava l’attenzione dei ragazzi. Pareva un nuovo carnevale che si esprimeva in una forma più tecnologica e moderna, orientata verso il futuro. Il mio paese non era un kolchoz, eppure qualcosa di sovietico trapelava allora fino alla via Emilia: l’organizzazione delle cooperative, una certa idea di progresso, la speranza in un riscatto sociale sull’onda della propaganda socialista. I nonni sfilavano in piazza col garofano rosso e poi andavano dal parroco a messa.20180503_074453.jpgLe due chiese – quella comunista e l’altra cattolica – convivevano allora nel mio paese come nei film di don Camillo e, chissà perché, arrivando a Brescello il primo maggio 2018 mi illudo di trovar ancora traccia di quel mondo di cinquant’anni fa. Il cielo è grigio ma non piove e nella piazza vedo molti turisti, anche gruppi di viaggi organizzati. Don Camillo e Peppone danno il nome a due grandi bar pieni di gente, che si guardano di sbieco ai lati della piazza. Le statue bronzee dei protagonisti si gettano un’occhiata da lontano, il prete sul sagrato, il sindaco davanti al municipio, coi turisti in fila per la foto, soprattutto accanto a don Camillo. Non c’è segno di comizi del primo maggio, tantomeno una sfilata di mietitrebbie, ma i negozi di souvenir vendono gadget di ogni tipo: portachiavi, calamite e magliette in bianco e nero coi fotogrammi dei film di Guareschi. Le indicazioni stradali invitano a visitare il museo di don Camillo e Peppone, la cui fama a Brescello oscura il pur interessante museo archeologico, dove un gruppo di volontari organizza visite guidate ed anima di tanto in tanto un corteo storico di legionari romani. Se la storia vuole farsi apprezzare deve diventare spettacolo, mentre i film di Guareschi sembrano già un fatto storico. Serve un certo sforzo per convincersi che a Brescello don Camillo e Peppone siano in fondo solo finzione letteraria.Proseguiamo lungo il Po e, dopo aver divagato fra i pescatori dilettanti che sull’argine cucinano carni alla griglia, arriviamo a Gualtieri, dove la grande piazza porticata è una quinta metafisica deserta, con una donna araba che l’attraversa. Sembra quasi d’essere a Houston. E’ ormai tardi e cercherei volentieri una trattoria per un piatto di tortelli emiliani, ma il ristorante sotto i portici dell’Aleotti ha un nome estroso “Le impronte di Luca” e propone le specialità di uno chef genovese. La porta sigillata fa perdere il contatto con la piazza, come dentro un bunker: anche la password del Wi-Fi è difficile da decifrare, per evitare che gli extracomunitari si colleghino stando in piedi davanti all’ingresso, dice il gestore. A Gualtieri non c’è traccia dei festeggiamenti del primo maggio, ma molte bandiere tricolore ricordano il 25 aprile.E’ così anche a Guastalla e a Luzzara, dove alcuni indiani col turbante compaiono nelle strade deserte e contendono il primato della solitudine ad un gruppo vociante di pensionati davanti agli uffici chiusi della CGIL. Un manifesto annuncia una festa a Reggio: forse i giovani sono tutti là ad ascoltare musica in piazza? Solo le gelaterie sembrano autorizzate ad esercitare la propria funzione nel silenzio del pomeriggio padano, con una clientela variopinta. A Suzzara vediamo gli abiti sgargianti di donne africane. Sotto la torre, nella piazza ancor più deserta, vaga in libera uscita un lavoratore asiatico con la bottiglia di birra in mano. L’unica traccia del primo maggio e’ a San Benedetto Po, dove il circolo ARCI “Primo Maggio” festeggia all’aperto con un gruppo musicale. Festa del lavoro o semplice onomastico? Neppure Giovanni Guareschi saprebbe raccontare come è finita questa storia.

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