Il tempo dei libri

18 aprile, 2018 § 1 Commento

E’ riuscita davvero bene la presentazione del libro che Fabio Toscano ha dedicato alla storia dell’elettromagnetismo, ieri in biblioteca a Forlì.  E’ stata un’occasione per tornare a pensare ad argomenti scientifici sui quali avevo costruito un profilo serio negli anni giovanili, che poi si è confuso fra mille altri stimoli e divagazioni dell’età adulta. Leggendo intensamente questo libro negli ultimi dieci giorni mi sono ricordato cose che credevo di aver dimenticato, con lo strano effetto collaterale di fare intensi sogni, nei quali rivedevo e parlavo vivacemente coi vecchi compagni di studio, ogni notte una persona diversa, come se non li avessi mai persi di vista. E’ proprio vero: gli anni della formazione incidono in profondità nel carattere di una persona. Tornare ad occuparsi di ciò che si è fatto all’università ha il potere di riaccende una fiamma, insieme alla sensazione di aver lasciato qualcosa a metà.

La storia dell’elettromagnetismo è una parte rilevante della storia della nostra civiltà ed è interessante  ripercorrerla per vedere come si è evoluto il rapporto fra conoscenza scientifica e senso comune negli ultimi duecento anni. E’ suggestiva l’idea che le prime scoperte dell’elettromagnetismo del 1820 derivino dalla ferma convinzione nell’unità di tutte le forze della natura, tipica del romanticismo nordico. Ma lo sviluppo della conoscenza scientifica richiedeva l’organizzazione di un’efficiente élite culturale, che la Francia post napoleonica poteva garantire meglio di altri nell’Europa continentale di metà Ottocento. Accadde così che, dalla Danimarca di Oersted, il testimone delle ricerche elettromagnetiche passò alla Francia di Ampère e poi all’Inghilterra di Faraday e Maxwell, in una dimensione europea che la dice lunga sull’origine del vantaggio competitivo di questi paesi del vecchio continente.

La forza magnetica intorno al filo elettrico non piaceva agli accademici francesi, perché ricordava troppo da vicino i vortici di Cartesio, superati, anzi schiacciati sul finire del Seicento dall’idea newtoniana dell’interazione a distanza fra due punti. Tuttavia l’idea di Ampère di risolvere in chiave newtoniana l’attrazione fra due conduttori percorsi da corrente non  portò a grandi conclusioni. Per arrivare alla prima potente sintesi dei fenomeni elettromagnetici servivano gli occhi di un uomo nuovo, che non fosse condizionato dal pensiero accademico dominante. Questo nuovo protagonista venne fuori dall’Inghilterra vittoriana: Michael Faraday, di umili origini ma capace di lasciare un segno indelebile, come certi personaggi di Charles Dickens.

Faraday era un grande sperimentatore, ma non conosceva abbastanza matematica per essere in grado di compiere il passo definitivo verso la formalizzazione delle leggi dell’elettromagnetismo, da scrivere in quella lingua fatta di simboli, equazioni, vettori, che i fisici teorici di metà ottocento avevano ormai consolidato e che la scienza ufficiale esigeva come garanzia. Maxwell, l’ultimo protagonista di questa ideale staffetta scientifica, ha il merito di aver compiuto l’ultimo passo, formalizzando  l’elettromagnetismo in equazioni che ancora oggi portano il suo nome. Fu con Maxwell che la fisica teorica cominciò a prevalere su quella sperimentale, fino a diventare nel corso del Novecento così preponderante da rendere difficile, se non impossibile, la verifica sperimentale di equazioni sempre più complesse.

Faraday scrisse una lettera a Maxwell in cui chiedeva se fosse possibile esprimere i concetti scientifici nel linguaggio comune con la stessa profondità delle equazioni matematiche. E’ una lettera forse ingenua, ma di certo toccante, come il racconto delle conferenze londinesi del venerdì sera, un appuntamento dell’alta società d’età vittoriana, quando ci si vestiva eleganti e si pagava un biglietto per assistere ad un’ora di lezione scientifica che terminava improrogabilmente alle dieci e dopo la quale non erano consentite domande. Ognuno tornava a casa e aveva il tempo per meditare quello che aveva ascoltato, in silenzio, a lume di candela. Ora i ragazzi e gli insegnanti delle nostre scuole sono protagonisti di eventi a ciclo continuo e non hanno tempo per meditare un discorso complesso e farsene interpreti in silenzio, non dico a lume di candela, ma nemmeno con la luce di una lampadina. Ieri in biblioteca a Forlì eravamo  poco più di venti, quasi tutti pensionati. Dopo due ore di conversazione, ingegneri ed ex insegnanti hanno applaudito a lungo, senza segni di cedimento. Credo che la cultura sia questa, non altro. Peccato che sia ormai estinta, ora che la vecchia civiltà delle macchine è diventata civiltà dello spettacolo.

 

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La persistenza dei riti

4 aprile, 2018 § Lascia un commento

20180328_193233 (1)Non so se sia corretto chiamar viaggio una manciata di giorni trascorsi di là dall’Appennino nel lungo fine settimana di Pasqua. Di certo l’ispirazione non è la stessa dei grandi viaggi intercontinentali, né quella delle vacanze transalpine. Dei giorni in viaggio durante queste vacanze di Pasqua mi rimarranno comunque impressi i gatti che affollano ancora i vicoli delle città storiche fra Umbria e Toscana, insieme all’idea che questi luoghi non sono poi tanto cambiati dai tempi in cui li immaginavo sfogliando le guide rosse del Touring Club (senza fotografie come le vecchie guide Baedekers di inizio Novecento, ma proprio per questo così cariche di visioni).20180328_193611Il turismo americano di Cortona e di Orvieto preserva la specificità dei luoghi più di quanto fossimo disposti ad immaginare vent’anni fa, quando cominciarono ad arrivare in massa gli Americani. E’ una specificità fatta di odori oltre che di immagini, determinata dalla lenta sedimentazione storica e ambientale, non da qualche evento temporaneo, per cui gli Americani, gli Inglesi ed altri stranieri occidentali “colti” sono disposti a spendere parte delle loro risorse per un soggiorno in queste contrade, facendosene custodi, meglio degli enti italiani preposti alla tutela.20180330_153342La rupe di Orvieto non è più in pericolo come negli anni Settanta del secolo scorso, grazie ai lavori di consolidamento condotti a termine nel 1999, e nessuno profetizza più il crollo della grande cattedrale. Orvieto e Cortona si offrono agli occhi del mondo coi loro ambienti urbani intatti, fatti di case, chiese e conventi abbarbicati sui pendii, non meno delle medine delle città arabe d’africa. Ma le tombe etrusche di Cortona cercano un lancio che non arriva, forse perché è difficile inserire l’archeologia nel menù turistico degli scorci pittoreschi. La cornice del paesaggio non basta ad attrarre il turismo di massa.20180329_100402Le spese per la tutela dei siti archeologici, mascherate dalla logica della valorizzazione, si arenano nell’abbandono. A Cortona, così come ad Orvieto, conviene davvero arrivare qualche giorno prima dell’esplosione turistica pasquale e, verso sera, lasciarsi condurre di chiesa in chiesa lungo il pendio, guidati dagli arredi delle liturgie della settimana santa: sculture di legno, baldacchini, stendardi processionali, segni di una devozione che incredibilmente, almeno qui, persiste nel tempo.20180328_183046

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