Pino Longo, l’ultimo dei Maestri

28 marzo, 2018 § Lascia un commento

L’eco degli anni della Nuova Civiltà delle Macchine giunge ancora di tanto in tanto a Forlì, in manifestazioni sottotono come le presentazioni dei libri in biblioteca, momenti nei quali ritorna per qualche istante il clima straordinario di una stagione ormai conclusa, quella dei seminari filosofici dell’Hotel della Città, che per quasi vent’anni collocarono il capoluogo romagnolo al vertice della cultura italiana, alla fine del Novecento.

Fra i personaggi ispiratori dello spirito della Nuova Civiltà delle Macchine, Pino Longo ha avuto un ruolo di primo piano: universitario anomalo, amante delle contaminazioni culturali, all’inizio della carriera si è distinto per l’acume teorico con cui ha definito i confini delle scienze dell’informazione, per poi scegliere di superarli, lanciandosi in sperimentazioni letterarie che l’hanno reso dapprima prolifico romanziere, quindi drammaturgo. Martedì 27 marzo 2018 Pino Longo è tornato a Forlì, questa volta per presentare i suoi drammi di argomento scientifico raccolti in un nuovo libro: “La scienza va a Teatro”. Accanto al testo di maggior successo (Farm Hall 45), che racconta la storia dei fisici tedeschi sospettati di aver progettato la bomba atomica e per questo prigionieri degli inglesi al termine della seconda guerra mondiale, altri pezzi colpiscono per la particolare forza di suggestione, sospesi fra scienza e fantascienza. Drammi come Il cervello nudo, Un trapianto particolare e Il crepuscolo dei Simbionti affrontano il destino di un’umanità ibridata con le macchine e mettono in scena la grande rete come una forma di intelligenza antagonista dell’Homo Sapiens.

Come nella trama di un racconto distopico, l’anziano professor Longo ha parlato ieri a Forlì nella sala settecentesca della biblioteca polverosa, dal soffitto pericolante, coi libri ammassati proprio lì dove un tempo c’erano i quadri di una pinacoteca cittadina dimenticata chissà dove. Lo spazio lussuoso dei “nuovi” musei forlivesi ignora le memorie della biblioteca ed ospita altrove i riti delle mostre temporanee che dovrebbero salvare l’anima del luogo dall’asfissia, invocando il marketing territoriale. Mentre l’intrattenimento culturale sforna eventi a ciclo continuo con stimoli sempre più clamorosi, vale ancora la pena coltivare la bellezza di una conversazione che accende la curiosità e tiene viva l’intelligenza. La cultura non è un evento ma un modo di porsi, cui ci si educa con i maestri giusti. Non va bene per tutti, perché richiede impegno, dedizione, doti. Ecco perché la buona cultura non può prevalere: perché è difficile, intima, elitaria e -se è autentica- non chiede d’essere sbandierata in pubblico. In un’epoca di dittatura dei consumi come la nostra, dove la visibilità è tutto, la radice della cultura sopravvive malconcia nell’aggettivo culturale: spettacoli di moda, mostre à la page, eventi culturali vari ed eventuali da spendere con gli amici all’ora dell’aperitivo.

Annunci

Stephen Hawking e i teorici del tutto

15 marzo, 2018 § 1 Commento

Il 14 marzo 2018 è morto Stephen Hawking e mi ha sorpreso l’eco mediatica della notizia. Non immaginavo che un astrofisico avesse il successo di una rock star. La fama del personaggio dipende in gran parte dalla condizione estrema di handicap in cui il professor Hawking ha trascorso la maggior parte della vita, senza farsi intimidire, profeta di un futuro nel quale l’umanità ibridata con le macchine si svincolerà dal corpo per proiettarsi nelle profondità del cosmo. Sentendone parlare ancora prima che diventasse una celebrità, mi era parso davvero stravagante che proprio lui avesse sedotto l’infermiera che lo accudiva, immobilizzato com’era sulla sedia a rotelle. Ho letto qualche suo articolo trent’anni fa, ai tempi dell’università, ma guardando gli scaffali della mia biblioteca mi sono accorto di non avere mai comprato né “Dal Big Bang ai Buchi neri” né “Teorie del tutto”, forse perché non mi piacciono i titoli trionfanti, fatti apposta per vendere milioni di copie. Eppure i lettori di Hawking dicono di non aver capito quasi nulla di quello che scrive, perché i suoi libri sono davvero scientifici, farciti di matematica complessa per addetti ai lavori.

La spinta verso l’unificazione delle teorie è un’istinto intellettuale primordiale e Stephen Hawking piace probabilmente perché fa rivivere il mito degli antichi filosofi greci che cercavano l’unità della natura in un principio primo: chi nell’acqua, chi nell’aria, chi nel fuoco. Il principio di tutte le cose fu poi riconosciuto in enti astratti come il numero, le idee, la matematica. La scienza moderna è stata costruita su questo grande sogno di dominio logico matematico della natura, contro il quale la fisica del Novecento si è arenata. Anche Einstein avrebbe voluto collocare l’universo in un insieme di formule autosufficienti, ma l’universo si è rivelato in fin dei conti più bizzarro del previsto e irriducibile all’intelligenza umana. Più cresce l’isola della conoscenza più s’allungano le coste dell’ignoranza, diceva Sir Archibald Wheeler, forse il maggior astrofisico del Novecento. L’intelligenza umana può costruire teorie solo in prossimità della scala spazio-temporale di cui ha esperienza. Allontanandoci verso l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo, oppure viaggiando verso tempi remotissimi, il senso delle teorie si assottiglia. It from bit, diceva Wheeler, per ribadire che la radice della materia è più simile ad un’unità di informazione che ad un oggetto materiale.

Le teorie del tutto di Stephen Hawking sono uno sforzo umano che assomiglia al gesto mitologico di Atlante col mondo sulle spalle. Oggi abbiamo dimenticato l’immagine del gigante e forse – ai tempi di google maps – abbiamo dimenticato anche gli atlanti delle scuole, i libri di grande formato con la copertina rigida e le mappe del globo terrestre. Come le teorie del tutto, gli atlanti hanno la pretesa di racchiudere l’intero globo in un libro. Non tutto, ma una teoria del tutto, cioè una scelta operata dagli editori che sezionano il globo secondo alcuni criteri, come un’opera d’arte. Simili agli atlanti geografici, esistono anche atlanti di immagini, schemi concettuali in forma di atlante.

Il giorno prima che scomparisse Stephen Hawking, William J.T. Mitchell, originale filosofo americano della cultura visiva, ha imbastito un insolito seminario nella sede milanese dallo IULM. Mi sono trovato ad ascoltarlo: prendendo spunto dall’esperienza di Abi Warburg e André Malraux, illustri collezionisti novecenteschi di atlanti di immagini che avrebbero dovuto agevolare la memorizzazione di conoscenze enciclopediche, Mitchell ha fatto un’incursione nelle teorie del tutto, costruzioni del pensiero umano da sottoporre a verifica sperimentale. Gli atlanti di Warburg e Malraux sono collezioni maniacali di geni eclettici, mappe dei rapporti delle culture attraverso la storia. Il Big bang e i buchi neri di Hawking sono in fondo la stessa cosa: mappe mentali di un genio anomalo che utilizza relazioni matematiche per imbrigliare una natura sfuggente, teorie del tutto come atlanti di relazioni, specchiamenti di una realtà ramificata e inarrivabile, proiezioni di sé nel mondo e… del mondo in se stessi. Direi dunque: opera d’arte.

 

Il furto della noia

11 marzo, 2018 § Lascia un commento

Il furto del piccolo quadro trecentesco nella Pinacoteca Nazionale di Bologna in orario d’apertura (notizia del 10.3.18) lascia un po’ attoniti ma in fondo non stupisce. Circa un mese fa anche noi eravamo nella pinacoteca di Bologna, nel silenzio di una domenica invernale inondata dalla luce cristallina del sole. L’allestimento delle collezioni mi era parso assai gradevole: ottima l’esposizione della pittura medievale, forse da migliorare l’illuminazione nella sezione barocca, fiore all’occhiello del museo bolognese, coi quadri dei Carracci, di Guercino e di Guido Reni.

Unica nota triste era il personale di sorveglianza: stanco, distratto, annoiato, come se il lavoro di custodia fosse un macigno insostenibile, quintessenza della noia leopardiana da scrollarsi di dosso guardando altrove, telefonando, parlando col collega più vicino. Nella sala di Giotto, balzata agli onori della cronaca a causa del furto, una porta a vetri messa a protezione dell’ambiente serviva solo a tenere lontano lo sguardo del custode, fermo, seduto fuori dalla porta, con gli occhi fissi sullo schermo di un telefonino che trasmetteva in diretta una partita di calcio ad alto volume, stridente contro l’aulica quiete della galleria.

Ci siamo fatti una risata, ma avremmo dovuto dirgli qualcosa. Non andava bene. Avremmo potuto chiedere a quel custode se il suo atteggiamento fosse un segno di protesta (c’era forse qualcosa di sbagliato nell’organizzazione del museo?) e avremmo dovuto ascoltare le sue ragioni. Per uscire dal solipsismo di un ruolo che trova sponda solo nei sindacati, i custodi dovrebbero imparare a dialogare con i visitatori. Stempererebbero così nella conversazione la noia leopardiana di un mestiere senz’anima. Ma ogni volta che mi azzardo a chiedere informazioni ad un custode, con la sola idea di gratificarlo, ho la sensazione di importunare una categoria protetta: è come costringere un malato di SLA a saltare in alto. L’ultima volta -ero a Lucca nel museo di Palazzo Mansi qualche giorno fa- ho chiesto come mai un’opera d’arte non corrispondesse alla didascalia e la risposta del custode è stata: “Non so rispondere, sono qui solo da un mese”.

Ma lasciandoli liberi di parlare, i custodi delle gallerie nazionali dicono d’essere sotto assedio, perché quando vanno in pensione non vengono più rimpiazzati ed i colleghi devono accollarsi anche il lavoro di chi non c’è più. Succede anche per altri servizi pubblici, ma i custodi dei musei sembrano più risentiti, forse perché non intravvedono altro scopo nel loro lavoro se non il rispetto di una pura formalità. A volte protestano con un atteggiamento ostinatamente distratto, oppure, al contrario, con un muto eccesso di zelo. In certi musei freddi i sorveglianti seguono i visitatori come segugi, si accovacciano nelle sedie a testa bassa e si rialzano per seguire i passi dello sprovveduto turista senza alzare lo sguardo, rifiutando qualunque benevolo cenno di saluto. Sarebbe normale se i custodi accogliessero i rari visitatori dei musei con un gesto di benvenuto: sarebbe il modo migliore per controllare chi entra, senza dare nell’occhio e per sollevare se stessi dall’insostenibile macigno della noia quotidiana.

Se la disattenzione dei custodi fosse un’arma di protesta, una forma di sciopero bianco, i furti delle opere d’arte dovrebbero essere archiviati come un disservizio pubblico, alla stregua dei treni o degli aerei soppressi. Come dire: se il personale non e’ piu’ sufficiente a garantire la sorveglianza, guardate un po’ cosa succede. I giudici accerteranno le colpe di chi a Bologna si e’ fatto beffare nel pieno delle proprie funzioni e vedremo se il garantismo sindacale riuscirà ancora a prevalere sulle responsabilità del singolo custode, annoiato a tempo indeterminato.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per marzo, 2018 su ...I've got a project!.