Il voto bianco della natura

28 febbraio, 2018 § Lascia un commento

L’inattesa incursione d’aria fredda siberiana è riuscita a distogliere l’attenzione dalle contese elettorali come un presagio: gelo sulle urne e schede bianche a valanga. Sono finiti i tempi in cui le elezioni politiche primaverili accompagnavano il sentore della bella stagione in arrivo. Ma avevamo dimenticato anche il volto vero dell’inverno dopo un dicembre ed un gennaio particolarmente tiepidi, che sembravano presi in prestito dal clima tirrenico. A metà febbraio le nebbie hanno riportato gli animi sulle frequenze depressive dell’inverno padano, per ricordare che l’orizzonte brumoso e le passeggiate sulle dune non sono l’unica cornice della stagione fredda. Per finire, da qualche giorno il gelo ha ridestato il buon umore, una fuga dalla quotidianità che incanta e stende un bianco velo, forse pietoso, sui discorsi vani della politica, anche a Roma.

L’improvvisa ondata di gelo alle basse latitudini confonde le idee riguardo gli effetti del global warming, ma dovrebbe essere interpretata come ulteriore segno di anomalia termica. L’aria siberiana scende verso sud perché non può scorrere a nord, dove l’alta pressione atlantica si è incuneata come mai era accaduto negli ultimi decenni. I ghiacci dell’oceano artico si rompono prima della stagione calda e gli abitanti di quelle coste protette fino a ieri dai ghiacci fuggono sommersi dalle onde di un mare tumultuoso che d’inverno non avevano mai visto. Lo scioglimento del pack nello stretto di Bering (fra Alaska e Siberia) quest’anno è avanti di due mesi, mentre agli antipodi l’estate antartica libera dai ghiacci montagne sconosciute. Picchi rocciosi a forma di piramide sono un boccone ghiotto per i produttori di fake news che vorrebbero l’antartide civilizzata dagli antichi egizi. Notizie come questa fanno il giro del mondo in poche ore, ma nessuno riesce a dar peso al problema di fondo del cambiamento climatico: forse perché lo interpretiamo banalmente come un piccolo aumento di temperatura, pensiamo non ci riguardi, in fondo ci stiamo abituando.

E’ meno freddo e crediamo di stare meglio perché risparmiamo un po’ di soldi di riscaldamento. E poi la natura è imprevedibile, sempre capace di trovare nuovi equilibri. Le oscillazioni del clima ci sono sempre state e non si viveva di certo meglio ai tempi della piccola era glaciale, negli “anni senza estate” del diciassettesimo scolo. L’improvviso aumento di temperatura degli ultimi decenni potrebbe essere in fondo solo una piccola perturbazione di cicli millenari. L’analisi scientifica dei dati non sa ancora dirci se questo incremento sarà una curva esponenziale oppure un’onda destinata a rientrare come una sinusoide. Ma sarà sufficiente il tempo di una vita umana per saperlo con certezza. Aspettare di conoscere la forma di questa curva significa comunque non vedere il cuore del problema. Basta una piccola variazione del gradiente termico per innescare nuove correnti, destabilizzare circolazioni consolidate e produrre tempeste distruttive. Il global warming spinge la natura verso eccessi metereologici (non solo aumenti di temperatura) dei quali non vogliamo comunque preoccuparci perché li consideriamo anomali, casi eccezionali da escludere dalla gestione della norma.

Nel mediterraneo (in quest’oasi climatica che fece nascere la civiltà occidentale) saremo  gli ultimi ad accorgercene e continueremo a considerare le tempeste e le improvvise nevicate fatti eccezionali, stati di calamità naturale che giustificano gli indennizzi e la sospensione dei servizi pubblici. E’ una reazione da popolo ricco, una minoranza dell’umanità che vive in spazi artificiali dove ogni cosa  deve essere “a norma”,  avendo dimenticato la connessione con l’aleatorietà della natura. Peccato che questi spazi artificiali siano sempre più fragili di fronte alle anomalie climatiche che tanto anomale non sono più. I poveri dell’Asia e del Pacifico lo hanno già imparato: ai cataclismi bisogna abituarsi, oppure si salvi chi può, mentre i ricchi abitanti del mediterraneo invocano le ordinanze dei sindaci e chiudono le scuole per tutelarsi dai rischi di un giorno di ghiaccio.

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Voto inutile

20 febbraio, 2018 § Lascia un commento

Il dibattito sulle intenzioni di voto fa parte  del rito elettorale delle democrazie mature (forse troppo mature) come la nostra, ma da qualche giorno le proiezioni sono sospese, perché la legge impone il silenzio a cominciare da due settimane prima delle elezioni. Televisioni e siti web che da mesi sfornano dati a ciclo continuo dovranno starsene zitti fino al 4 marzo o tutt’al più rimuginare i dati già visti, medie di medie che dicono un po’ tutto e un po’ niente. Ripensando a ciò che è stato detto, gli elettori potrebbero rimanere a lungo in piedi nella cabina elettorale con in mano la matita copiativa che assomiglia sempre più ad un cerino acceso. Sono finiti i tempi del voto di appartenenza, che avrebbe spinto anche me a fare un segno sul mio segno, senza pensarci troppo, come cantava Giorgio Gaber. Il bipolarismo si è moltiplicato in almeno quattro partiti che continuano a sbraitare in TV vantando, ciascuno per sé, la prospettiva di una vittoria schiacciante sugli altri, come se la soglia del 40% della nuova legge elettorale fosse a portata di mano per tutti. Per di più è fiorito un sottobosco di minuscoli partiti, ignari del fatto che la stessa nuova legge elettorale fissa una soglia di sbarramento al 3%, non proprio facile da raggiungere per gli ultimi arrivati. E’ interessante però scoprire che questi partitini sono i primi ad aver affisso i manifesti nei pannelli della propaganda elettorale, ai bordi delle strade e presso le scuole sede di seggio. Simboli fantasma mai visti primi ed altri come l’edera, il garofano ed il sole-che-ride, presi in prestito dall’ultima stagione del Novecento, chiazzano di colore la superficie metallica degli espositori, vuoti per la maggior parte, perché i big sanno ormai che l’agone politico non è più qui, ma in TV, su facebook e nei clic compulsivi dei social networks triviali ed in rissa perenne.

Ormai da un po’ di tempo la propaganda elettorale in TV e sul web è diventata una televendita, un gioco a chi strilla più forte: “Lui è peggio di me e ve lo dimostro!”. In nessuna campagna elettorale degli ultimi cinquant’anni s’erano però viste tante accuse, denunce, liste di cattivi avversari su cui fare leva per dichiarare la propria virtù. Si sentono spesso anche altri discorsi che dovrebbero far emergere gli effetti in-intenzionali del voto, come se esistessero fenomeni nascosti che capovolgono gli equilibri, per cui un voto a sinistra rinforzerebbe la destra. Ma la credibilità delle solite facce inossidabili che proclamano di voler cambiar l’Italia salta definitivamente quando non vogliono tirare in ballo le alleanze. Credono ancora di realizzare una maggioranza senza alleanze? Qualcuno in seconda fila ha osato parlarne ed è stato subito messo a tacere. La liturgia della propaganda non prevede di discuterne prima delle elezioni, perché il discorso sulle alleanze disturba una campagna elettorale presentata come campagna acquisti, dove tutti devono essere liberi di giocare contro tutti fino all’ultimo minuto. Il bipolarismo delle ambizioni di Matteo Renzi, snaturato nei fatti da un multipartitismo che non si vedeva dai tempi della Democrazia Cristiana, sopravvive come sindrome bipolare ansioso-depressiva di un capopartito che aveva dichiarato di lasciar la politica… se avesse perso il referendum. Berlusconi, indistinguibile dall’imitazione che ne fa Maurizio Crozza, rende evanescenti venticinque anni di storia recente quando promette ancora miracoli e nelle “sue” TV dice d’essere il Mago Silvio.

Ognuno nella cabina elettorale sarà libero di rievocare ancora l’illusione di Giorgio Gaber, che ci rende tutti un po’ più belli nel giorno delle elezioni. Ma per quel che mi riguarda, non ho mai avvertito tanta inutilità in quel segno sul mio segno, che comunque posso ancora identificare nella foresta di simboli di una scheda elettorale complicata,  fatta apposta per dissuadere dall’andare a votare. In una democrazia rappresentativa come quella italiana si dovrebbe poter scegliere fra diversi modelli di classe dirigente, cui delegare il governo del paese per cinque anni. Non spetta al voto democratico la formazione della classe dirigente, ma ad altri meccanismi, non del tutto democratici, ma non per questo meno giusti, che però si sono inceppati. Cos’è diventata la classe dirigente? Votare per forza il più ricco, il più forte, il più arrogante che si è messo a capo di una lista bloccata, non è più un segno sul mio segno, caro Gaber.

Votate pure chi vi pare, oppure non votate affatto. Dopo il 4 marzo ci sarà comunque una grande coalizione di vincitori disposti a spartirsi il potere, in barba alle distinzioni di principio che ingombrano oggi i talk show. E tutte le chiacchiere pre elettorali saranno dimenticate. Parole al vento, come questo post.

Zuccherifici, un’altra storia possibile

10 febbraio, 2018 § Lascia un commento

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E’ curioso parlare di zuccherifici agricoli proprio adesso che si consuma l’ultimo atto della produzione di zucchero in Italia. Il bilancio della scorsa stagione mette in discussione il futuro di quel poco che rimane del glorioso settore saccarifero, due stabilimenti in Emilia ed uno in Veneto. Mentre una storia si conclude, un’altra prende forse avvio, nel nome di piccoli impianti che dovrebbero produrre zucchero biologico in modo completamente nuovo. Nelle riviste tecniche si parla di zuccherifici agricoli di nuova concezione, di piccolissima taglia, ma la sostenibilità del nuovo sistema di produzione è ancora una scommessa. Il nome “zuccherifici agricoli” dato a questi impianti sperimentali riecheggia per un’involontaria coincidenza quello di un’avventura produttiva di novant’anni fa, nella quale ho avuto occasione di imbattermi quasi per caso e che è stata pubblicata in quattro articoli negli ultimi numeri del 2017 della rivista dei tecnici italiani dello zucchero, che tenacemente proseguono una gloriosa tradizione (–> I.S.I. 3-4 2017 e –> I.S.I. 5-6 2017).

Dopo aver affrontato la storia dell’Eridania di Forlì, nel mese di marzo 2017 mi sono lasciato coinvolgere da Alessandro Lazzari in questa ricerca sugli zuccherifici agricoli che fino al secondo dopoguerra generarono l’illusione di poter produrre zucchero in modo semplice, senza grandi fabbriche e senza investimenti costosi. Ogni traccia di questi impianti era stata poi cancellata dalla geografia italiana, per effetto di una damnatio memoriae perpetrata dalla concorrenza della grande industria vittoriosa, tanto che nessuno ne sapeva più nulla, neppure i professori del corso di specializzazione in tecnologie dello zucchero di Ferrara. L’apparente genialità di Davide, almeno in questo caso, era stata schiacciata dalla forza massiccia del gigante Golia.

A guidare i primi passi della nostra ricerca è stata una vecchia cartolina in bianco e nero spedita in Francia a metà degli anni Venti da un paese del Polesine -Loreo- con impressa l’immagine di un piccolissimo impianto definito “sucrerie agricole”, assai diverso dalle normali fabbriche di zucchero. Un nome stampato su questa cartolina aveva qualcosa da raccontare riguardo al personaggio principale della vicenda, l’ingegner Ineo de Vecchis, singolare figura di inventore vissuto fra Roma, Parigi ed il Polesine, dove negli anni Venti del Novecento fu protagonista di un’autentica epopea, destando col suo brevetto un interesse internazionale e solleticando gli appetiti di investitori spregiudicati.

Quando abbiamo cominciato le ricerche mancavano gli elementi per capire come fosse finita la storia, comunque durevole, del brevetto de Vecchis, che aveva avuto una certa continuità durante gli anni centrali del Novecento, prima negli impianti di Loreo e di Sanguinetto, poi a Fossalta di Portogruaro, dove la mente visionaria di Gaetano Marzotto ne aveva garantito l’applicazione per oltre un decennio, in una logica che sembrava eretica agli occhi del capitalismo dei grandi monopolisti industriali. Spulciando nella ricca collezione di Alessandro Lazzari, acquistata in gran parte su ebay, abbiamo composto un quadro soddisfacente per definire la complessa parabola del brevetto De Vecchis, con luci e ombre, dove non è sempre facile dire da che parte stesse la ragione.

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La grande industria si è fatta forza con i contributi pubblici, monopolizzando di fatto la produzione di zucchero durante la seconda metà del Novecento, fino al triste epilogo del 2005, quando un intero comparto industriale è stato immolato sull’altare del nuovo accordo comunitario che liquidava a peso d’oro i quattro quinti dell’industria saccarifera Italiana. Quello che è successo poi è cronaca di oggi: il gigante Golia che Davide non era riuscito a vincere soccombe sotto il peso della propria inerzia (o sotto quello della cattiva politica), mentre piccoli zuccherifici chiamati nuovamente “agricoli” per prendere le distanze dalla grande industria riemergono dall’oblio e sperano in una rivincita, che speriamo non sia tardiva. L’innovazione è sempre stata un’impresa ardua nell’industria italiana dello zucchero e ricostruirne oggi la storia non è impresa da meno, infatti…

…chi volesse ripercorrere criticamente la storia del metodo De Vecchis, col quale si sarebbe dovuto produrre sugo greggio di diffusione già concentrato a 50 brix, senza i tradizionali impianti di depurazione e di evaporazione, deve affrontare due ordini di problemi. Il primo riguarda la scarsità di documenti: gli archivi aziendali sono stati dispersi a seguito della chiusura degli impianti produttivi e non sono più a disposizione dei ricercatori. A questa mancanza non può ovviare la memoria degli anziani, perché il tempo che ci separa dagli anni cruciali di questa vicenda è già troppo lungo per poter fare affidamento sui ricordi di chi l’ha vissuto. Il secondo ordine di difficoltà riguarda l’interpretazione dei dossier e dei fascicoli diffusi a sostegno del metodo De Vecchis, prima e dopo la seconda guerra mondiale, dove il discorso assume un taglio propagandistico – a favore delle cooperative agricole da un lato, a sostegno dei grandi gruppi industriali dall’altro – e non si sofferma a discutere le controindicazioni del brevetto, che a lungo andare ne determinarono l’oblio. Informazioni preziose sul metodo De Vecchis sono comunque rintracciabili sulla rivista L’industria saccarifera italiana, a cominciare dagli esordi degli anni Venti del Novecento a Loreo e a Sanguinetto, seguiti dalla filiazione del metodo Oxford e da un intenso dibattito internazionale, che ho già avuto occasione di illustrare. (De Vecchis a Loreo: storia di un’innovazione mancata, in I.S.I. n.3-4, 2017. Da Ineo De Vecchis a Gaetano Marzotto: l’effimara stagione degli zuccherifici agrari, in in I.S.I. n.5-6, 2017).

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