A piedi d’inverno

25 gennaio, 2018 § Lascia un commento

20180125_151927Oggi si ricorda San Paolo, l’apostolo delle genti, confinato dal calendario liturgico nel freddo del 25 gennaio, un giorno speciale, quasi magico per la meterologia contadina, perché dalle condizioni del tempo di questa giornata si sarebbero dovute trarre indicazioni per l’andamento climatico dell’intero anno. Un anno di sole -verrebbe da pensare al termine di quest’oggi- anzi un anno di bel tempo stabile, con qualche nuvola alla fine dell’estate ed una ripresa del caldo nei mesi autunnali. Ad ogni ora del giorno di San Paolo corrisponderebbe un mese dell’anno (così si diceva) con una presunzione che non ha niente da invidiare agli attuali siti web, supplenti di San Paolo nel dispensare previsioni per i mesi a venire in cambio di un po’ di pubblicità.

Se caldo deve essere, l’inverno è meglio dell’estate per stare all’aria aperta. E se le temperature di gennaio non consentono di pedalare a lungo in bici, in alternativa ci sono le passeggiate a piedi negli scampoli di campagna che esistono ancora e sembrano enormi, se si riesce ad intercettare il loro spazio, lontano dalle vie di traffico, nei momenti incerti del pomeriggio che virano subito al crepuscolo. In questa stagione la natura sembra più intatta e nel sonno della campagna pare di carpirne i sogni. Echi di una vita che forse c’era, non saprei dire quando: cinquant’anni, forse cent’anni fa, rimasta impigliata nei rami degli alberi spogli, nei rampicanti sempreverdi che li abbracciano come fantasmi, nelle foschie leggere da cui l’orizzonte emerge a tratti, ora lontano, ora vicino. L’argine del torrente in pianura ridisegna lo spazio intorno. Percorrendolo a piedi le distanze si accorciano, le ore si dilatano e non sembra stravagante arrivare da un paese al successivo, un passo dopo l’altro nell’erba, fuori dalle vie di traffico, noncuranti del tempo che passa mentre il crepuscolo avanza e le stelle cominciano a brillare: le luci delle grandi costellazioni illuminano le sere di gennaio, Sirio, Orione, il Toro e l’Auriga…DSC05481Pinarella spiaggiaOppure percorrendo la via diretta in spiaggia si arriva a contemplare il mare, una presenza solenne, familiare, amica, che non spaventa neppure se al crepuscolo ha un colore livido e se la risacca gli dà un ritmo lugubre. I fari della costa luccicano verso Rimini e verso Ravenna. La duna artificiale offre riparo dalle mareggiate. Una recinzione posticcia di legno e di lamiera mette al sicuro le attrezzature estive degli stabilimenti balneari, lunga e parallela al mare, come una fragile muraglia cinese sotto il respiro del vento e delle onde. E’ stravagante che proprio qui, su questa muraglia di fortuna, una porta di legno abbia scritto su una faccia “entrata”, su quella opposta “uscita”, dove il “dentro” cui consente l’accesso non è altro che la vastità metafisica del mare. Aprendo questa porta, i sogni dell’inverno potrebbero diventare una foto di Luigi Ghirri.DSC05462 Pinarella spiaggia

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L’Europa vista da Budapest

11 gennaio, 2018 § Lascia un commento

20180104_100147Il fiume di Budapest non ha niente a che vedere con il Tevere di Roma, né con la Senna che attraversa Parigi. Il Danubio a Budapest è così largo da far sembrare le sue rive sponde di uno stretto, tenute insieme nello stesso orizzonte dal ricamo monumentale degli edifici-simbolo della città: Il palazzo Reale sulla collina, il Parlamento sulla riva opposta e il Ponte delle Catene che collega Buda e Pest, opera di un ingegnere inglese che verso la metà dell’800 realizzò un progetto destinato poi ad aver fortuna in America, ingigantito un paio di decenni dopo nelle forme neogotiche del ponte di Brooklyn. Anche l’isola di Budapest è diversa dall’isola tiberina e dall’Ile de la Cité, non solo per le dimensioni.20180103_092314 L’isola Margherita di Budapest non è un luogo centrale, ma un grande parco urbano in posizione appartata rispetto ai monumenti del centro storico, a nord del quale il Danubio indugia e si biforca in un accenno di delta, prima di ricomporsi nel grande corso d’acqua che scorre sotto il Ponte delle Catene. I Romani del primo secolo dopo Cristo si fermarono sulla sponda destra del Danubio per fondare il castrum di Aquincum proprio qui dove il fiume divaga fra le isole, probabilmente perché in questo punto era più facile trovare riparo e organizzare le incursioni contro i barbari dell’altra sponda, dove l’impero, però, non riuscì mai a vantare diritti. Il limes danubiano in questa regione chiamata Pannonia rimase per secoli un confine definitivo: di qua l’ordine della civiltà latina, di là l’energia minacciosa dei barbari.

Il fiume che lambisce le due metà di Budapest ha diviso la geografia antica dell’Europa e lo ha fatto ancora una volta durante la seconda guerra mondiale, quando il 13 gennaio 1945 il comando tedesco assediato nel castello di Buda fece saltare in aria i cinque ponti sul Danubio, nell’estremo tentativo di ritardare la resa alle truppe sovietiche. Il Castello sulla collina di Buda ebbe un destino simile a quello di Montecassino: ridotto ad un rudere, venne rifatto fedelmente dopo la guerra per cancellare le ferite dell’avanzata anti-nazista, che in Ungheria aveva i colori della bandiera sovietica. 20180103_204703Oggi stupisce l’interno del castello di Buda (dove è ospitata la Galleria Nazionale) per la bella architettura razionalista degli anni del dopoguerra, che non concede nulla al fasto di una ricostruzione in stile. Dopo il 1945 la storia ungherese è stata riscritta dal regime comunista e nel 1990, dopo la caduta dei comunisti, l’Ungheria si è impegnata a riscrivere di nuovo la propria storia. Le statue del regime sono state trasportate in un parco a pagamento fuori città ed altri monumenti del rinnovato arredo urbano disegnano una diversa storia nazionale da raccontare ai turisti del duemila.

Riscrivere la storia è un’abitudine ungherese, almeno da quando nel 1896 fu innalzata la quinta monumentale della piazza degli eroi -Hosok Tere-, per celebrare i primi mille anni di vita nazionale. Le  statue bronzee degli eroi e dei cavalieri esprimono un classicismo energico, niente affatto di maniera. Gli artisti ungheresi di fine ottocento esibiscono una grande abilità anche nei quadri ora raccolti nella galleria del Castello di Buda, dove va in scena un verismo espressionista senza pari negli anni fin de siecle, quando il mercato dell’arte era già stato travolto dell’ondata impressionista. Nell’ultima riscrittura della storia ungherese, firmata da Viktor Orban, la galleria dovrebbe sloggiare dal Castello di Buda per fare spazio ad un palazzo di rappresentanza del potere. 20180101_175019Ma è un progetto controverso e non si sa bene quando (e se) verrà realizzato. Orban potrebbe essersi accorto nel frattempo che i turisti celebrano meglio di chiunque altro l’identità patriottica, quando si mettono in fila per vedere le immagini di una tradizione artistica nazionale. Per quanto se ne dica, ad essere chiusa attualmente a Budapest non è la Galleria Nazionale, ma il museo di Belle Arti, con quadri come la madonna Esterhazy di Raffaello in tournee nelle mostre di mezzo mondo ormai da tre anni. La collezione Esterhazy era un pezzo importante dell’identità ungherese nelle celebrazioni del primo millenario, collocata nel museo di Belle Arti che si affaccia su Hosok Tere, accanto ai mitici re della storia d’Ungheria.

Un popolo di santi, verrebbe da dire leggendo questa storia: Santo Stefano, San Mattia, Santa Elisabetta, tutti interpreti del messaggio cristiano per legittimare una forma di supremazia nel territorio balcanico conteso ad altri che, durante il medioevo, cristiani non erano. Nell’emiciclo destro della piazza, tre imponenti figure vestite alla turca danno un rilevo esagerato alla parentesi ottomana, che governò Budapest per centocinquant’anni fino al 1680. Queste sculture furono sistemate dopo la seconda guerra mondiale in sostituzione di tre principi asburgici presenti nell’allestimento originale, per accentuare la vocazione orientale della storia ungherese durante il periodo comunista.20180103_192950Prima con gli Ottomani, poi con gli Asburgo ed anche con i Sovietici, gli Ungheresi hanno imparato a riconoscono se stessi per contrasto con un potere che li sovrasta. La dinastia dei loro re si è estinta prima della fine del medioevo e da allora la nazione ungherese è stata soprattutto un fatto culturale, mediato da una lingua anomala, non indoeuropea, che ha plasmato l’identità di questo popolo come un fiume carsico attraverso i secoli. L’identità nazionale ungherese, come altre identità europee, è un’invenzione ottocentesca che si manifesta soprattutto nella produzione artistica, musicale e letteraria, con un’attenzione quasi maniacale per l’etnografia. Ma a differenza di altre nazioni europee, l’identità nazionale ungherese ha tratto vigore dal rapporto ambiguo con un potere centrale che, da lontano, ha sempre dispensato risorse e servizi. Non stupiamoci dunque se il partito nazionalista oggi al governo in Ungheria cerca di replicare la stessa relazione anche con l’Europa di Bruxelles, di cui non può fare a meno, ma che in fondo non vuole. La tendenza a contaminarsi con altre genti non si legge nel DNA della cultura tradizionale ungherese. Sarà colpa della lingua?

(1-5 gennaio 2018)

Arrivare in Ungheria il primo giorno dell’anno

9 gennaio, 2018 § Lascia un commento

20180101_114046 (1)La mattina di capodanno l’orologio indica già le nove e mettersi in viaggio a quell’ora, sull’autostrada deserta, è come infrangere una regola. L’orizzonte limpido anche se grigio invita a scommettere sulla meta che richiede mezza giornata di viaggio verso est. Il paesaggio sloveno si distende e  prima del confine ungherese perde gli ultimi connotati alpini. L’Ungheria è riconoscibile per le forme ondulate delle colline che si alzano appena, ma in modo uniforme, sulle pianure dove le acque ristagnano. La campagna disseminata di boscaglie fa venir voglia di tornar qui nella bella stagione, per perdersi fra i campi dove i villaggi spuntano di tanto in tanto (ma non così spesso) con i tetti di legno, forse di paglia. L’antico popolo migratore degli Ungari deve aver messo radici nel pezzo d’Europa più simile alla sua terra d’origine ai piedi degli Urali.20180101_113002 (1)Vicino al lago Balaton il panorama si allarga e diventa scenografico, disteso sotto una quinta di montagne spigolose, di roccia basaltica. Le città più pittoresche si susseguono sull’altra sponda ai piedi dei monti, ma noi percorriamo l’autostrada che corre veloce sul versante di pianura e lascia intuire in lontananza ampie spiagge erbose. Fermiamo l’automobile a Fonyod, località balneare con un piccolo porto ed un molo proteso nel lago, dove la mattina di capodanno i colori dell’acqua si confondono con quelli del cielo. Parcheggiamo vicino alla stazione ferroviaria, dov’è una spiaggia turistica chiusa d’inverno, con le anatre che vanno e vengono a coppie, tuffando il becco in silenzio nelle acque calmissime. L’unico segno di vita umana è un treno rosso fermo al capolinea: ha i motori accesi, ma non ha fretta di partire.

Su questo treno potremmo arrivare a Budapest giusto in tempo per la sera, rincorrendo con lo sguardo le sbarre dei passaggi a livello, le piccole case che sembrano villette, ma sono poco più che capanne nel verde, in fila lungo la ferrovia. Un capostazione col cappello rosso e la lunga barba bianca attende l’attimo della partenza. Sembra uscito dalla pubblicità dei trenini elettrici di tanti anni fa, quando in Italia si producevano ancora trenini elettrici. Il tempo sospeso del mattino di capodanno scoperchia sensazioni dimenticate in questo luogo mai visto prima, dove è facile vedere i contorni di una favola. Nel bar della stazione una coppia di gestori anziani attende la clientela che non vuole arrivare. Appesi alle pareti ci sono gli oggetti di un piccolo museo ferroviario, immagini e cose disseminate con cura sui tavolini, per accarezzare l’idea di un mondo superato dalle contingenze storiche, che tuttavia non è giusto perdere. Che sia ungherese la via di un progresso alternativo, rispettoso dei salotti di ieri? Un luogo dove le abitudini familiari convergono sotto la luce fioca dei lampadari, con la musica ovattata di un pianoforte posseduto dalle rapsodie di Franz Liszt?

O è solo un inganno giocato allo stupore dei turisti in arrivo, illusi di trovar l’eco di un passato no-global, che è in fondo l’eco della loro giovinezza? Qui accanto bastano 120 fiorini (quaranta centesimi di euro) per azionare la porta automatica di un bagno pulitissimo, da paese nordico. Le automobili in autostrada aumentano avvicinandosi a Budapest, mentre l’orologio corre ormai veloce verso il pomeriggio. Con il Balaton alle spalle, il paesaggio diventa di nuovo pianeggiante, ma meno tipico, simile a quello di altre pianure centroeuropee. Il traffico non si congestiona neppure nelle tangenziali di Budapest, che hanno un numero di corsie da fare invidia alle highways americane. Le automobili sono per la maggior parte utilitarie di colore tenue, verdi e marroni come il paesaggio. Raramente sfrecciano SUV di grossa cilindrata che superano il limite di velocità. Sul versante di Buda, a destra del Danubio, la viabilità accompagna senza strappi chi guida verso il ponte Margherita, prima del quale troviamo parcheggio in un angolo residenziale della città, vicino all’hotel Regnum, sotto il sole pallido del pomeriggio del primo gennaio. Sui marciapiedi non ci sono tracce dei festeggiamenti della notte e il palazzo del parlamento, sull’altra sponda del Danubio, risplende come un pizzo ricamato a cavallo fra oriente e occidente.20180101_163422Un raro accenno alla tradizione ottomana cattura subito lo sguardo nelle cupole delle terme Kiraly, dalle quali sbuffa il vapore dei bagni turchi, rimasti così com’erano nel  1570, almeno nell’involucro esterno. 20180104_144619I camerieri del Ristorante d’angolo in via Kacsa offrono sottovoce i migliori piatti della cucina ungherese nei tavoli di una sala da pranzo col pianoforte, l’orologio a pendolo e qualche addobbo natalizio. Sull’altro lato della strada incombe la mole massiccia del tribunale militare, che fu carcere giudiziario negli anni della guerra fredda, con ancora il filo spinato intorno ad alcune finestre. I ricordi della rivoluzione ungherese del 1956 giacciono (senza sepoltura) a pochi passi da qui, nella piazza intitolata a Imre Nagy .20180101_144056

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