Memoria come chiave di lettura

30 dicembre, 2017 § Lascia un commento

Per chi ha ancora voglia di seguire “…I’ve got a Project!”, durante il 2017 ho scritto quarantacinque post suddivisi come sempre fra  DIARI,  IMPRESSIONI d’attualità, considerazioni relative a VIAGGI e LUOGHI d’interesse culturale, commenti a LIBRI. La parola memoria è ormai la chiave di lettura di questo accumulo di conoscenze condivise in forma di blog.

In primo piano nel 2017 ci sono l’archeologia industriale e la memoria del lavoro, coi due post relativi alla conferenza del 22 febbraio (Lo zuccherificio che c’era a Forlì e Eridania, memoria e architettura). Ci sono poi altri commenti, come l’intervista a Dino, chimico della distilleria Orbat e la visita ai resti della SFIR  con Alessandro Lazzari. Gli eventi bolognesi della biennale di Fotoindustria in autunno mi hanno fanno osservare le trasformazioni contemporanee dell’archeologia industriale. La memoria ha molte chiavi di lettura. Una di queste è la neurobiologia del tempo, titolo del libro del neurochirurgo Arnaldo Benini che abbiamo presentato in biblioteca a Forli con l’autore il 6 aprile. Altra memoria cui fare riferimento e quella degli anziani, che acquista un rilievo speciale quando aiuta a superare le disabilità acquisite, come nella storia di zia Oriana che il 9 gennaio ha presentato l’autobiografia scritta con gli occhi.

Luoghi della memoria per eccellenza sono i musei, ai quali durante il 2017 ho dedicato alcune riflessioni un po’ impegnative, a cominciare dal convegno di Brera del 19 gennaio, sul museo dell’innocenza di Oran Pamuk, fino al pamphlet contro le mostre di Montanari e Trione, che ho commentato alla fine di dicembre. Altre considerazioni su mostre e musei sono a margine del viaggio a Salisburgo (Un palcoscenico seppellirà i musei e Non c’è più sale ad Hallein). I viaggi sono sempre una parte importante di questo blog. I territori della ex Yugolavia sono stati al centro degli interessi estivi, prima in barca da Ravenna alle isole della Dalmazia, poi in automobile nelle valli slovene

Viaggi a parte, durante il 2017 sono state davvero tante le escursioni nel raggio di due-tre ore da casa (a Roma, Parma,Venezia, Lucignano e Trequanda) di cui ormai tengo traccia soprattutto nell’agenda, il blog degli appunti scritto al plurale, per condividere le esperienze e prolungarne il più possibile il gusto.

 

 

Annunci

Contro le mostre, ma non proprio tutte

22 dicembre, 2017 § 1 Commento

Ho appena finito di leggere il libro scritto a quattro mani da Tomaso Montanari e Vincenzo Trione e pubblicato nel 2017 da Einaudi: Contro le mostre, un titolo provocatorio che dovrebbe destare un certo dibattito, almeno fra i cultori dell’arte e fra gli organizzatori delle mostre. A parte la bella recensione uscita sulle colonne del domenicale del Sole24ore, firmata da Salvatore Settis, gli unici commenti che ho orecchiato nelle conversazioni possono essere riassunti col semplice motto: da quale pulpito viene la predica? Come se Trione e Montanari, invischiati in feroci lotte per la visibilità mediatica, non fossero credibili nei panni dei moralizzatori. Insomma: la loro petizione contro le mostre sarebbe solo un atteggiamento di comodo, per cavalcare l’onda crescente di una controtendenza che cerca l’esperienza del contesto, come lo slow food e la street art.

Vorrei per un attimo fingere di non conoscere gli autori di “Contro le mostre” e concentrarmi sul loro messaggio, che non posso non condividere. L’ubriacatura dei grandi eventi è oggettivamente un male, che sottrae risorse, attenzione, energie, alla cura quotidiana del patrimonio. Il pubblico viene sistematicamente distratto dai luoghi e dal contesto dove le opere d’arte si caricano di significato, per essere incanalato nei tunnel (senza finestre) delle mostre allestite per biechi fini commerciali, senza ricerca, con l’alibi fumoso di una divulgazione che assomiglia sempre più a vano intrattenimento. Le mostre d’arte dovrebbero essere di meno, ne basterebbe un decimo di quelle attualmente allestite dall’industria del turismo per movimentare i curiosi dell’arte. Di contro, le collezioni permanenti dovrebbero ricollocarsi al centro dell’interesse, come luoghi dove andare e tornare, da coltivare e da vivere. Questa sarebbe cultura.

Ora i maligni potrebbero dire che il messaggio di Trione e Montanari è in fondo semplice: le mostre sbagliate non sono mai le loro, bensì quelle degli altri. Non è facile fissare una linea di demarcazione per decidere quali mostre meritano di essere fatte e quali no. Ognuno di noi può tuttavia stabilire un criterio personale col quale decidere cosa andare a vedere e cosa lasciar perdere: un criterio flessibile, che eviti gli eccessi. Personalmente evito le mostre dove occorre mettersi in fila in biglietteria per più di tre minuti, perché detesto l’affollamento. Evito le mostre dove compaiono i nomi di Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, Van Gogh, perché – con tutto quello che c’è da scoprire – non voglio accanirmi contro i soliti noti. Evito le mostre che esibisicono un solo quadro famosissimo, perché mi piacciono le relazioni a più voci e non mi interessa il culto delle reliquie. A tutte le mostre che superano questi tre criteri di selezione chiedo ancora qualcos’altro, prima di convincermi che vale la pena vederle. Chiedo almeno l’originalità di una scoperta ed opportuni accostamenti, suggeriti dai percorsi della critica e non dalle reti di amicizia  dei curatori.

In accordo con questo mio punto di vista, ci sono due mostre interessanti di pittura antica per chi avesse voglia di viaggiare durante le feste di fine anno 2017. A Ferrara nella sede di Palazzo dei Diamanti c’è Carlo Bononi, l’ultimo sognatore dell’officina ferrarese, mentre a Firenze, nella sede di palazzo Strozzi fino al 21 gennaio, c’è Il Cinquecento a Firenze a cura di Carlo Falciani e Antonio Natali, che rilanciano un progetto cominciato nel 2010 col Bronzino e proseguito nel 2014 con Rosso e Pontormo. Ogni mostra è stretta in una rete di rapporti che consentono soltanto il prestito di certe opere e non di altre, le quali avrebbero forse reso piu’ profondo il progetto. La mostra ideale non esiste, ma in alcuni casi come questi le mostre possono destare una consapevolezza, aprire nuove prospettive tenendo vivo un laboratorio di cultura.20171220_123841

Foglie verdi in autunno non fanno notizia

7 dicembre, 2017 § Lascia un commento

20171202_120404Non tutte le foglie quest’anno sembrano intenzionate a cadere. I rami alla radice dei pioppi sono ancora verdi, anche se le temperature si sono abbassate rientrando ormai nelle medie stagionali. E’ un effetto dell’autunno particolarmente mite se le piante, come noi, sono entrate nel mese di dicembre con l’illusione che l’inverno non sarebbe arrivato. Continuerò a tener d’occhio le foglie verdi, chissà, forse le gemme in primavera dovranno farsi largo fra i relitti dell’anno vecchio. Ma le foglie di dicembre non destano interesse, come non sembra fare notizia il dato della siccità di questo autunno, che aggrava quello di un’estate record per l’assenza di piogge. Il clima non sta cambiando, è già cambiato, ma il peso mediatico di un fatto così rilevante, che condiziona gli stili di vita e pone un’ipoteca sull’approvvigionamento idrico del futuro, si confonde nel mare di notizie apparentemente leggere che galleggiano nel web, dissolvendosi in poche ore…

LEONARDO… Un quadro di Leonardo da Vinci è stato battuto all’asta per quattrocentocinquanta  milioni di dollari. Raffigura il Salvator Mundi, ma ai tempi delle crociate non si sarebbe sborsata una cifra così alta neppure per una reliquia del Cristo in persona. Il Salvator Mundi di Leonardo è ora nelle mani di un principe saudita, che ha intenzione di esporlo nel nuovo avveniristico museo di Abu Dabhi chiamato Louvre, come se Louvre volesse dire “grande museo”. La città del deserto si candida ad essere una Parigi del futuro, quando la progressiva desertificazione avrà accorciato le distanze fra l’Europa e il resto del mondo.

PIZZA… Da oggi anche la pizza napoletana è patrimonio UNESCO dell’umanità. Se me l’avessero detto vent’anni fa, avrei pensato ad uno scherzo.  La pizza napoletana gode ottima salute dappertutto e non ha di certo bisogno delle attenzioni dell’UNESCO. Forse è l’UNESCO che non gode più della salute che dovrebbe contraddistinguere un organo sovranazionale di tutela. E’ diventato un marchio come tanti altri, pubblicità che accende i riflettori su chi ottiene il riconoscimento… per qualche giorno.

SCALA… Se il cibo è così trainante, non mi stupisco se l’André Chenier di Riccardo Chailly, che stasera apre la stagione operistica alla Scala di Milano, è affiancato al nome del cuoco Filippo La Mantia che cura la cena di gala dopo lo spettacolo. Non ci saranno proteste politiche, ma semplice invidia degli esclusi, in un mondo che sta diventando stranamente semplice, proprio quando dovrebbe sembrare più complicato.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per dicembre, 2017 su ...I've got a project!.