Venezia, anima e consumo

26 novembre, 2017 § 1 Commento

DSCN3387Il 21 novembre di ogni anno, ormai da quattro secoli, Venezia festeggia la Madonna della Salute. E’ una solennità dell’intera città, ma oggi assume i tratti di una festa rionale nell’estremo lembo del Sestiere di Dorsoduro, sotto le cupole della chiesa disegnata dal Longhena che sembra quasi una moschea, messa lì sulla punta della Dogana per difendere la Serenissima dai nemici di ogni sorta, in un’epoca in cui Venezia aveva già imboccato la via del declino. Immergersi in questa festa è un modo per ritrovare l’anima di Venezia, accorgersi della sua persistenza nonostante gli eventi turistici che l’assillano sempre, anche in bassa stagione. L’edizione 2017 della biennale d’arte è ormai agli sgoccioli, ma ha lasciato tracce evidenti in città. Due mani giganti sbucano fuori dall’acqua sul Canal Grande, poco prima di Rialto, per reggere la quinta scenografica di Ca’ Sagredo.20171122_144618Si chiama Support questa installazione di Lorenzo Quinn che amplia l’orizzonte estetico di Venezia con un grande effetto scenico. Di certo fa sorridere e anche un po’ pensare. Non è tutta da buttare l’arte contemporanea, ma non è facile distinguere quel che vale dal rumore di fondo di una comunicazione ormai ossessiva, così simile alla pubblicità. In mano ai mercanti dell’arte global, Venezia sembra salvarsi dalla malinconia cui l’aveva relegata il pessimismo italiano del Novecento. In piazza san Marco è ormai l’ora del tramonto e non vedo ancora i segni della festa che ci ha fatto venire fin qui. I soliti venditori asiatici cercano clienti per i loro gadget colorati che brillano in aria e sembrano intonati allo sfondo luccicante dei mosaici della Basilica. Qualche turista approfitta degli ultimi istanti di luce per scattare una foto della piazza, la stessa già caricata milioni di volte sui cloud dei social networks.20171121_170022 Ho il sospetto che la festa della Salute sia ormai ridotta a ben poco nel silenzio di questo crepuscolo feriale, frequentato come sempre dai turisti global che sembrano oscurare ogni residuo di vita locale. Mi lascio guidare da una falce di luna che declina sull’ala occidentale delle Procuratìe. Da qualche parte sul Canal Grande dovrebbe esserci il ponte provvisorio galleggiante che viene eretto ogni anno in questa circostanza per collegare il Sestiere di San Marco e la punta della Dogana. Non so esattamente dove andare: un ponte richiede una via per arrivarci e il mio compito è azzeccare quella giusta, perpendicolare al canale, chissà dove. La chiesa di San Moisé ha le porte spalancate e i segni di una liturgia festiva appena conclusa. L’odore di cera calda mi incoraggia a proseguire. Sul selciato si rincorrono due bambini coi palloncini in mano, dalle forme popolari, attuali, come quelle di una fiera qualunque. La festa c’è ancora, nascosta in qualche calle, anche se i turisti asiatici non se ne curano.

Ecco il ponte di barche! Mi lascio distrarre da un venditore di candele che ha la faccia stanca da vecchio italiano sotto la luce artificiale di una bancarella improvvisata in piazza Zobenigo. Come per incanto lo spirito della tradizione rianima il Sestiere di Dorsoduro, di là dal Canal Grande. Non ha ancora subito il destino di Little Italy, stretto nell’abbraccio mortale di China Town. Sul ponte provvisorio vedo un’umanità diversa da quella che vaga nelle calli e nei campi di Venezia. Le smanie si acquietano ed i piedi sembrano più solidi quando toccano il selciato dell’altra sponda. Chi parla non ha più l’accento d’oltremare e neppure quello di altre regioni. Le voci qui si inseguono con le cantilene del dialetto veneto: venditori ambulanti, frittelle e frutti caramellati, come sempre. Le radici di Venezia persistono con una forza che non eravamo pronti ad immaginare quarant’anni fa, quando si profetizzava la morte di questa città sotto la spinta della modernità. La città lagunare si è probabilmente rivelata meno svantaggiata di quanto pensassimo. Le inefficienze del presunto progresso di altri centri italiani, soffocati dal traffico e dai cantieri infiniti, hanno accorciato le distanze con Venezia, che per sopravvivere non ha bisogno di un piano per i trasporti su gomma, né di isole pedonali… I segni della biennale d’arte ritornano nella mostra di Jan Fabre a San Gregorio, sospesa nel vuoto di un mondo sofisticato e beffardo, lontano anni luce dalla folla festosa che guida i nostri passi al buio sulla calle stretta verso la Basilica. digL’itinerario da compiere per raggiungere  l’icona taumaturgica della Madonna ha il sapore di una danza primitiva in un labirinto, prima intorno alla chiesa, poi dentro, in fila verso l’altare, grande macchina scenica barocca con le statue che si agitano, gli incensi liturgici, le messe e le benedizioni che si susseguono a ciclo continuo. Dietro l’icona, il labirinto dei fedeli prosegue ordinatamente fino a terminare nel salone della sacrestia, che per un giorno non si dà come museo, ma torna ad essere quello che era, centro di scambi e di commerci religiosi. Senza il consumo turistico abituale, anche i colori di Tiziano e di Tintoretto ritrovano la loro anima.20171121_172633 (1)

 

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Foto Industria, ricchezza e povertà

17 novembre, 2017 § Lascia un commento

20171104_165700 (1)A Bologna si è ormai conclusa la terza biennale di Foto Industria, con mostre splendide disseminate nei luoghi simbolo della città emiliana, musei, centri culturali, fondazioni bancarie. E’ un piacere perdersi fra le tredici mostre fotografiche del centro storico, con la stessa devozione con la quale i fedeli  facevano una volta il giro delle sette chiese la sera del venerdì santo. Il senso di questa impresa si coglie fino in fondo solo quando si è al cospetto dell’architettura contemporanea di via Speranza, come un’apparizione ultraterrena calata dal cielo. La bella architettura del MAST, firmata un decennio fa dai giovani architetti italiani dello studio Labics, a me ricorda un po’ quella del MAXXI di Zaha Hadid. Anche se più lineare, è ugualmente proiettata verso lo spazio circostante, con una fiducia rara nel panorama italiano di oggi. Fa ancora più impressione scoprirla nel dedalo della vecchia periferia impiegatizia che si dirama dalla via Emilia Ponente, come una creatura aliena del mid west americano, dove lo spazio circostante sarebbe stato più consono all’architettura aperta e non, come qui, vincolato ad un lotto urbano, fra condomini, villette degli anni Cinquanta e strade strette. Lo straniamento del visitatore aumenta all’ingresso dell’edificio dove con grande munificenza si elargiscono eventi, mostre, tavole rotonde e buffet gratuiti, col solo obbligo preliminare di iscrizione. Il personale di sorveglianza è ineccepibile, attento, numeroso, quasi poliziesco. Gli addetti di sesso maschile indossano vestiti a giacca interi ed hanno il compito di tenere d’occhio eventuali comportamenti anomali, da reprimere all’occorrenza, con sollecitudine ma senza creare tumulto, mentre le donne, tutte giovani hostess di buona famiglia, elargiscono sorrisi e mantengono le distanze con voci morbide da TV svizzera di un paio di decenni fa.20171104_165641 (1)La gratuità dell’offerta  richiede una certa dose di sorveglianza, che non deve prevaricare l’ospite, ma non deve mai perderlo d’occhio. La filantropia di una famiglia di grandi industriali si manifesta in questo modo, nella Bologna del XXI secolo, con le immagini del lavoro che c’era, con quelle del lavoro che cambia e con la prospettiva di un lavoro da re-inventare. Per farlo, può essere giusto partire dalle immagini della tradizione fotografica del Novecento. Immersi come siamo nel consumo quotidiano di migliaia di immagini usa è getta, è educativo fermarsi ad ammirare le belle composizioni in bianco e nero degli autori del Novecento, immagini spesso neglette, di luoghi non belli, paesaggi industriali sublimi, capaci si suscitare intense emozioni, da cui partire per riflettere sulla condizione contemporanea. Che fare? Mostre, indubbiamente, le mostre dei grandi nomi della fotografia e gli eventi che li commentano in tono colloquiale sono già una risposta alla fatidica domanda “Che fare?” per i filantropi che riempiono così l’agenda e legano a sé un pubblico di appassionati clientes.

Sollecitati dagli eventi, la memoria documentaristica passa in secondo piano rispetto al presente dell’esecuzione artistica, che parla ormai anche qui il linguaggio ambiguo dell’arte contemporanea. Per amore dell’equidistanza, è comprensibile che gli organizzatori di Foto Industria spartiscano le cure equamente fra i grandi fotografi che hanno documentato l’industria e gli artisti che l’hanno ricreata, giocando in modo irriverente con la realtà. Sarebbe forse compito di una Biennale d’arte dare spazio ai sorprendenti giochi di realtà di Joan Fontcuberta o di altri fotografi che fanno capolino in questa terza edizione della kermesse bolognese. Da foto Industria vorrei una maggiore attenzione verso l’anonimato delle innumerevoli immagini, spesso bellissime, che fanno la storia dell’industria, senza autore. Vorrei l’umiltà di un lavoro di documentazione certosino, perché esiste anche un’etica della memoria (non solo un’estetica) che purtroppo è appannaggio dei poveri, dei nostalgici che riconoscono i propri avi nelle foto scolorite di un album smarrito su ebay, non dei ricchi che accendono e spengono riflettori sui grandi nomi della fotografia, per costruire intorno a sé consenso sociale. Anche se lo fanno con grande misura, magnificenza e stile… resta un gioco dell’effimero, talmente vellutato da non indurre contestazioni da parte di chi  il lavoro ce l’aveva, e non l’ha più.20171116_154551

Trent’anni dopo il primo giorno di università

9 novembre, 2017 § Lascia un commento

Ho rivisto dopo vent’anni, o forse più, i colleghi dell’università, per festeggiare il trentennale dell’inizio del corso di laurea in Fisica, che cominciammo tutti insieme a Bologna il 5 novembre 1987, finendolo poi ognuno a modo proprio, nei tempi concessi dal destino. Ritrovarsi così, intorno a un tavolo dopo tanto tempo, è stato un esperimento di sociologia più che di fisica. Alcuni (in realtà pochi) hanno declinato l’invito, forse per non esporsi a troppe domande, altri hanno accettato, cercando di ricordare quello che erano e mettendosi nei panni di chi sarebbero dovuti diventare se avessero interpretato coerentemente la missione che ci eravamo dati (o inflitti) scegliendo il corso di laurea in Fisica. L’immagine di sé proveniente dal passato non collima con quella del presente. E’ difficile mettere a fuoco la percezione di sé in questo sdoppiamento che ubriaca più della birra, a fiumi sul tavolo come ai vecchi tempi. Ognuno ritorna alle abitudini di trent’anni fa: potendo guardare dentro i cervelli -sia quelli in fuga, sia quelli rimasti in Italia- vedremmo probabilmente ripristinati i circuiti mentali di trent’anni fa. All’improvviso anche a me sembra di ricordare le serie di Taylor e le armoniche sferiche

Chi era introverso sta perlopiù a sedere, mentre gli estroversi vanno in giro a socializzare, come se vita morte e miracoli dei loro vecchi amici (improvvisamente incanutiti) fossero ben poco a confronto con le esperienze formidabili degli anni giovanili. In fondo è un gioco col quale ci prendiamo reciprocamente le misure, oppure è una recita, che funziona meglio di notte con la complicità di un locale alla moda.

Preferisco non fare tardi… “Non fare tardi” è un motto della mia indole di trent’anni fa, quando lo studio imponeva orari ferrei per non saltare gli appelli d’esame. Non fare tardi, adesso, perché il cervello di allora, riattivato all’improvviso nei suoi circuiti più arditi, potrebbe trasformarsi di nuovo in zucca, come la carrozza di Cenerentola, allo scoccare della mezzanotte.

 

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