La regressione europeista dei Catalani

28 ottobre, 2017 § Lascia un commento

E’ difficile pensare all’indipendenza catalana come ad una cosa seria, abituati come siamo in Italia ai proclami, alle esternazioni, alle finte risse che si risolvono in farsa. Ma il governo della regione catalana sembra fare sul serio, e ancor più serio sembra il governo centrale di Madrid, quando sospende l’articolo della costituzione che legittima l’autonomia catalana e scioglie il parlamento regionale, indicendo nuove elezioni. Gli antagonisti Rajoy e Puidgemont hanno innescato un  conflitto frontale, che non pare destinato a stemperarsi a tarallucci e vino, nelle pieghe di qualche ambiguità. Un parlamento eletto democraticamente accusato di “atti criminali” non si vedeva da parecchio tempo entro i confini dell’Europa occidentale. Le istituzioni di Bruxelles, sempre abili ad elargire linee guida e buone pratiche di disseminazione, non sanno intercettare quello che avviene in Spagna. I conflitti veri sfuggono al governo centrale di un’ Europa di carta, proiettata in un futuro che è sbiadito prima di giungere a maturazione.

Vedremo presto come si risolverà la faccenda spagnola, con quali conflitti e con quali risoluzioni nazionali o internazionali il governo di Madrid potrà convivere con quello catalano. Ora mi sorprende la foga con cui il vincolo degli stati nazione viene ribadito in un’Europa che ambisce a diventare “unita”, come  se gli stati-nazione fossero una conquista irreversibile della modernità, eternamente valida, unici soggetti in grado di comporre l’unità del continente europeo. Presto o tardi cambieranno anche gli stati nazione dell’Europa occidentale, per spinte autonomiste o per travaso di genti, per effetto della massiccia immigrazione. E’ solo questione di tempo.  Fra cent’anni o poco più, chi vivrà in Italia ricorderà Garibaldi, Mazzini, Cavour, come nomi astratti di un passato lontano, senza agganci con il presente. L’inerzia dei legami nazionali sarà dettata dalle lingue, cui corrispondono già ben precisi bacini commerciali da salvaguardare per chi detiene le leve dell’economia.

In una fase considerata di crisi per l’integrazione europea, la ribellione catalana potrebbe essere interpretata come un punto a vantaggio del governo centrale di Bruxelles, perché, dal basso, fa esattamente quello che Bruxelles non riesce (o non vuole) fare dall’alto: smontare gli stati nazionali per ricomporli in una nuova unità. E’ un dato di fatto: si respira più Europa nelle nazioni più piccole e nelle regioni con una spiccata autonomia. Dove al contrario i vincoli nazionali sono più oppressivi, si avverte tutto il peso dei vecchi apparati ipertrofici a sostegno dei poteri consolidati, che non spingono di certo l’acceleratore sull’integrazione europea.

Per anni si è parlato di “Regioni d’Europa” come tasselli della vera unità europea. Sarebbe ora di uscire dalla retorica e trasformare queste regioni in autentici attori della politica. Restano da decidere le dimensioni ideali di questi territori: dieci milioni di abitanti? O più piccoli? Con le abitudini campanilistiche dei guelfi e dei ghibellini, dure a morire, ogni borgata italiana potrebbe candidarsi all’indipendenza. Forse allora conviene andare avanti così, almeno qui: continuare a galleggiare nel brodo delle ambiguità nazionali, finché dura.

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Aggiornamenti non richiesti

15 ottobre, 2017 § 1 Commento

Mi tormentano i messaggi di aggiornamento dei software sul telefono e sul computer. Dicono che dovrei installare sempre qualcosa di nuovo, per migliorar la performance ed essere up-to-date. Ma quando accendo il computer ho già altro in mente e nel breve tempo a disposizione non posso soddisfare i capricci della macchina che proprio in quel momento vorrebbe che io rispondessi alle sue esigenze artificiali. Mi capita anche a scuola  quando accendo il PC alle otto del mattino e devo seguire i suoi percorsi labirintici per compilare il registro elettronico (tenendo al tempo stesso desta l’attenzione dei ragazzi che interpretano la mia cura del PC come un disinteresse nei loro riguardi). Non aggiorno nulla, faccio appello al tasto “rinvia” e lascio stare le cose come sono. Nonostante il diniego, il computer continua a funzionare come prima, forse con meno smalto: una inefficenza trascurabile tuttavia rispetto all’inefficienza sistemica di ciò che ho intorno. Convivo coi banner di aggiornamento come se fossero una malattia cronica, di cui non posso disfarmi, ma che non può farmi male. Prima o poi l’obsolescenza programmata dell’hardware mi farà comprare un telefono nuovo (oppure un PC), prima che il vecchio software esali l’ultimo respiro. L’informatica è in continua trasformazione, una trasformazione non richiesta, provvisoria e da aggiornare costantemente. Dobbiamo perder tempo a rifare qualcosa che funziona (dunque già soddisfacente) per renderlo compatibile coi nuovi standard che nel frattempo gli fioriscono attorno. Se vuoi che tutto rimanga come prima, bisogna che tutto cambi, diceva il Gattopardo. Oggi il Gattopardo è diventato tecnologico e telematico. L’aggiornamento è d’obbligo: non è solo una sottrazione di tempo e di energia, è una velata forma di schiavitù. Se lasci le cose come stanno, in breve ti ritrovi emarginato e puoi scomparire. Scomparire potrebbe essere una fortuna, ma se diventi invisibile non giochi più.

L’approccio suggerito dalle novità tecnologiche sta plasmando il modo di affrontare la vita in molti settori. Penso a quello che succede agli investimenti finanziari, dove il confine fra denaro e bit diventa sempre più ambiguo. Non basta diversificare gli investimenti in fondi di fondi, mettersi nelle mani di gestori blasonati di Londra e di New York, ma bisogna modificare spesso il portafoglio, comprare e vendere seguendo le indicazioni dei software e dei consulenti che ad ogni stagione devono convincerti che il mercato è instabile, il rischio è il tuo, mentre i costi proporzionali al capitale investito sono l’unica certezza (la loro), una spesa ben fatta, se permette di conservare il capitale. Gli interessi sono un lusso del passato, inutile pretenderli oggi.

Compriamoci dunque tutto quel che serve per vivere, ma non facciamoci prendere dall’ansia dell’aggiornamento continuo del software per i pochi risparmi che abbiamo da parte. Per conservare il capitale che mi compete, può bastare un salvadanaio a forma di maialino.

Angeli nonni?

5 ottobre, 2017 § Lascia un commento

All’inizio di ottobre si sente nell’aria un silenzio denso di presenze, quando le brume autunnali fanno scendere un velo sull’euforia dell’estate. Non è un caso se le feste degli angeli segnano il calendario di questa stagione, san Michele il 29 settembre e gli angeli custodi il 2 ottobre…

Il 2 ottobre di quest’anno è passato da qualche giorno con il richiamo di una nuova festa che stenta a decollare, ma che in futuro farà parlar di sé. Dopo la festa del papà e quella della mamma è arrivata la festa dei nonni, voluta da una stravagante legge della repubblica italiana del 31 luglio 2005, canto del cigno del terzo governo Berlusconi. Una legge ispirata forse dall’idea di far girare l’economia coi regali ai nonni, caduta probabilmente nella stagione sbagliata, quando il bilancio familiare è in già in bolletta a causa delle spese scolastiche.

La data degli angeli custodi deve essere piaciuta alla corte berlusconiana dei primi anni 2000, quando non avevamo ancora assaporato le ristrettezze della crisi, né la cura pensionistica Monti-Fornero. Era un velato invito ai nonni di oggi,  liberi e ricchi, di farsi un po’ angeli, ma soprattutto custodi di ciò che il Welfare non riesce più a garantire. A me fa una certa impressione mettere i nonni al posto degli angeli. E’ come scoprire in una culla un vecchio travestito da poppante. Gli angeli custodi sono creature piccole, con le ali ed il volto delicato, come quello che tenevo appeso sul letto da bambino, per il quale c’era sempre la preghiera della sera, angelo di dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi, governa me…. Non mi piace che per esigenze di bilancio gli angeli siano diventati nonni all’improvviso, con tutti i problemi di salute dell’età che avanza.

A scuola il 2 ottobre avremmo dovuto inventarci qualcosa per festeggiare i nonni, ma abbiamo fatto finta di nulla, per limitare lo stress dei grandi eventi. Dopotutto “Far la Festa” può voler dire molte cose, e credo che i nonni meritino soprattutto di essere lasciati in pace. Ma al di fuori della logica festiva, consumistica ed effimera, i nonni a scuola sono già una importante risorsa feriale. Vedo ogni giorno l’impegno dei pensionati volontari fuori dai cancelli, coi ragazzi all’ingresso ed all’uscita da scuola. Mi fermo a salutarli, scambiamo qualche battuta. Dovremmo farli entrare a scuola -penso- mescolarli agli alunni: sarebbero ottimi collaboratori. Quel che manca nella scuola media è il rapporto fra le generazioni, altro che angeli custodi.

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