La vicina lontananza della Slovenia

30 agosto, 2017 § Lascia un commento

20170827_215759C’è traffico in autostrada dalla Slovenia a Trieste, un traffico pesante di camion e turisti in viaggio da est verso ovest, pronti a tuffarsi nei turbolenti commerci della penisola italiana. Ma basta uscire dall’autostrada per accorgersi che la viabilità ordinaria in Slovenia ha un tono differente: verde, boscoso, rarefatto. Poche auto percorrono le strade intorno al confine di Sezana, dove la Venezia Giulia si assottiglia in una striscia costiera che contiene a malapena lo sviluppo urbano di Trieste. Sembra d’essere già in Italia nei pendii morbidi che scivolano verso l’estremo golfo settentrionale dell’Adriatico, anche a causa dei campanili con il profilo tipico friulano modellato sulle forme di Aquileia, non più aguzzi come quelli Sloveni. Ma il confine arriva solo alla periferia di Trieste, quando la brezza marina del golfo impregna già l’aria. E’ un confine urbano artificioso, come altri che furono alzati fra l’est e l’ovest al termine della seconda guerra mondiale, per risolvere in una linea netta le sfumature del paesaggio e dei popoli. La segnaletica slovena concede poco al bilinguismo e indica la via di Trieste col coacervo di consonanti “Trst” fin quasi in Italia. Dopotutto il ragazzo che ci accompagna in visita alle grotte parla di Trieste come di una città Slovena, divenuta italiana solo per una contingenza storica. L’ultimo censimento austriaco del 1910 registrava a Trieste il 25% di popolazione Slovena, ma adesso dicono che gli Sloveni fossero di più, più degli Italiani, più degli Austriaci. Di certo gli Italiani rappresentavano allora la maggioranza della popolazione sulla costa istriana, a Pola, a Zara, ma non a Trieste. Prima della grande guerra, la guida Baedecker assegnava un nome italiano alle città dalmate, ma in cima all’Adriatico scriveva Triest, non Trieste, per indicare il porto dell’Europa centrale: troppo cosmopolita per essere racchiuso entro i confini dell’Italia.20170830_181600La pensavano così anche gli Americani quando nel giugno del 1945 pretesero che Trieste fosse libera, dopo che il Maresciallo Tito aveva issato la sua bandiera il primo maggio nel centro della città. Quell’area fra l’Italia e la Yugoslavia sarebbe potuta diventare una città-stato, qualcosa di simile a Singapore, ma la guerra fredda in Europa esigeva confini netti dove stendere il filo spinato senza ambiguità. Ecco allora che nel 1955 la Zona A fu assegnata all’Italia, fedele al Patto Atlantico, con Trieste capoluogo di un territorio ridotto all’osso, incuneato fra il golfo e le colline del Carso, mentre la Zona B con capoluogo Koper fece il suo ingresso nella Yugoslavia del Maresciallo Tito. Il problema dei confini in questo punto nevralgico dell’Europa si ripercuote ancora oggi, non tanto fra gli Italiani che hanno altro per la testa, ma fra due stati eredi della ex confederazione Yugoslava. Sloveni e Croati sono in tribunale ormai da anni per risolvere la questione della baia di Pirano, dove perfino google maps non sa a chi dare ragione e sdoppia la linea del confine, che era stato fissato per garantire un minimo sbocco al mare alla Slovenia. Un arbitrato internazionale quest’anno ha dato ragione agli Sloveni, ma i Croati non intendono accettarlo. Forse per questo (o per quale altro motivo?) non si vedono automobili croate nelle strade della Slovenia né sulle splendide montagne del Triglav/Tricorno… Fra gli Sloveni non si notano altre etnie: pochi ex yugoslavi, pochissimi asiatici, nessun nero. 20170830_181444Dopo decenni di sottomissione, la fiera indipendenza di questo stato, grande quanto una regione italiana, ha avuto l’effetto di assimilare (o allontanare) in modo del tutto naturale gli elementi estranei. I nuovi immigrati extra europei qui si sentono fuori posto e preferiscono andare a confondersi fra le pieghe di nazioni più complesse, come l’Italia, la Francia, La Germania. La Slovenia fa sentire estranei gli immigrati, ma non i turisti che arrivano dall’Ungheria, dai paesi di lingua tedesca e… dall’Italia, stupefatti per la vicina lontananza di questa regione d’Europa, che è a due passi dalla frenesia del Veneto, eppure è quieta e verde come un paese nordico. Le strade si perdono in paesaggi mutevoli, fra boschi e campi coltivati nelle valli della Sava e della Drava, che allontanano l’orizzonte dall’Adriatico verso il cuore dei Balcani dove scorre il Danubio. Nelle campagne si vedono all’opera famiglie intere, giovani biondi di bell’aspetto, semplicemente indaffarati, che non ostentano né fatica né noia, anche di domenica. I giovani prevalgono nei negozi e nei servizi per il turismo, che non deludono quasi mai, ma hanno costi allineati con quelli europei, con biglietti abbastanza esosi da pagare per ogni ingresso. Più economici sono i ristoranti e gli alberghi: a parità di servizi, un 20% in meno di quello che si spende in Italia.

Non si vive solo di turismo e di agricoltura. Speriamo che questa Slovenia si salvi dalla crisi che dopo il 2008 ha cominciato a mordere anche qui, ridimensionando l’euforia iniziale che accompagnò l’ingresso in Europa e nell’Euro. Gli italiani sono fortunati se con poca spesa possono oltrepassare questo sano confine, dove fare un bagno di normalità, assaporando uno sviluppo diverso da quello contraddittorio e convulso cui siamo abituati. Non stupitevi poi se, tornando a casa, il traffico in Italia vi sembrerà insopportabile e la gente nei bar incredibilmente vecchia.20170830_181808.jpg

 

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Dalmazia 1942

18 agosto, 2017 § Lascia un commento

20170712_053942Le isole lunghe e strette della Croazia settentrionale terminano davanti a Sebenico, dove il continente si spinge in Adriatico con un promontorio arrotondato che protegge Spalato dalla Bora. A sud del promontorio cominciano le grandi isole, che hanno un orientamento est-ovest, non parallelo ma divergente dalla costa e vantano centri abitati ben più popolosi delle borgate di pescatori che abbiamo incontrato di tanto in tanto nelle isole strette fra l’Istria e Zara. Nel mare fra Spalato e Dubrovnik ci sono città antiche riconvertite al turismo di massa, dove è ancora evidente l’impronta monumentale della Repubblica di Venezia.20170713_072119Dopo Zirje, estrema isola dell’arcipelago settentrionale, il capitano volge la prua con decisione verso l’isola di Hvar, appena percepibile nella turbolenza estiva del cielo azzurro all’orizzonte. Un po’ più ad ovest in mare si alza la montagna dell’isola di Vis, che a differenza di Hvar riusciamo a pronunciare senza incertezze. Hvar è un suono croato che respinge la lingua degli italiani, ma il capitano la chiama “Kvar” senza inciampare nell’ambiguità dell’iniziale muta. Dice di esserci venuto a Natale qualche anno fa in traghetto da Spalato. “Kvar” è rinomata per il clima mite anche d’inverno, tanto che un tempo era soprannominata “Madera dell’Adriatico”.20170713_115711Cerco Hvar nella mia guida Touring del 1982 e non la trovo. L’isola che le corrisponde nella piccola carta geografica introduttiva ha un nome italiano facile da pronunciare, Lesina, mentre l’isola di Vis si chiama Lissa… Lissa, proprio l’isola della battaglia che studiavamo a scuola fra Garibaldi e Cavour: 1866, terza guerra d’Indipendenza! Il neonato Regno d’Italia pretendeva di allargare i confini anche qui in mezzo al mare, con la stessa legittimità con cui rivendicava il Veneto e il Trentino. La sconfitta di Lissa fu la prima avvisaglia di un destino che a metà Novecento avrebbe allontanato definitivamente gli Italiani dalla costa orientale dell’Adriatico, nonostante le ambizioni dei nazionalisti che vagheggiavano un “Adriatico golfo d’Italia”.20170713_121620Chiedo al capitano se possiamo fermarci a Lesina, dove in lontananza si vede un bel centro storico affacciato sul porto, palazzetti gotici veneziani, un piccolo arsenale e campanili di forma aguzza. Ma il capitano risponde di no, a Hvar non c’è un molo adatto per chi arriva senza preavviso ed il traffico delle imbarcazioni impedisce di ormeggiare in rada. Andiamo allora a Lissa? Vis è fuori rotta, risponde il capitano e prosegue: “Se vogliamo andare a Korcula, è meglio mantenere la rotta nel canale di Hvar”.  Korcula…? l’avrei chiamata Curzola – l’isola dov’è nato Marco Polo – ma ho capito che i nomi italiani delle isole croate disorientano non solo il nostro capitano ma anche gli altri membri dell’equipaggio. Meglio attenersi alla lingua corrente, che è sempre quella dei vincitori. Se anziché una crociera in Croazia l’agenzia avesse scritto Dalmazia, non avrebbe riscosso lo stesso successo. Va bene, dunque andiamo a Korcula, bellissima, con le mura che incoronano il borgo antico sul promontorio. Di Marco Polo non c’è traccia visibile, ma il cognome si è tramandato fino ai giorni nostri e una torretta del millequattrocento basta ad inscenare la “Casa di Marco Polo” a pagamento per i turisti di tutto il mondo. Ancor più bella è l’isola di Mljet, con una vegetazione straordinaria nel parco intorno al lago Veliko. L’isola di Mljet è indicata come Meleda nella vecchia guida, ma preferisco non dirlo a nessuno.20170714_091605Nella guida del Touring club del 1982 i nomi italiani delle isole dalmate sono l’eco di una storia che nella seconda metà del Novecento ha poi imboccato un’altra strada. Per i compilatori della guida turistica, tanta fedeltà alla tradizione non era segno di nostalgia, quanto piuttosto di inerzia. La guida del 1982 ripropone infatti le notizie di una edizione precedente, che era stata compilata all’inizio della seconda guerra mondiale, quando la marcia espansionistica dell’Italia alle prese con la “quinta guerra d’indipendenza” sembrava inarrestabile. Ho trovato su ebay la guida rossa della Dalmazia del gennaio 1942, dove si leggono brani simili, talora identici a quelli riportati nelle successive guide dedicate alla Yugoslavia. La retorica nazionalista del 1942 rincarava la dose, andando nell’entroterra alla ricerca dei confini naturali dell’Italia, invocando ragioni storiche ma anche geografiche, come se la costa dalmata fosse parte di un bacino idrografico di pertinenza italiana, scorporato dal continente balcanico. Studiosi insigni avevano messo le loro competenze al servizio di questa retorica, quando la vittoria sembrava ormai cosa fatta. Attraverso i viaggi ed il turismo, nel 1942 gli italiani ricchi della penisola si sarebbero potuti appropriare subito della nuova terra dalmata, anche se la guerra non era ancora giunta al termine. Sappiamo come è andata a finire. Con il senno di poi, la presentazione di quell’edizione del 1942 suona a dir poco ingenua…

…Uno storico evento si è compiuto, coronando speranze e voti tanto a lungo repressi e mortificati; la Dalmazia è italiana; l’Adriatico è diventato il Golfo d’Italia. Gli avvenimenti che portarono al memorabile evento assunsero il ritmo rapido, incalzante delle cose fatali. Nel giro di pochi giorni, dal 6 al 17 aprile (1941), sotto la pressione delle armi italo-germaniche, mosse fulmineamente a punire il tradimento, la Iugoslavia, manifestando l’intima debolezza della sua artificiosa struttura, crollava come un organismo in disfacimento. Dalla sùbita rovina un antico popolo sorgeva a indipendenza, Il Croato. Con rapide marce lungo il litorale, le nostre forze armate, calando dalle Giulie e risalendo dall’Albania, rivendicarono i diritti imperscrittibili dell’Italia sulle terre dalmate, che furono già romane e poi venete per secoli… Ora è dovere degli Italiani di prendere conoscenza e contatto con le nuove terre e i loro abitanti, visitando la Dalmazia redenta…

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Ciclista fuori moda

13 agosto, 2017 § Lascia un commento

Da un mese all’altro ho allungato le distanze percorse in bicicletta, dalla pianura fino in collina, sempre più su, finché ho capito che era arrivato il momento di recuperare la vecchia bici da corsa, una Colnago del 1982 chiusa in cantina da più di vent’anni. Pensavo di avere una bicicletta da corsa, ma a confronto coi mezzi ciclistici di oggi, fatti di leghe leggere, ruote lenticolari, freni a disco e manubri rinforzati, mi sono accorto di trovarmi in sella ad una bici d’epoca. Ruote minuscole, raggi fitti, telaio essenziale la fanno sembrare, agli occhi di oggi, molto diversa da come la ricordavo. Trent’anni fa era il top della gamma (su Colnago correva Saronni) ma oggi può al massimo gratificare i capricci di un collezionista vintage che non voglia sborsare cifre eccessive in bici veramente d’epoca.

Mi è bastato inforcare il manubrio per ritrovare il gusto potente della spinta sui pedali, ma parlando coi ciclisti di oggi ho imparato che anche la pedalata di potenza è passata di moda, da quando Armstrong ha introdotto la pedalata di agilità, il massimo risultato si dovrebbe ottenere con sessanta giri al minuto, per mezzo di rapporti ben più leggeri di quelli che ho installato nella mia Colnago del 1982. Ma non intendo fare modifiche al cambio, perché è proprio nella pedalata di potenza che le mie gambe sanno esprimersi meglio, essendosi formate trent’anni fa quando era ovvio alzarsi in piedi negli strappi in salita, facendosi forza con le braccia sul manubrio.

Nelle salite al cuore dell’esibizionismo conformista romagnolo, una Colnago del 1982 può apparire quantomeno bizzarra ed il mio accanimento sui pedali uno sfizio fuori dal coro. Anche in bicicletta mi riesce bene la parte dell’uomo venuto dal passato. Ma questa idea di sport è  lontana dall’obbligo di apparire. Non ho intenzione di competere con chi gareggia nell’acquisto della bici più costosa, anche se mi dicono che le biciclette negli ultimi vent’anni hanno fatto progressi da giganti. Se ne provassi una aggiornata, non potrei più farne a meno: rinuncerei di certo alle abitudini ed alle nostalgie, in cambio di maggior efficenza, sicurezza, solidità. Ma per ora non voglio rompere l’incantesimo della memoria che nei muscoli rimette in circolo l’energia dei miei vent’anni ogni volta che salgo in sella alla Colnago. Nelle gambe sento ancora le salite di allora e mi pare che anche la strada sia sempre la stessa. Ma è l’asfalto a dire che qualcosa nel frattempo è cambiato: sfibrato, rattoppato, irregolare. Gli anni Ottanta sono finti da parecchio tenpo e le piste d’asfalto registrano impietosamente gli sviluppi della nostra epoca. I tubolari sottili sono troppo fragili, servono ruote più robuste, non solo in bicicletta.

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Ridateci Bernacca

7 agosto, 2017 § Lascia un commento

L’ondata di caldo anomalo degli ultimi giorni si è stemperata finalmente nei nubifragi della notte scorsa, ma nuove temperature africane si prevedono durante i prossimi giorni. Per le previsioni del tempo non occorre più attendere l’ora di cena e la sigla di “Che tempo fa” annunciata dall’immagine fissa di un barometro rotondo in bianco e nero. Abbiamo in tasca le app metereologiche e possiamo evocarle in ogni momento della giornata, strofinando lo schermo del telefono come la lampada di Aladino. Basta un tocco e il genio del Meteo si manifesta puntualmente con risposte sicure. Ad ogni ora e in ogni luogo sa dirti se pioverà e quanto caldo ci sarà, millantando precisioni del decimo di grado, non solo nelle ventiquattr’ore ma nei dieci giorni a venire. Peccato che questo genio del meteo cambi spesso idea, si ricreda sui picchi di temperatura e dimentichi di segnalare i nubifragi anche quando sono in corso. Il genio dice di avere lo sguardo lungo ma dimentica di riportare quello che potrebbe vedere guardando dalla finestra. Tutto ciò non sembra rilevante nell’epoca dei clic compulsivi: Meteo.it e Il-meteo.it sono pur sempre più affidabili di un oroscopo. Ciò che conta è interrogarli, cliccare spesso (sempre più spesso) e sorbirsi nel frattempo un po’ di pubblicità, perché è nel mercato della pubblicità che queste app trovano senso.

Forse è diventato davvero troppo difficile fare previsioni del tempo. Da quando il riscaldamento globale sta rimescolando le carte della metereologia, le alte pressioni africane tengono in ostaggio le estati mediterranee coi loro nomi pittoreschi e non consentono alle perturbazioni atlantiche di transitare liberamente. Come guerriglieri, gli impulsi d’aria fredda fanno incursioni giù dalle Alpi senza sfondare le difese anticicloniche che restano saldamente ancorate alla penisola. E’ diventato davvero difficile prevedere il loro sviluppo, le tempeste di vento, le grandinate che si scatenano in una piccola area e non toccano quelle vicine.

Fra tanti opinionisti che affollano oggi il web, mi piacerebbe sentire ancora la voce del Colonnello Edmondo Bernacca, che quarant’anni fa su Rai uno teneva il pubblico incollato alla TV prima del telegiornale della sera. Di certo il Colonnello non aveva la pretesa di dire le temperature dei dieci giorni a venire, nè di fornire garanzie di pioggia o di sole ora per ora in ogni luogo della penisola. Si soffermava sulla situazione generale della pressione “in quota”, passando poi a descrivere quella “al suolo”. Faceva un viaggio nella geografia dell’Europa, dal Golfo di Biscaglia ai Balcani (oggi forse si sarebbe spinto anche in Africa) per mostrare i fronti d’aria calda e fredda responsabili delle perturbazioni che attraversavano l’Italia. Bernacca parlava di millibar e di isobare, perché il segreto di buone previsioni era nella mappa della pressione e nella sua evoluzione ora per ora, non nella pretesa di dare certezze sul futuro.

Ma di alte e di basse pressioni oggi non se ne parla più: troppo difficile metterle in relazione con i fenomeni metereologici… Eppure un buon barometro è ancora il miglior indicatore dell’arrivo di  un temporale quando si sposta all’improvviso da “secco” a “variabile”: altro che app!  Ma del barometro ho perfino rinunciato a parlarne a scuola ai ragazzi di prima media. Le ultime volte che ho affrontato l’argomento ero costretto a dire… “forse l’avete visto a casa dei vostri nonni, appeso al muro insieme all’orologio”. Qualcuno mi riferiva di averlo notato in qualche rifugio di montagna vicino all’orologio a cucù: una curiosità d’altri tempi, da farci una risata.

Il colonnello Bernacca non faceva solo previsioni, ma insegnava la metereologia e, di passaggio, un po’ di geografia. Oggi resta poco da imparare. La precisione della temperatura fino alla prima cifra decimale, esibita dai siti meteo senza un adeguato supporto critico, va di pari passo con la perdita di memoria, per cui siamo disposti a dimenticare gli errori che abbiamo letto sul web, ma pretendiamo previsioni a lungo termine, ricompensandole con un numero smisurato di clic.

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