La Yugoslavia non esiste più

28 luglio, 2017 § 3 commenti

20170715_191153A Dubrovnik ci sono alberghi di ogni tipo, ma è più facile alloggiare in una delle tante guest houses che i cittadini intraprendenti hanno messo su negli ultimi vent’anni. Case trasformate in albergo, con i proprietari relegati in una o due stanze al piano terra e le camere da letto sistemate al piano di sopra, con molte ricercatezze, per riscuotere i punti di tripadvisor. Anche per me di ritorno dalla barca a vela è più economico alloggiare in una guest house vicino al porto di Dubrovnik. Non è facile arrampicarsi sui viottoli e trovare il cancello giusto senza indicazioni, ma posso contare su google maps che mi guida con sollecitudine verso il posto che ho trovato tramite booking.  Devo fidarmi per forza, ma la stanza che ho prenotato non è male, profumata e con l’aria condizionata. Dalla finestra vedo le nuvole rincorrersi nel cielo azzurro e sento le raffiche di bora accanirsi sulle bandiere del porto. Chi mi ospita è molto gentile e la mattina dopo, prima di partire, mi aiuta a trasportare il bagaglio nel cortile. 20170716_100736Sulla valigia tengo appoggiata la guida verde, lunga e stretta, una vecchia edizione del Touring Club Italiano, datata 1982, che in copertina ha stampato il nome Yugoslavia. “Perché Yugoslavia? – dice la padrona di casa – La Yugoslavia non esiste più…” Sorrido e provo a spiegarle che mi piacciono le vecchie guide degli anni Ottanta, senza troppe immagini, comode da tenere in mano e con una cartografia, a mio parere, migliore di quella di oggi. Ma questo non è un motivo sufficiente per chi mi ascolta. Avrei dovuto sbarazzarmi di quel libro nel 1990. Alla signora non fa piacere che un suo ospite vada in giro per la città sbandierando il nome “Yugoslavia” sulla guida che tiene sotto braccio. Perché? Sembravo un tipo a posto, ma quel titolo in copertina è peggio di una macchia di caffè sulla camicia bianca. Una negligenza imperdonabile.20170716_094614E’ difficile  immaginare la guerra nel centro di Dubrovnik, colonizzato com’è oggi dai ristoranti e dai tavoli all’aperto in ogni strada, sempre in festa di giorno e di notte per soddisfare i capricci del turismo internazionale. L’aeroporto è diventato più importante del porto di mare che fece la fortuna di Ragusa di Dalmazia ai tempi della Repubblica di Venezia e connette la città al mondo intero, come succede nelle isole Maldive o alle Seychelles. La piazza selciata di pietra lucida si allunga nella via centrale, che in barba ai nazionalismi Croati e Serbi si fa chiamare ancora Stradun. I passi svelti di gente alla moda, perlopiù giovani, soprattutto donne, vanno e vengono coi sandali leggeri e gli abiti svolazzanti, segno di un turismo estivo non solo balneare che a me ricorda l’estate di Bourbon Street a New Orleans. Negozi, ristoranti e ancora negozi restano aperti la sera fino a tardi. Fra una vetrina e l’altra i bancomat risplendono come slot machines: offrono tassi di cambio da usura coi quali le banche della piccola repubblica croata si prendono gioco del potere d’acquisto delle principali valute.20170715_194908Dubrovnik non è una città a buon mercato. Dopo la guerra contro i Serbi, i Croati l’hanno trasformata in un luna park che realizza in miniatura l’idea delle repubbliche marinare italiane. Gli Americani trovano qui l’aria di Venezia insieme a quella di Amalfi, la forza di Genova senza i problemi del traffico, senza le distanze sfilacciate delle periferie italiane. I turisti di tutto il mondo possono percorrere a piedi il perimetro delle mura monumentali, lasciarsi possedere dai panorami come in un giro di giostra al prezzo di venti euro. A pagamento possono anche salire con la nuova funivia in cima al monte che sovrasta il porto, perché è da lì che si ha il colpo d’occhio migliore sulla città storica, così recita la pubblicità. Dubrovnik è il posto giusto per rilassarsi il sabato sera, ma non occorre starci di più. I segni del passato non reggono il confronto con quelli di Venezia e per di più sono troppo usurati dallo scalpiccio del turismo internazionale. I cortili porticati dei conventi e dei palazzi sono begli angoli di medioevo, anche se rifatti in parte dopo il terremoto del 1667, ma non hanno il guizzo dell’originalità. Sono opere di bravi esecutori in cerca di fortuna oltremare, fuori dall’ombra dei grandi maestri che negli stessi anni lavorano a Venezia. Quanto basta, comunque, per fare di Dubrovnik un’Italia in miniatura assediata dai turisti.20170715_194228La vitalità di tanto turismo vuole forse esorcizzare il ricordo della guerra. Vista dalla piazza di Dubrovnik in un sabato di luglio del 2017, la Yugoslavia sembra lontana come l’impero turco e non mi mi imbarazza la mia guida turistica del 1982, con quel nome in copertina di uno stato che non esiste più. Ciò che è successo fra il 1990 e il 1995 sfuma indietro nel tempo, tanto da far confondere i segni delle bombe di vent’anni fa – nel muro esterno del duomo – con quelli della seconda guerra mondiale. Ma l’ultimo conflitto qui non è quello dei nostri nonni. E’ qualcosa di più moderno, difficile da digerire, da ricordare fino ad un certo punto, soprattutto da dimenticare. Nel crinale ambiguo fra ricordo e oblio, al piano terra di palazzo Sponza, in piazza a Dubrovnik, è allestita una mostra permanente dedicata alle vittime di quell’ultima guerra, proprio lì dove la mia vecchia guida della Yugoslavia indica il museo della rivoluzione socialista. A metà fra il sacrario e l’installazione d’arte c’è uno schermo che mette in scena i filmati delle distruzioni di Dubrovnik degli anni Novanta, mentre sulla parete opposta le foto tessera dei caduti sembra che parlino, ingrandite e in fila, buffe, stanche o annoiate. Tante foto di gente giovane che oggi avrebbe cinquant’anni. Tante foto che hanno lasciato un vuoto: chi è di passaggio non può rendersene conto, ma può capire perché certa gente da queste parti non voglia più sentire parlare di Yugoslavia.20170715_195549 (1)

 

 

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Orizzonte marino

21 luglio, 2017 § Lascia un commento

20170710_164939Quante volte mi è successo di vedere in sogno l’altra sponda dell’Adriatico, montagne nitide e scenografiche messe lì come risposta alla domanda: cosa c’è di là dal mare? Forse dall’alto di San Marino in condizioni eccezionali si può scorgere qualche isola croata, ma l’orizzonte tremulo dei bagnanti di ferragosto in spiaggia impedisce di arrivare così lontano. D’estate c’è sempre foschia, ma se anche non ci fosse, la curvatura terrestre impedirebbe di spingere lo sguardo dall’altra parte. Troppo lontana la riva opposta per sperare di mettere a fuoco le modeste alture della costa istriana, tre-quattrocento metri in tutto, che in base ai calcoli di trigonometria dovrebbero sparire sotto l’orizzonte ad una distanza di settanta chilometri dalla costa. A confronto con l’oceano il Mar Adriatico è ben piccolo, ma è comunque abbastanza grande da privare gli occhi del conforto di una linea di costa in mezzo al mare. Quando l’aria è particolarmente tersa, i marinai esperti dicono di scorgere la montagna più alta dell’Istria insieme alla sommità del Conero, il promontorio di Ancona, da una parte e dall’altra del mare, isole nere sull’orizzonte nitido, ma solo in casi eccezionali. Di solito l’apparizione diafana delle montagne annuncia l’approssimarsi di una riva, insieme agli odori dell’entroterra, e smentisce il ricordo dell’altra costa come un sogno al risveglio.

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Quando di notte partiamo dal porto di Ravenna il cielo è carico di umidità e le nuvole si agitano davanti alla luna piena che rischiara la costa punteggiata di luci. E’ sera tardi ma potrebbe già essere mattina e il breve sonno che l’equipaggio si concede a turno non basta ad allontanare il profilo della costa da cui siamo appena partiti. La notte di luglio si esaurisce in fretta e l’alba viene incontro al largo di Rimini. Sullo sfondo le montagne marchigiane disegnano un portolano azzurro: da nord a sud il monte Carpegna, poi il Nerone e il Catria, infine, inconfondibile, il trapezio del Monte San Vicino, piccolo e sfumato sull’estremo orizzonte. Nel mezzo si apre la fessura di una gola, credo sia il Furlo, dove il paesaggio naturale ha incrociato la storia degli eserciti antichi, ancora più monumentale visto da qui, dall’alto mare. Il portolano azzurro della costa marchigiana svanisce lentamente, comunque prima di poter cogliere la sagoma del monte di Ancona. La navigazione deve abbandonarsi all’orizzonte marino, fiduciosa di incontrare nuove terre a prua.

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Non e’ la traversata piu’ breve quella che da Ravenna traguarda le punte bianche di Dugi Otok, ma è la più comoda per assecondare la linea di costa dalmata sulla rotta di sud est. In mare l’orizzonte controluce dovrebbe rivelare un segno dell’altra sponda, ma in lontananza c’è solo il tremolio delle onde. L’orizzonte è una circonferenza illusoria di raggio variabile. La foschia riduce la visibilità ma induce una sensazione contraria di vastità, tanto più se il mare è calmo. E’ difficile tradurre le distanze marine nel rigore di un piano cartesiano e fissare le coordinate di una costa lontana che appare all’improvviso come un miraggio. Oggi ridiamo davanti ai disegni deformi della costa dalmata nelle mappe dell’antica repubblica di Venezia, ma provate a disegnare quello che si vede dal mare, senza distanze certe e coi tempi di navigazione approssimativi di una barca a vela. Le coste viste dal mare sembrano i frammenti di un arcipelago mutevole, che cambia forma e colore a seconda del tempo e dell’ora del giorno. Quello dei marinai e’ un punto di vista che non ha nulla dell’oggettività satellitare.

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Se vedete affiorare una montagna, forse è un’isola, potrebbe essere la veneziana Sansego -l’isola di Susak- la prima che si incontra al largo di Lussino arrivando dall’Italia. Difficile dirlo, ma la montagna di sabbia dell’isola di Susak non è abbastanza alta per essere scorta dalla posizione in cui ci colloca il navigatore satellitare. Quella che vediamo come annuncio dell’altra costa potrebbe essere una montagna dell’isola di Cherso, la croata Krk, o qualcosa di ancor più distante sul continente balcanico. La lontananza si spiega con la lentezza del movimento apparente della montagna sull’orizzonte. Sono le tre del pomeriggio e la vediamo ancora laggiù, mentre sotto sfilano la punta piatta dell’istria, l’isola di Lussino, i villaggi di Premuda e i boschi di Molat. Lo stretto delle punte bianche ci accoglie col sole ormai sceso ad occidente, dopo diciotto ore di navigazione.

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Distilleria in dissolvenza

9 luglio, 2017 § Lascia un commento

Mercoledì pomeriggio ho preso appuntamento con Dino, chimico della distilleria ORBAT che ha chiuso i battenti nel 2000 e dal 2010 non esiste più neanche nel paesaggio, dopo la demolizione selettiva che ne ha preservato solo un vano frammento. Desideravo fare incontrare Dino ai giovani di “Spazi Indecisi“, prima che fosse troppo tardi, ma forse è già troppo tardi in questo caldo pomeriggio di luglio, quando Dino ci accoglie nella penombra del suo appartamento, di certo emozionato, comunque commosso per l’entusiasmo che gli portiamo in casa. Cerca di rispondere alle nostre domande, ma dice che sta perdendo la memoria, che l’ORBAT è ormai chiusa da troppo tempo e non è sicuro di ricordare. Non sa neppure più quando è andato in pensione, ma ricorda quando fu assunto alla fine della seconda guerra mondiale. Ancora minorenne, aveva perso entrambi i genitori nel conflitto e non era riuscito a completare le scuole medie. La distilleria gli fece da scuola e da famiglia, premiandolo con l’incarico di capo chimico già a vent’anni. Non ricorda, ma nella parete della sua stanza da letto sono appese due foto, una a colori, l’altra in bianco e nero. Piuttosto ingiallita, quella a colori mostra un panorama delle torri di distillazione, coi capannoni di fermentazione ed in basso un mare di mele pronte per essere lavorate. L’altra immagine in bianco e nero è il ritratto nobile dei padroni, degli investitori e dei dirigenti in un giorno d’inaugurazione. Due persone in camice bianco chiudono il gruppo a sinistra in piedi sull’attenti. “Quello sono io” dice Dino, che ama ritrovarsi ancora in quell’immagine giovanile, capelli neri, leggermente curvo in avanti, quasi a riverire la classe dirigente che l’ha onorato di farsi fotografare in mezzo a loro.  In mezzo c’è perfino il vescovo, in compagnia di altri panciuti benestanti, d’ottimo umore nel giorno di festa. Dino non ricorda che occasione fosse, ma l’anno potrebbe essere il 1955. Dopo queste foto non sa che altro mostrarci e prende l’album di famiglia, dove sono molte immagini sue, dei compagni di lavoro ritratti in laboratorio e durante le gite che organizzavano insieme. Molte motociclette, molti sorrisi: “qui siamo a Trieste”. Poi il matrimonio, una famiglia, le figlie, i nipoti, immagini a colori sbiaditi della vita vera che nascondono i ricordi della fabbrica.

Ma Dino non sa di aver messo in un cassetto una busta con le foto più belle, quando la distilleria ha chiuso i battenti. Ce le mostra la figlia, dopo essersi accorta con un po’ di imbarazzo che il  padre ci ha condotto in un recinto di intimità troppo privata. Sono foto d’autore di grande formato, fra cui spiccano due scatti autografi di Paolo Monti, immagini dei piazzali e degli edifici con gli operai al lavoro, che farebbero gola alla fondazione MAST di Bologna. Altre immagini narrano l’evento inaugurale degli anni Cinquanta: carabinieri coi pennacchi, prelati e autorità che tagliano nastri tricolore. Non sappiamo di che si  tratta, probabilmente è l’inaugurazione della nuova torre ottagonale aggiunta nel 1955, l’unico pezzo di distilleria salvato dalle demolizioni.

Le foto parlano, anzi gridano, ma senza parole. I documenti sono stati dispersi chissà dove e la memoria umana sembra già troppo labile per ricostruire una storia di senso compiuto. Ciò che è successo sessant’anni fa è ormai più vago di altri fatti ben più remoti e gli appetiti di chi specula sul presente hanno buon gioco. Perché di questa distilleria non è stato conservato l’edificio principale, il primo ad essere stato costruito negli anni Trenta? Perché nel paesaggio resta solo la forma della torre ottagonale? Senza contesto, non c’è più significato. Basteranno le immagini a restituire un senso a ciò che rimane?

Dove sono?

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