Spazi sospesi

29 giugno, 2017 § Lascia un commento

20170628_192437La memoria a che serve? A crear mondi che non esistono più, forse a consolare. Dicono che la memoria è necessaria per non rifare gli stessi errori. Ma le situazioni non sono mai le stesse e la stupidità può esprimersi in modi sempre nuovi. Dunque la memoria non ha un valore pratico, deve essere qualcosa di più intimo, un alone, forse un’aureola che circonda le nostre teste e ci rende quel che siamo. La memoria è la spina dorsale della nostra identità! Ecco allora che dimenticare vuol dire un po’ morire… ma, schiacciati dalla memoria, potremmo anche morire in un altro modo, cioè annegare nel passato. E’ un equilibrio difficile quello fra il ricordare e il dimenticare: “Certe cose è meglio dimenticarle” diceva il direttore tecnico degli zuccherifici SFIR per nascondere malefatte che potevano suscitare brutta impressione nei proprietari. Ora bisognerebbe fare uno sforzo per dimenticare tutto: cinquant’anni di lavoro, fiumi di denaro, intelligenze sprecate a far girare macchine nella prospettiva di un miglioramento. Oppure perdersi in una ricostruzione storica minuziosa dei dettagli. Oppure, ancora, trasformare tutto in una performance. Che significa la palazzina degli uffici sigillata e cadente sotto i pini marittimi? Di qui passavano gli operai, gli impiegati, i fornitori, i dirigenti e perfino i parenti del padrone. Ma sarà vero?20170628_192518Ci sono tornato qualche giorno fa con Alessandro Lazzari, collezionista dei resti del mondo dello zucchero italiano e acuto ricercatore. Stiamo ripercorrendo insieme una vicenda di novant’anni fa, la strana storia degli zuccherifici agricoli dell’ing. De Vecchis, e pare di muoversi nelle nebbie del medio evo.  Nessun dipartimento universitario riesce a mettere in campo oggi quello che Lazzari sta facendo da solo. E’ Interessante come in un’unica persona si conciliano questi due aspetti, quello del ricercatore e del collezionista. E’ forse un segno della post-modernità, ma già ci preoccupiamo di dove far confluire il suo archivio di immagini e di documenti rari, collezionati con passione, quando non ci saremo più. Forse dovremo disperderli dall’alto del silo di un ex zuccherificio, in un gesto artistico finale e irripetibile?  Una nebbia fitta avvolge già quel che è successo qui dieci anni fa.

Sul cancello dell’ex zuccherificio di Forlimpopoli incontriamo un vecchio facchino, alla guida di un furgone come un fantasma nella landa desolata dove sorgeva la fabbrica. Ha detto che anche le riconversioni finte sono finite: tutti licenziati da gennaio del 2017 gli ex operai SFIR, dopo essere stati ricollocati nella piccola azienda prestanome all’ombra del silo (la Buthos) come previsto dal copione di sette anni fa. Non è la crisi del settimo anno, sapevamo che doveva finire così. La proprietà industriale si è dileguata e neppure risulta più proprietaria del terreni ipotecati. E’ fuggita in barba agli obblighi europei, in barba ai soldi di indennizzo ed al futuro. E’ difficile raccontare questa storia ai giovani di “spazi indecisi” che vogliono la rigenerazione urbana delle aree industriali dismesse, sospese nella vaghezza dei capitani d’industria che ieri hanno abbandonato il timone. E’ difficile convincere questi giovani del valore dei documenti d’archivio, se non c’è più nessuno che ne reclama la memoria. “Certe cose è meglio dimenticarle”. Potrà ridursi tutto ad una performance20170628_192833

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Turisti diversi a Sinalunga e Trequanda

22 giugno, 2017 § Lascia un commento

20170610_184005A Sinalunga arriviamo tardi di pomeriggio, dopo Lucignano, percorrendo una strada di traffico locale che sale da dietro fino alle mura della Collegiata monumentale, di intonaci gialli e di mattoni. Da questa strada secondaria la piazza sembra ancora più grande, articolata su una superficie geometrica irregolare, con le facciate delle chiese a far da quinta come le navi nel bacino di un porto. Nonostante sia ormai sera è caldo e questa grande piazza scenografica che degrada verso valle, vagamente barocca, ricorda la Sicilia, coi bar e i tavoli all’aperto affollati di gente all’ora dell’aperitivo. Sinalunga non è un posto turistico e l’indicazione di un museo archeologico segnalato dalle guide non trova riscontro nelle vie del centro. Come succede talvolta al sud, le antichità di Sinalunga hanno l’aria delle cose vecchie. Nei caseggiati popolari filtrano i rumori della vita modesta di chi abita qui, ignaro delle lusinghe del turismo colto che nobilita poco lontano le campagne senesi. La patina del tempo avvolge gli edifici storici rimodellati durante i secoli in forme ibride che rivelano soprattutto l’impronta del Sei e del Settecento, come il piccolo palazzo pretorio che svetta in cima al borgo. All’estremità dell’abitato verso nord, il terrazzo panoramico di un torrione delle mura è luogo di rosari all’aperto, con l’edicola di una madonna che si staglia col paramento di mattoni come un piccolo teatro del Settecento, al tempo stesso vecchio e antico sullo sfondo della Valdichiana.20170611_101800La grande Collegiata dedicata a San Martino non ha nulla da invidiare a Lucignano per le opere che espone sugli altari. Ci sono Madonne e Santi del Sodoma, di Rutilio Manetti, di Benvenuto di Giovanni ed una bella deposizione di Girolamo Pacchia, per cui il giovane parroco si affretta a chiudere la Collegiata alle sei del pomeriggio, prima di dir messa nella vicina chiesa della Madonna della Neve. Dice di non poter andare a celebrare altrove con l’ansia che qualcuno passi a portargli via i quadri della Collegiata e si dirige spedito verso l’uscita laterale del transetto, che chiude a chiave con decisione. La Madonna della Neve sull’altro lato della stessa piazza è un piccola chiesa del Seicento, con l’interno bianco e azzurro, gli stucchi ben restaurati e una madonna gotica dipinta su tavola che ravviva di rosso l’altare maggiore. “Quando c’è poca gente è meglio far qui la messa, perché la collegiata è così grande che ci si perde”. Ha l’aria decisa, il prete, e alla fine rimprovera i parrocchiani del borgo di non essere abbastanza generosi nell’addobbare le case per la festa del Corpus Domini, che lui chiama Corpus come un vecchio amico, tanto da perdere ogni anno la sfida bonaria con la Pieve di Sinalunga bassa.

Dopo aver pernottato nella vicina frazione di Guazzino, dove il festival dell’Unità anima le notti di giugno come negli anni Settanta, la domenica saliamo ancora a Sinalunga, ma solo per prendere la via delle crete in direzione del piccolo comune di Trequanda, che gode di un fascino diverso, al centro di itinerari d’eccellenza, non di lusso, ma ricercati. Nella piccola piazza allungata di Trequanda si respira la stessa aria degli approdi turistici delle baie del mediterraneo, dove i pescatori continuano a vivere come hanno sempre fatto, ma intrattengono un rapporto genuino e sincero con i turisti che li hanno scoperti, i quali, a loro volta, apprezzano questa genuinità e non vorrebbero contaminarla con la loro presenza. E’ un tipo di turismo che  torna a frequentare lo stesso posto, come accade in certe spiagge, per cui è facile trovare anche qui dei vacanzieri avanti negli anni, con il cappello chiaro e l’aria distratta, seduti a leggere il giornale al bar in attesa del mezzogiorno, nella pace del borgo ravvivato da presenze discrete.20170611_111722Di fronte al bar, nella piccola piazza Garibaldi di Trequanda si affacciano gli edifici storici: l’oratorio, il palazzo del Comune e la chiesa parrocchiale, con la facciata a scacchi di arenaria e travertino, che contiene opere pregevoli: un trittico di Giovanni di Paolo ed una trasfigurazione affrescata dal Sodoma. E’ bello passeggiare in questo borgo raggomitolato in cima al colle, dove le vie strette e le case non sono ricche, ma hanno il fascino semplice delle cose antiche conservate sia nei dettagli, sia nel contesto. I forestieri interpretano il borgo come sfondo dei loro passatempi festivi e vorrebbero confondersi con la gente del posto, fuori e dentro il bar dove sono in distribuzione pubblicità di eventi, di mostre e di musei. Un foglio annuncia l’apertura della collezione Pallavicini, che esibisce vasi antichi in un palazzo di Trequanda. Che sia una collezione di vasi etruschi, raccolti nei dintorni da un bizzarro nobiluomo del secolo scorso e finalmente esposti al pubblico? 20170611_112156Non voglio perdere questa occasione e ci affrettiamo giù dalla discesa, fuori dall’arco delle mura, verso l’indirizzo indicato per la collezione Pallavicini in via Taverne. Il palazzo non è antico, ma si affaccia sulla strada con le vetrata rifatte in grande stile grazie ad una fondazione bancaria. “E’ una delle ultime cose che il Monte dei Paschi è riuscito a finanziare nel 2011, oggi non potrebbe più farlo”. Apre la porta un custode volontario che nei giorni festivi guida i turisti attraverso la sala del consorzio agrario fino al piano di sopra, su una scala moderna ma già polverosa. Nonostante l’orologio segni ormai le 11 e 30, siamo noi i primi visitatori del mattino: “in pochi sanno che a Trequanda c’è questo museo”. Se non ne avessi trovato indicazione nel foglio pubblicitario del bar, neppure io mi sarei fermato a vederlo. E mi sarei perso davvero qualcosa di eccezionale: una grande sala allestita come un museo americano, con vasi greci decorati, altri d’età villanoviana, taluni di provenienza incerta e forse anche di incerta autenticità, acquistati sul mercato antiquario da più generazioni di collezionisti, fino all’ultimo benemerito erede autore della cessione al Comune di Trequanda, fatta non proprio a titolo gratuito come certa stampa locale ha voluto far credere -dice il sorvegliante volontario- ma a prezzo di favore.

E’ costata 180.000 mila Euro, molto meno del suo valore di mercato, così afferma l’ottantenne Giancarlo Pallavicini, mago della finanza milanese che a Trequanda ha voluto lasciare memoria di sé negli spazi festivi della campagna senese. A chi si stupisce della somma sborsata per un’operazione del genere da un piccolo comune come quello di Trequanda, il sorvegliante risponde che quando c’è di mezzo certa gente i soldi arrivano. Il Comune ha fatto solo da intermediario fra il consorzio agrario, il venditore ed il denaro proveniente da una fondazione bancaria. Peccato che a sette chilometri da qui il museo di Sinalunga, ben più importante per la conoscenza di questo territorio, sia chiuso fino a data incerta, senza santi in paradiso.20170611_115045

Lucignano

16 giugno, 2017 § Lascia un commento

20170610_123440Al confine fra il territorio di Arezzo e quello di Siena c’è Lucignano, in cima ad un colle fra le pianure della Valdichiana, le colline verdi del Chianti e le crete senesi. Le mura, le torri e i campanili di Lucignano, insieme agli altri di Monte San Savino e di Sinalunga, fanno da sfondo al viaggio di chi corre in autostrada fra Arezzo e Chiusi. Arrivando invece da nord sulla viabilità ordinaria ritroviamo il ritmo di un viaggio antico. La carreggiata della superstrada che sarebbe dovuta diventare la Grosseto-Fano si interrompe nella campagna e consegna la circolazione ai tornanti di una strada pigra che risale la collina fino al nuovo semaforo, dove un cartello minaccia multe salate a chi passa col rosso. Qui le auto si fermano incolonnate ai piedi delle mura del paese, anche se sono dirette lontano, a Grosseto o in Maremma.

Subito a destra c’è un posto per mangiare pici e tagliatelle con salumi di ottima qualità: più simile ad un negozio che ad un ristorante, si chiama Dal Gallo e non ha niente di turistico. Alcuni clienti abitudinari stanno seduti ai tavoli con gli occhi fissi davanti allo schermo di una TV sintonizzata su Italia Uno e si lasciano coinvolgere volentieri in qualche discorso di cortesia. Uno di essi con gli occhi spalancati dice di aver amministrato il Comune: l’ha riaperto lui il passaggio pedonale di porta murata… Merito suo (o colpa) sono anche la zona a traffico limitato e il famigerato semaforo invisibile che infligge multe soprattutto a chi non è del posto. Sembra d’essere a casa, con la cuoca padrona che fa capolino dalla cucina, lontana anni luce dagli osti alla moda che dentro le mura di Lucignano mettono a tavola gli appetiti di un turismo scelto, dalla parlata nord europea.20170610_125832Prima di pranzo abbiamo avuto il tempo di entrare fra le mura ed osservare il cielo segnato dal volo radente delle rondini, avanti e indietro fra i muri di pietra e le facciate ricurve dei vecchi caseggiati alti. Le strade del paese descrivono archi paralleli intorno alla collina fino alla sommità, dove non c’è il castello, ma la Collegiata che si allunga e dà l’impronta al profilo del paese visto da lontano. Le fortificazioni del cassero aggiungono una torre all’estremità delle mura, vicino a porta San Giusto, ma un’altra torre più massiccia si alza poco lontano, fuori dal centro medievale: è il moderno acquedotto che ravviva le forme del grande castello incompiuto, eretto dai fiorentini alla fine del Cinquecento come baluardo nella collina accanto a Lucignano dopo la vittoria definitiva sui Senesi. Come altre fortezze medicee in territorio senese, anche questa sembra rivolta contro la storia del luogo, in una strana ambiguità in cui difesa e offesa sfumano l’una nell’altra.20170610_144216Il tamburo ottagonale della Collegiata nel punto più alto del paese conferma la centralità del luogo antico e fa da contrappeso all’acquedotto nello skyline. Questa chiesa progettata da Orazio Porta (1593) è issata in cima ad una scalinata a forma di ellisse, molto movimentata, per la quale si parla di un progetto di Andrea Pozzo, il gesuita delle illusioni prospettiche, il quale avrebbe disegnato anche il grande altare dorato a baldacchino del presbiterio, oltre che il campanile. San Michele è il santo titolare della chiesa e moltiplica le presenze angeliche in otto statue barocche fra gli altari, a guardia di altrettante tele dipinte da autori non particolarmente noti, ma neppure trascurabili, che nella luce grigia dell’interno creano una movimentata coreografia di martiri sul patibolo (come il San Lorenzo di Tencalla e la Santa Lucia di Geminiani) e di sacre visite (San Carlo dello stesso Geminiani e la Santa Elisabetta di Rosselli).  Ci attardiamo ad osservare gli angeli e gli altari a ridosso del mezzogiorno, in compagnia di un giovane aiutante del parroco che va e viene da due grandi sacrestie in penombra, e lascia aperta una porta secondaria per uscire.20170610_163143Le piazze in cima al colle si allargano  fra la Collegiata, il municipio e la chiesa di San Francesco e si riempiono di sole nel pomeriggio. Quando non c’è più gente, le vetrine dei negozi chiusi esalano una fresca penombra e nell’aria resta solo l’eco delle parlate nord europee, nei tavoli piccoli dei ristoranti che occupano la via ricurva fra il sole e l’ombra di Porta San Giusto. Dopo i pici e le tagliatelle, è arrivato il momento di vedere finalmente il capolavoro di Lucignano: l’albero della vita, reliquiario d’oro, argento e corallo, straordinaria opera di oreficeria medievale che andò in mostra all’expo di Milano nel 2015. Per raggiungere il museo comunale torniamo nella parte alta del borgo passando da porta Murata, dove l’orizzonte si allarga a nord fino ai monti del Pratomagno. Le strade ricurve fanno altri cerchi concentrici intorno alla collina e prima di giungere in cima lambiscono i muri gotici di san Francesco e le facciate anonime di altri oratori, alcuni chiusi, alcuni aperti solo nei giorni festivi a cura dei volontari delle confraternite (come ad esempio l’Annunziata).20170610_143731 (1)Il Museo di Lucignano è piccolo e intenso, ospitato ormai da cent’anni al piano terra del palazzo del comune, nelle sale di un vecchio tribunale che dà il nome anche alla piazza. Prima di raggiungere l’albero della vita, che brilla in una teca lenticolare come un’apparizione ultraterrena al centro della sala delle udienze, si attraversano altri ambienti con interessanti opere di pittura medievale, di Niccolo di Segna, di Bartolo di Fredi e di Signorelli, in gran parte provenienti dalla vicina chiesa di San Francesco. Degna di attenzione è anche la piccola tavola bizantina della crocifissione, coi visi deformati dai segni simbolici della sofferenza, pochi anni prima della rivoluzione giottesca. 20170610_160512Nella piazza del tribunale il sole risplende con la forza di un pomeriggio di inizio estate, quando si fa largo l’automobile di una coppia di sposi pronti per il matrimonio. Pensiamo di doverci affrettare verso San Francesco, per dare almeno un’occhiata prima che il rito religioso tenga blindata la chiesa per un’ora o forse più, con la messa, le promesse, gli applausi, i clic delle macchine fotografiche. Ma l’edificio è stranamente spoglio. Ben restaurato, esibisce tuttavia pochi arredi, tanto che sembra sconsacrato. Conserva parecchi brani di affreschi gotici alle pareti, storie francescane ed un trionfo della morte che lascia senza fiato. Non c’è traccia del matrimonio, né un fiore, né un addobbo. Una bella scultura lignea della madonna sembra accennare un passo di danza, per via delle mani protese in avanti ad afferrare l’aria. “Hanno rubato il bambino” dice la volontaria che tiene aperta la chiesa a quell’ora del pomeriggio “I ladri sono venuti spesso a visitare questa chiesa. Hanno portato via molte cose”.

In piazza scrosciano gli applausi, ma gli sposi non entrano subito in chiesa, perché la cerimonia non è religiosa ed è stata allestita nella scuola di musica del comune, che occupa un piccolo oratorio sconsacrato accanto a San Francesco. Gli sposi non sono di Lucignano e neppure italiani: vengono dall’Inghilterra e i loro invitati, con le carni bianche e gli abiti svolazzanti, sono arrivati su un pullman gran turismo. Ragazze coi tacchi sottili, i rossetti troppo rossi e le piume nel cappello, fanno ala nel sagrato di San Francesco in attesa dell’uscita solenne degli sposi novelli dal grande portale gotico della chiesa, dove sono entrati alla fine del rito civile solo per farsi fotografare. Nel mercato mondiale delle immagini, la religione -con tutta la cultura che le va dietro- sopravvive ancora come sfondo coreografico delle riprese di un drone che vola alto sulle nostre teste.20170610_150637

 

Tre pensieri scolastici alla fine dell’anno

1 giugno, 2017 § Lascia un commento

La scuola finisce anche quest’anno nella vaghezza di vecchie e nuove regole difficili da applicare. Normative sempre più astratte vorrebbero conciliare gli opposti: merito ed inclusione, uguaglianza e differenze, libertà e rigore, con risultati ovviamente schizofrenici. C’è un male ormai diffuso che trasforma le leggi e gli articoli della costituzione in proclami vuoti e lascia campo libero alle interpretazioni. Abbandonate a se stesse nella cosiddetta autonomia, le scuole esplorano soluzioni varie ed eventuali dissociandosi dalle altre scuole vicine. Tanta diversificazione non è segno di vivacità, quanto piuttosto di pazzia, dove prevale chi grida più forte ed impone la propria interpretazione fra altre ugualmente legittime. Dunque non resta che navigare nell’ombra, far leva sulle doti di mimetismo, confidando nell’inerzia della natura. Dopotutto, per fortuna, a scuola ci sono ancora i ragazzi e il tempo lo trascorro soprattutto con loro, insegnando e imparando.

Dovendo assecondare le naturali inclinazioni degli allievi senza arrecare traumi a nessuno, ho la sensazione di indurre negli alunni un eccesso di autostima, che si rivela nella scelta della scuola superiore, dove al termine del ciclo delle medie dovranno terminare l’obbligo scolastico. Sembra che i giovani, ai quali fino ad ora non è mai stato negato un sei in pagella, vadano alla ricerca di un ostacolo contro il quale finalmente sbattere il muso. Peccato che poi di rimbalzo, espulsi rapidamente dalle scuole di prima scelta, vadano a fare istituti di ripiego, fallendo il giusto posizionamento scolastico, prima per un eccesso di autostima, poi per un eccesso di segno opposto. Ma il mio compito finisce qui, in terza media, con un consiglio orientativo disprezzato dai più che ribadiscono la propria libertà, dicendo che le medie non sono l’ambiente giusto per loro. Questi ragazzi non sanno di pagare sulla propria pelle la confusione di una scuola dell’obbligo che sta rinunciando alla propria missione orientativa.

L’anno prossimo cambieremo il libro di scienze, proprio adesso che mi stavo abituando a quello in adozione. Un libro di testo non si conosce finché non lo si usa. Il libro migliore è quello a cui siamo abituati, del quale conosciamo pregi e difetti, e che sappiamo all’occorrenza integrare, con una buona dose di interpretazione personale. A proposito dell’insegnamento delle scienze, tutti parlano degli esperimenti, vero valore aggiunto della didattica. A me fa sorridere la retorica dell’esperimento, il bisogno di assegnare esperimenti come compito a casa, senza i quali le scienze non sarebbero degne di questo nome. Con due ore di scienze settimanali relegate alla fine della mattinata e senza laboratori, sarebbero già abbastanza delle buone osservazioni scientifiche magari accompagnate da qualche ragionamento.

Alla fine dell’anno scolastico le grandi narrazioni salvano dal caos, anche quando si tratta di fare scienze. Quest’anno in seconda ho parlato della conquista dello spazio, della guerra fredda, del primo uomo nel cosmo, della conquista della luna. E’ un viaggio nel tempo fatto con gli adolescenti di oggi, per mezzo di argomenti di storia della scienza che cinquat’anni fa sembravano il futuro.

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