Controllori in imbarazzo

16 marzo, 2017 § Lascia un commento

20170312_130804La ferrovia da Rimini a Ravenna potrebbe già essere un’attrazione turistica, soprattutto nell’ultimo tratto, dove il treno attraversa pinete e valli in un paesaggio che sa di esotico. Ma questa ferrovia non è mai stata considerata uno strumento di sviluppo negli anni in cui il progresso si accompagnava alle quattro ruote e il treno (qui da noi) sembrava destinato alla povera gente che non poteva permettersi il lusso di un’automobile. Questa ferrovia non ce l’ha fatta a diventare una metropolitana di superficie e nessuna nuova stazione è mai sorta fra i centri urbani di cent’anni fa, per servire le località turistiche che nel frattempo sono cresciute fra un paese e l’altro come anonime periferie. Il binario unico di fine Ottocento non è mai stato raddoppiato e le stazioni non hanno avuto trasformazioni di rilievo neppure negli anni del grande sviluppo. Ai margini della rotaia sopravvivono i vecchi caselli disabitati, dove fino a poco tempo fa si alzavano le sbarre dei passaggi a livello, con la distanza chilometrica da Ferrara dipinta di grigio nel riquadro dell’intonaco. Stazioni, caselli, binari morti, cimeli di archeologia ferroviaria persi fra le sterpaglie sono già mete di un turismo alternativo, stridente coi miti della riviera.20170312_130713Alla fine dell’inverno non ci sono  turisti e questo treno lo prendono in pochi. Si riempie di studenti nelle ore di punta, mentre uomini di colore vagano fra una carrozza e l’altra a tutte le ore, sfaccendati e poveri del nuovo millennio. Il treno raccogliere spesso gli emarginati che nei viaggi avanti e indietro nascondono l’incertezza di non saper dove andare. Nei percorsi di provincia il treno si arrende di fronte all’automobile che è più libera e veloce, ma sui binari scorre un tempo diverso, un lusso incomprensibile per chi deve arrivare in fretta.  Il treno delle nove e mezzo va in silenzio fra i condomini del mare e le pinete, coi finestrini appannati di uno sporco difficile. E’ un convoglio moderno che non ha niente da invidiare ai treni europei. C’è perfino il controllore ed è giovane, ha la voce ben impostata e la divisa in ordine. Gli porgo il mio biglietto di andata dopo averlo scovato nel portafoglio: un piccolo lenzuolo fresco di stampa, con la timbratura della stazione di Cesenatico (i biglietti ferroviari sono sempre più grandi e stampati sempre più lentamente da biglietterie che addebitano tasse aggiuntive di agenzie viaggi. Chissà perché è ancora necessario timbrare questi biglietti prima di salire sul treno, anche se la stampante che li ha appena prodotti è nella stessa stazione di timbratura. Chissà…)

Dopo di me il controllore affianca un tipo che non ha voglia di parlare. Lo scuote e lui continua a non rispondere. “Biglietto prego!” Lui mugugna e tira fuori uno spazzolino da denti dal taschino, dice di non avere il biglietto ed in silenzio vorrebbe sfidare la professionalità del giovane controllore. “Mi dia un documento, prego, lei non può viaggiare su questo treno!” Il viaggiatore senza biglietto non è proprio ben disposto, agita lo spazzolino e dice di non avere con sé nessun documento, tantomeno i soldi per pagare la multa. “Che figura mi fa’ fare davanti agli altri viaggiatori col biglietto?”dice il controllore. “Sa che adesso dovrei fermare il treno e chiamare la polizia!?” Ma se il treno si fermasse davvero ed aspettasse l’intervento della polizia, nella piccola stazione di Lido di Classe passerebbe almeno mezz’ora ed il prezzo di questo ritardo lo pagherebbero i viaggiatori in regola con il biglietto.

“Vede che mi mette in difficoltà?” Il giovane controllore perde il controllo e fa la voce stridula. Mi domando se anche lui ha fatto qualche corso di formazione come gli insegnanti, che sanno di dovere usare i messaggi “in prima persona” per convincere l’interlocutore, allievo o passeggero, del disagio che provano, stemperando così il conflitto. Gli psicologi insegnano che i messaggi “io”convincono senza aggredire e mostrano l’imbarazzo di chi parla. “Non so cosa fare!” Il controllore se ne va dalla carrozza girando le spalle al viaggiatore e dice: “Se la prossima volta che passo la trovo ancora qui, dovrò chiamare la polizia! Mi faccia dunque il piacere di andarsene”. Il viaggiatore senza biglietto finge di non sentire, poi se ne va e cambia anche lui carrozza, ma non lo vedo scendere dal treno. Dovrei concludere che le regole sono così complicate che, in pratica, il nostro mondo funziona meglio se fingiamo di non vedere, in treno come a scuola. Però cadiamo dalle nuvole se qualcuno da Bruxelles ci rimprovera di non essere efficaci coi rimpatri degli irregolari. Lasciar correre è diventata la nostra parola d’ordine: cambiar carrozza, finché ce n’è.

P.S. Il treno di ritorno a mezzogiorno e tre quarti da Ravenna non è partito dopo il fischio del capotreno. E’ rimasto fermo sul binario con una voce che annunciava “ritardo imprecisato”. Dopo mezz’ora la stessa voce ha annunciato che il treno era stato soppresso per un guasto del locomotore. Davvero archeologia ferroviaria.

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