Gli strani nomi delle rotonde

30 marzo, 2017 § 1 Commento

20170228_162233I passaggi a livello non esistono più e le strade serpeggiano fra le rotonde appena inaugurate a Cervia, dove il traffico puntualmente si congestiona, urta e si arresta di domenica pomeriggio alla ricerca di un varco sotto la ferrovia. Sono questi gli “oneri di urbanizzazione” contrattati al ribasso dal costruttore che ha detto all’amministrazione locale di non aver guadagnato abbastanza in trent’anni di villette e condomini. I patti sono patti, ma è meglio limare, sottrarre, fingere di non aver fatto fortuna e sostenere che il futuro degli affari non offre prospettive adeguate alle vie larghe e diritte. Così nuove strade strette e tortuose intercettano la vecchia viabilità in rotonde costruite a norma di legge come antichi tumuli, luoghi commemorativi di memoria assente. I condomini mascherati da villette scoppiano di abulimia, senza spazio né davanti né ai lati, tagliati sul retro dagli orti di un’agricoltura divenuta estranea. La colata lavica della nuova urbanizzazione si è cristallizzata intorno alle vecchie strade senza mettersi in relazione con il paesaggio agricolo sopravvissuto e sotto assedio. 20170228_161643Nell’anno duemila il costruttore di Pinarella disse che il paesaggio agricolo dietro casa era un privilegio temporaneo che avrebbe lasciato il posto ad un quartiere moderno e di lusso: un viale a quattro corsie con le fontane in mezzo, negozi e palazzi dal mare alla ferrovia. Così non è stato. L’anima della campagna agricola ha resistito, anche se lacerata, e la sera del diciotto marzo i fuochi di San Giuseppe continuano a rischiarare il cielo al crepuscolo. Le nuove strade non sono viali, ma svincoli per fuggire altrove a bassa velocità e senza sorpassi, presi in giro dalle rotonde e dalle curve che eludono l’idea di città. Nel panorama urbano del nuovo millennio anche i non-luoghi delle rotonde devono avere un nome. Il battesimo è avvenuto in questo mese di marzo: non è un caso che la nuova viabilità di Cervia si chiami “Rotonda dei Popoli” e “Viale Europa Unita”. Ogni volta che attraverso queste strade mi vien da pensare che il destino dei popoli sia un vano girotondo e che il futuro dell’Europa sia stretto e tutto in curva… Temo di non sbagliarmi.20170328_185808Ma il nome più pittoresco è quello dell’ultima rotonda battezzata “Età romana” dai geniali addetti ai nomi delle strade di Cervia, forse a causa di una scoperta archeologica che ha ritardato l’ultimazione dei lavori senza lasciare altre tracce visibili. La “Rotonda età romana” vorrebbe forse alludere all’impero di Adriano e allo splendore del secondo secolo dopo Cristo, in questo luogo lontanissimo dalla limpida organizzazione della viabilità d’età romana, dove strade rettilinee misuravano lo spazio e guidavano l’orientamento di chi era in viaggio. Nel colpevole disorientamento della viabilità attuale, dove è normale perdersi senza i navigatori satellitari, sarebbe stato più appropriato invocare il medioevo.  20170328_185324

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Controllori in imbarazzo

16 marzo, 2017 § Lascia un commento

20170312_130804La ferrovia da Rimini a Ravenna potrebbe già essere un’attrazione turistica, soprattutto nell’ultimo tratto, dove il treno attraversa pinete e valli in un paesaggio che sa di esotico. Ma questa ferrovia non è mai stata considerata uno strumento di sviluppo negli anni in cui il progresso si accompagnava alle quattro ruote e il treno (qui da noi) sembrava destinato alla povera gente che non poteva permettersi il lusso di un’automobile. Questa ferrovia non ce l’ha fatta a diventare una metropolitana di superficie e nessuna nuova stazione è mai sorta fra i centri urbani di cent’anni fa, per servire le località turistiche che nel frattempo sono cresciute fra un paese e l’altro come anonime periferie. Il binario unico di fine Ottocento non è mai stato raddoppiato e le stazioni non hanno avuto trasformazioni di rilievo neppure negli anni del grande sviluppo. Ai margini della rotaia sopravvivono i vecchi caselli disabitati, dove fino a poco tempo fa si alzavano le sbarre dei passaggi a livello, con la distanza chilometrica da Ferrara dipinta di grigio nel riquadro dell’intonaco. Stazioni, caselli, binari morti, cimeli di archeologia ferroviaria persi fra le sterpaglie sono già mete di un turismo alternativo, stridente coi miti della riviera.20170312_130713Alla fine dell’inverno non ci sono  turisti e questo treno lo prendono in pochi. Si riempie di studenti nelle ore di punta, mentre uomini di colore vagano fra una carrozza e l’altra a tutte le ore, sfaccendati e poveri del nuovo millennio. Il treno raccogliere spesso gli emarginati che nei viaggi avanti e indietro nascondono l’incertezza di non saper dove andare. Nei percorsi di provincia il treno si arrende di fronte all’automobile che è più libera e veloce, ma sui binari scorre un tempo diverso, un lusso incomprensibile per chi deve arrivare in fretta.  Il treno delle nove e mezzo va in silenzio fra i condomini del mare e le pinete, coi finestrini appannati di uno sporco difficile. E’ un convoglio moderno che non ha niente da invidiare ai treni europei. C’è perfino il controllore ed è giovane, ha la voce ben impostata e la divisa in ordine. Gli porgo il mio biglietto di andata dopo averlo scovato nel portafoglio: un piccolo lenzuolo fresco di stampa, con la timbratura della stazione di Cesenatico (i biglietti ferroviari sono sempre più grandi e stampati sempre più lentamente da biglietterie che addebitano tasse aggiuntive di agenzie viaggi. Chissà perché è ancora necessario timbrare questi biglietti prima di salire sul treno, anche se la stampante che li ha appena prodotti è nella stessa stazione di timbratura. Chissà…)

Dopo di me il controllore affianca un tipo che non ha voglia di parlare. Lo scuote e lui continua a non rispondere. “Biglietto prego!” Lui mugugna e tira fuori uno spazzolino da denti dal taschino, dice di non avere il biglietto ed in silenzio vorrebbe sfidare la professionalità del giovane controllore. “Mi dia un documento, prego, lei non può viaggiare su questo treno!” Il viaggiatore senza biglietto non è proprio ben disposto, agita lo spazzolino e dice di non avere con sé nessun documento, tantomeno i soldi per pagare la multa. “Che figura mi fa’ fare davanti agli altri viaggiatori col biglietto?”dice il controllore. “Sa che adesso dovrei fermare il treno e chiamare la polizia!?” Ma se il treno si fermasse davvero ed aspettasse l’intervento della polizia, nella piccola stazione di Lido di Classe passerebbe almeno mezz’ora ed il prezzo di questo ritardo lo pagherebbero i viaggiatori in regola con il biglietto.

“Vede che mi mette in difficoltà?” Il giovane controllore perde il controllo e fa la voce stridula. Mi domando se anche lui ha fatto qualche corso di formazione come gli insegnanti, che sanno di dovere usare i messaggi “in prima persona” per convincere l’interlocutore, allievo o passeggero, del disagio che provano, stemperando così il conflitto. Gli psicologi insegnano che i messaggi “io”convincono senza aggredire e mostrano l’imbarazzo di chi parla. “Non so cosa fare!” Il controllore se ne va dalla carrozza girando le spalle al viaggiatore e dice: “Se la prossima volta che passo la trovo ancora qui, dovrò chiamare la polizia! Mi faccia dunque il piacere di andarsene”. Il viaggiatore senza biglietto finge di non sentire, poi se ne va e cambia anche lui carrozza, ma non lo vedo scendere dal treno. Dovrei concludere che le regole sono così complicate che, in pratica, il nostro mondo funziona meglio se fingiamo di non vedere, in treno come a scuola. Però cadiamo dalle nuvole se qualcuno da Bruxelles ci rimprovera di non essere efficaci coi rimpatri degli irregolari. Lasciar correre è diventata la nostra parola d’ordine: cambiar carrozza, finché ce n’è.

P.S. Il treno di ritorno a mezzogiorno e tre quarti da Ravenna non è partito dopo il fischio del capotreno. E’ rimasto fermo sul binario con una voce che annunciava “ritardo imprecisato”. Dopo mezz’ora la stessa voce ha annunciato che il treno era stato soppresso per un guasto del locomotore. Davvero archeologia ferroviaria.

Eclissi di Sole24ore

14 marzo, 2017 § Lascia un commento

Ormai da qualche giorno in edicola non esce il Sole24ore, quotidiano di confindustria che, si sa, già da un po’ non naviga in buone acque. Dunque questa settimana non posso leggere il supplemento domenicale del Sole, dove un manipolo di uomini di cultura cerca di tenere in vita quel che rimane della tradizione alta del secolo scorso, stretti nell’assedio della cultura-spettacolo, che neppure Armando Massarenti, rispettabile direttore del supplemento, riesce a tenere a bada. Da qualche giorno il Sole240re non è in edicola a causa di uno sciopero ad oltranza dei giornalisti, i quali chiedono le dimissioni del direttore del quotidiano, Roberto Napoletano, magistrale interprete del declino di una intera classe dirigente che baratta la credibilità di un giornale illustre con interessi di bottega tutt’altro che miseri.

Ammetto di conoscere poco Roberto Napoletano: di lui ho letto qualche sermone nelle pagine del suo giornale, dove incita a cambiare rotta e si scaglia (puntualmente) contro gli Ottanta Euro del governo Renzi. Lo conosco soprattutto per gli occhielli che confeziona ogni domenica nella prima pagina del supplemento, sui quali sorvolo con una punta stizza per la carta sprecata in vane auto-celebrazioni. Il suo contributo alla cultura del supplemento si ferma alla paratassi dei titoli, alle lettere degli ammiratori che pubblica a suo nome, al resoconto delle cene di provincia cui è invitato a partecipare, soprattutto nel Sud-Italia. Se basta questo per fare cultura, il direttore Napoletano dimostra di aver bene imparato a dissimulare il disagio per il dibattito culturale autentico (e complesso) relegato alle pagine successive del supplemento.

Che Napoletano fosse un maestro nell’arte della dissimulazione c’era da aspettarselo. Nel 2014 aveva avuto il coraggio di plagiare il titolo del famoso “Viaggio in Italia” di Guido Piovene per un libro nuovo pubblicato a suo nome e presentato a destra e a manca, in ogni angolo d’Italia come viatico di cultura, con il sottotitolo: “il coraggio di un Paese che soffre ma non si arrende”. Napoletano, che non vuole lasciare la poltrona, ha imparato dal “paese che soffre” a non arrendersi mai, ma con quale coraggio?

Faremo a meno anche del Sole24Ore, dei suoi direttori e del supplemento culturale della domenica. E’ arrivato il momento di cercare qualcosa di nuovo, scritto in una lingua diversa da quella che ci accomuna a Roberto Napoletano.

Immagini di Parma

5 marzo, 2017 § 1 Commento

20170225_171450Parma è una città sulla via Emilia, ma oggi è soprattutto un importante svincolo autostradale fra Bologna e Milano, dove fioriscono attività industriali e fiere commerciali. Arrivarci in treno sulla vecchia linea ferroviaria è un’esperienza demodé per studenti e pendolari di provincia, dopo che l’alta velocità ha dirottato il traffico che conta sul nuovo rettilineo ferroviario lontano dalla città, accanto all’autostrada, dove una nuova stazione avveniristica cerca di conciliare in un’unica fermata -fra Reggio e Parma- l’antica rivalità dei due centri medio padani. Arrivare oggi in treno nella vecchia stazione di Parma è un’esperienza d’altri tempi, resa ancor più fantasmagorica dall’enorme pensilina gettata ambiziosamente sui binari dall’amministrazione che una decina di anni fa affossò il bilancio del comune anche a causa di un progetto tanto ardito. 20170226_092619Fa parte dello stesso disegno l’ampia via di traffico che scivola sotto la stazione e ne fora le fondazioni in un grande sottopassaggio, come succede in certe metropolitane mitteleuropee. L’accoglienza di Parma riverbera l’eco di una piccola capitale che non riesce ad acquietarsi nella comoda vita di provincia. Gli alberghi intorno alla stazione sono stati rinnovati, ma conservano un’impronta aristocratica nel modo di parlare del personale. I viali di circonvallazione sembrano piccoli ring viennesi, disseminati di ristoranti asiatici e messicani: mondi diversi che da parecchi anni ormai contaminano il blasone di una città, la quale, nonostante tutto,  continua a curarsi come una vecchia signora elegante, dalla parlata strascicata, con la erre moscia e le doppie che insistono sull’ultima sillaba. L’antico gioco della Pelota a Parma si dice Pilotta e dà il nome all’inusitato palazzo nel cuore della città: non residenza ma palazzo di servizio, quinta monumentale di impronta manierista sul torrente che spacca in due il centro storico. E’ qui il cuore della città: fra le pareti sospese della Pilotta, monumento enigmatico, incompiuto e distrutto dalle bombe dell’ultima guerra che hanno trasformato le antiche residenze ducali in un parco pubblico.20170226_093429 (1)La Pilotta è un’importante Galleria Nazionale: pinacoteca, museo archeologico e teatro Farnese, con l’apertura a singhiozzo soprattutto di domenica, a causa del ridotto personale di servizio che dovrebbe sorvegliare le ali più lontane del palazzo, così come la camera di San Paolo dipinta dal Correggio. Ricordavo un museo archeologico molto più grande, ma da quando l’intero complesso della Pilotta è entrato a far parte dei dieci poli autonomi previsti dalla riorganizzazione ministeriale del gennaio 2016, l’archeologia sembra aver perso attrattiva. La preistoria è chiusa del tutto, come d’altronde la sezione dedicata all’alto medioevo. E’ aperto solo il nucleo più antico delle raccolte, quello voluto dai Borbone di Parma nel 1760 in competizione coi cugini di Napoli, dove le grandi sculture romane e le tavole bronzee di Velleia sono lo sfondo dei giochi pomeridiane di una scolaresca intrattenuta da una giovane laureata, che avrebbe fatto di certo meglio il suo mestiere se a pagarla fosse stato il ministero, con qualcosa di più interessante dell’animazione per le scuole. Ma i dipendenti pubblici all’ingresso se ne stanno appollaiati in gabbiotti di legno e vetro a strappare biglietti ai visitatori, e sembrano loro i pezzi da museo. 20170225_170445Il sole filtra dalle finestre all’ora del tramonto, mentre la gente affolla le vie del centro ricoperte di coriandoli: sono soprattutto giovani che liberano a passeggio l’energia dell’ultimo sabato di carnevale. A quest’ora c’è messa nella Basilica della Steccata e i dipinti delle volte si ravvivano sotto i raggi del sole che entrano ormai orizzontali dalle finestre. I capolavori dipinti dal Parmigianino si perdono nelle tinte brune dei sott’archi, insieme alle opere di altri meno noti decoratori nella chiesa della Steccata, così come nel Duomo e nella chiesa di San Giovanni Evangelista. Le volte dipinte di Parma sono laboratori illusionistici ispirati al gigantismo di Giulio Romano, che prima del Parmigianino proprio a Parma trovò un interprete efficace in Antonio Allegri, detto il Correggio. La sua ascensione della Vergine nella cupola del duomo è davvero sorprendente nella luce del primo mattino, fra santi a gambe nude e nuvole che sembrano sassi. Fu dipinta negli anni Venti del millecinquecento, poco prima che i Lanzichenecchi scendessero verso Roma, quando la chiesa non si era ancora arroccata nell’ortodossia della riforma Cattolica. 20170226_095805Analoga, ma più semplice ed esplicita, è l’ascensione di San Giovanni dipinta nella chiesa dell’Evangelista, come se ciascuna cupola di Parma fosse per Correggio lo schermo tridimensionale di un prodigio ultraterreno da rappresentare. Ma l’arte di Parma è anche (soprattutto) quella delle sculture, dei fregi e degli altorilievi medievali del duomo e del battistero: romanici, per dirla con un aggettivo che raggruppa in sé due secoli di architettura e di scultura dipinta, dagli anni dopo il Mille fino alla fine del Duecento. Benedetto Antelami aveva imparato il mestiere ad Arles, in Provenza, ma trovò a Parma terreno fertile per fare evolvere la sua arte verso nuove forme, non più romaniche, ma già orientate verso lo stile gotico. Venendo a Parma è difficile farsi un’idea esatta di quel che era il romanico delle origini. Qui i bassorilievi scorrono in secondo piano, offuscati dalle sculture dei mesi, delle stagioni, dei segni zodiacali, già alla conquista dello spazio tridimensionale. Lo scrigno rosa di marmo del battistero racchiude cent’anni di storia della scultura medievale, nascosta e confusa anche agli occhi degli esperti. Battistero di Parma: architettura unica, promessa di un diverso classicismo, anticipo di una modernità che poi, nei secoli successivi, ha seguito altre strade. 20170225_171832

(25 e 26 febbraio 2017) – La descrizione completa dell’itinerario è qui sull’agenda.

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