Note di febbraio

28 febbraio, 2017 § 1 Commento

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TRUMP. Il presidente americano ha inaugurato un nuovo corso decisionista dove i fatti, le opinioni e le false notizie si scambiano i ruoli in un gioco delle parti. Con gli avversari presi in contropiede, le negoziazioni sono rapidissime ed i colpi di scena si susseguono lasciando il pubblico disorientato. Siamo davvero pronti per un nuovo scenario mondiale dove non distinguiamo più i diritti umani dalle barzellette? Nel disorientamento generale, i giornali vendono di più e nel web fanno fortuna le applicazioni che giudicano le notizie e le selezionano automaticamente per ciascuno di noi, in base ai nostri interessi. Fidatevi dunque di ciò che vi dicono, oppure spegnete telefoni e PC.

PD. Non c’è alcuna traccia di decisionismo in quello che sta facendo il partito democratico in Italia, dove la scissione in corso ormai da una settimana sembra un’alchimia. Scissione significa rottura, separazione, e presuppone la solidità di quello che si sta rompendo. Ma il partito democratico ha già subito un passaggio di stato e nella condizione liquida in cui si ritrova può tutt’al più evaporare. D’Alema, Bersani e gli Emiliani (di nome e di regione) se ne stanno andando dal partito di Renzi come molecole aeriformi che in cielo raggiungeranno altre minoranze già estinte dai tempi della prima repubblica. Nel partito democratico rimarranno i fondi di bottiglia, per chi ha lo stomaco per digerirli.

SPREAD. Lo spread rialza la cresta e viene tenuto a bada con gli esorcismi delle ricapitalizzazioni bancarie. Altri esorcismi trasformano lo zero punto nove in una crescita dell’uno per cento, che fa gioire chi si sarebbe accontentato dello zero punto sette. Prodotti finanziari sempre nuovi invadono il mercato ritenuto (ancora) sicuro delle obbligazioni: fondi di fondi che comprano fondi di fondi di fondi, in un regresso all’infinito dove il denaro non sai più dov’è. La finanza sta sfidando le singolarità cosmologiche dei buchi neri.

FINE VITA. Dj Fabo ha scelto di morire in Svizzera per porre fine ad una vita vegetativa di sofferenza, sollevando il solito strascico di polemiche. Il parlamento italiano abdica dalla decisione  in merito ad una legge così delicata e ci condanna non solo a vivere, ma anche a morire, nella solita palude. Se il potere legislativo latita, facciamoci forza con quello giudiziario, che dovrebbe giudicare Marco Cappato per aver portato Dj Fabo in Svizzera.

NUOVA VIABILITA’. Cinque giorni fa è stata finalmente completata la viabilità alternativa che percorro quasi quotidianamente per raggiungere la casa di Pinarella. La strada appena aperta non segue il rettilineo che si sarebbe potuto tracciare unendo i pezzi di viabilità già presenti, ma ha un profilo tortuoso, taglia gli orti di sbieco per evitare ciò che nel territorio esiste già, imponendo alle quattro ruote una danza di curve e di rotonde che tengono desto l’automobilista assonnato. La strada nuova è stretta, senza piste ciclabili e con il minimo marciapiede consentito dalla legge: non vuole augurare alla località turistica lo sviluppo sbandierato in campagna elettorale. Dove sono finiti i viali solenni del secolo scorso?

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Eridania, memoria e architettura

23 febbraio, 2017 § 1 Commento

cartoline-album-forli-5-b-477-1C’è ancora molto interesse intorno ad una fabbrica di zucchero dismessa. All’incontro sull’ex zuccherificio Eridania di Forlì -con Italia Nostra il 22 febbraio- c’è stata una bella partecipazione: più di cinquanta persone hanno ascoltato la mia conferenza e trentacinque si sono fermate a cena nella sala Endas di via Isonzo 119. La storia dello zuccherificio di Forlì si presta alle narrazioni: è stata lunga e vivace ed ha coinvolto migliaia di persone a cominciare dal 1899, divenendo addirittura tumultuosa cent’anni dopo, quando l’ex fabbrica, già chiusa dal 1972, avrebbe dovuto trovare una nuova identità nel panorama cittadino. Conflitti, astuzie, interessi di cordata ne compromisero il destino, che secondo il piano regolatore di allora (prima delle varianti) sarebbe dovuto essere di uso pubblico. L’azione decisiva di Italia Nostra negli anni intorno al 2000 preservò questo monumento da utilizzi impropri, che avrebbero snaturato l’enorme spazio verde su cui esso si affaccia a ridosso del centro storico di Forlì. Il vincolo architettonico, richiesto ed ottenuto da Italia Nostra nel 2001, innescò un braccio di ferro con i nuovi proprietari e perfino con l’amministrazione comunale, che nel frattempo aveva autorizzato la demolizione di alcuni edifici annessi al corpo di fabbrica, poco prima che il vincolo di tutela diventasse operativo. eridania-di-cesare-romagnoli-1Dopo i convegni del 2009 e del 2011, l’azione di Italia Nostra non è più l’unica voce a difesa di questo relitto del mondo industriale. Spazi Indecisi è una giovane associazione che dal 2010 si è imposta con un programma provocatorio: rivendicare l’uso pubblico di aree abbandonate, per condividere storie che costruiscono l’identità collettiva, anche in assenza di progetti di recupero. E’ un segno dei tempi: se il recupero ha costi inaccessibili, possiamo almeno cominciare ad utilizzare questi spazi con interventi minimi, come si faceva coi fori imperiali ai tempi delle invasioni barbariche. L’ex Eridania di Forlì è  spazio indeciso per eccellenza, di certo il più monumentale fra gli spazi indecisi del comprensorio forlivese, da vivere subito con la mediazione dell’arte fotografica, della musica, delle performance.20170209_183756La mia conferenza del 22 febbraio aveva però uno scopo diverso, forse più impegnativo: ricreare interesse intorno a quello che si faceva in fabbrica quando l’Eridania produceva zucchero. Alcuni disegni mostrano l’evoluzione dello zuccherificio di Forlì nel corso della storia, evidenziano le aggiunte, i rifacimenti, una progettualità d’alto profilo di cui si è persa memoria. L’edificio costruito da architetti di grido nel 1899 includeva le più aggiornate tecnologie del tempo, fra cui la prima rete elettrica, una magia per i forlivesi che allora usavano lumi a petrolio. Ancora negli anni cinquanta del Novecento i nuovi interventi strutturali venivano realizzati tenendo conto degli indirizzi decorativi di inizio secolo, rimodellati dal gusto razionalista degli anni trenta. Non si badava a spese: la rispettabilità di Eridania si esprimeva attraverso il decoro dell’edificio. Molte cose cambiarono poi nei decenni successivi: prima la crescita della produzione all’inseguimento di volumi sempre maggiori, poi l’abbandono nelle mani della concorrenza, che chiuse la fabbrica di Forlì il 31 ottobre 1972, senza preavviso. Da industria all’avanguardia, lo zuccherificio stava diventando una retroguardia dello sviluppo tecnologico. L’intera produzione saccarifera nazionale sembrava ormai un relitto ottocentesco quando nel 2005 gli industriali italiani cedettero ai concorrenti europei il diritto di produrre zucchero, in cambio di un congruo indennizzo di cui si è già persa memoria. Oggi è difficile pensare allo zucchero come ad un’industria del futuro, qui in Italia. Difficile forse pensare al futuro.davNon rinuncia all’ottimismo il dott. Sergio Bertuzzi, attuale presidente dell’associazione nazionale dei tecnici dello zucchero, cui dispiace sentir parlare di zuccherifici soltanto al passato. Dice che lo zucchero è ancora trainante per la tecnologia, ma le ultime imprese che ancora scommettono sullo zucchero italiano sono i due zuccherifici cooperativi, a Minerbio e a Pontelongo, gli unici da sempre al servizio di chi coltiva le barbabietole. Altri industriali hanno sfruttato l’agricoltura fino a strozzarla, tradita per trenta denari nel 2005, quando i contributi pubblici non offrivano più margini adeguati alle speculazioni finanziarie. Ne parliamo a tavola con ironia e malinconia, cercando di dare un nome ai colpevoli. Ma alla cena di Italia Nostra i tecnici dello zucchero sono solo una minoranza in fondo alla sala: una riserva indiana fra architetti ed artisti che già da decenni vivono lo zuccherificio come spazio di altre produzioni.IMG_20170222_212520 (2).jpg

Lo zuccherificio che c’era a Forlì

16 febbraio, 2017 § Lascia un commento

aldini_volantino-1Nel mese di ottobre 2007 recuperai una cartella di disegni dell’Eridania di Forlì, fra altri documenti della SFIR, poco prima che la struttura della fabbrica di Forlimpopoli fosse demolita. Chi aveva deciso di salvarli dall’oblio dell’ex Eridania di Forlì dopo la chiusura del 1972 si era reso conto del valore di questi documenti, i quali, dopo la chiusura dello zuccherificio di Forlimpopoli, rischiavano d’essere perduti una seconda volta. La cartella di cui parlo è solo una piccola porzione dell’archivio Eridania, ma molto significativa, perché comprende i disegni strutturali dei rifacimenti che interessarono lo zuccherificio di Forlì negli anni Cinquanta del Novecento. Dalla chiusura  fino ad oggi l’ex Eridania di Forlì è stata oggetto di numerosi dibattiti e di progetti di recupero più o meno interessanti, ma sempre accesi, vista la centralità del luogo e gli interessi che gravano attorno. Dopo più di quarant’anni, l’unico attore in grado di decidere il futuro di una struttura così significativa sembra essere il tempo, che inesorabilmente corrode le murature e trasforma il significato del luogo. Il fascino delle rovine ha reso famosa l’ex Eridania di Forlì come set fotografico. Anche qui come altrove l’archeologia industriale è una cornice suggestiva per fotografi amatoriali e ambisce tutt’al più a diventare sfondo architettonico per un recupero edilizio che difficilmente riuscirà a conservare il valore originario degli spazi interni ed esterni. Ma ad essersi ormai perduta, senza apparente possibilità di recupero, è la memoria del lavoro che si svolgeva fra quelle mura. L’Archeologia industriale non è solo architettura, ma anche storia delle macchine, civiltà del lavoro (così insegnava Eugenio Battisti).1954-prospetto-ovest I disegni tecnici dell’Eridania parlano proprio di questo: mostrano uno zuccherificio in evoluzione e, fra le murature, evidenziano i reparti di fabbrica, dove quasi si sente il rumore delle macchine! I rifacimenti degli anni cinquanta del Novecento, per quanto invasivi, non tolgono valore alla storicità del monumento, anzi testimoniano la continuità di un gusto decorativo. A distanza di cinquant’anni dalla fondazione, le ristrutturazioni del secondo dopoguerra ampliarono le finestre, prendendo come modello la lunga forma arcuata, che nell’impianto originario di fine ottocento caratterizzava solo il basso edificio centrale. L’ultimo ampliamento del 1954 diede alla fabbrica una veste omogenea, assecondando uno stile di inizio secolo, che ancora oggi affascina (e inganna) i cultori di archeologia industriale.dsc04585Parlando dell’Eridania è inevitabile il riferimento alla SFIR di Forlimpopoli, l’impianto industriale che nel 1973 ereditò maestranze e macchine dello zuccherificio forlivese. E’ curioso che l’Eridania sopravviva ancora come relitto nel paesaggio urbano, mentre la SFIR è scomparsa dall’orizzonte, dopo gli accordi comunitari del 2005 che ne decretarono, contestualmente, chiusura e demolizione, in cambio di un congruo indennizzo europeo. Nel 2005 ho immortalato in una serie di immagini gli ultimi giorni di lavoro dello zuccherificio di Forlimpopoli, che raccontano con una punta di tristezza la fine di un mondo, quello dello zucchero romagnolo.dsc04593

Gli alberi intorno

8 febbraio, 2017 § 1 Commento

20170208_075937 E’ d’inverno che gli alberi rivelano la loro storia nel disegno nitido dei rami  contro il cielo. Gli alberi nudi sono sempre incantevoli, si impongono allo sguardo come opere d’arte della natura, sembrano incisioni antiche o stampe giapponesi. Mi fermo a guardarli ai margini delle strade, li vedo isolati o in gruppo, nei campi e nei cortili, e vorrei trovare il tempo per disegnarli: qualche segno a matita, la giusta gradazione delle ombre e delle sfumature. I rami raccontano storie simili a quelle degli uomini: slanci e tagli dissennati, tentativi e storture, adattamenti imposti dalle circostanze. I sempreverdi si arrampicano sui tronchi esausti e ne mascherano la bellezza. Queste storie sarebbero state meno interessanti se fosse andato sempre tutto nel verso giusto.

Mi piace riconoscere l’umanità degli alberi d’inverno. So di sbagliare, eppure è forte la tentazione di attribuire comportamenti antropomorfi ai giganti del regno vegetale, riconoscere in loro una forma di intelligenza, o perlomeno un volontà, perfino degli stati d’animo. Sarà pure possibile un’etologia delle piante, ma non è al passo con l’etologia propriamente detta, che si occupa di animali, perché l’osservazione degli alberi richiede tempi lunghissimi ed un atteggiamento contemplativo lontano dalla sensibilità corrente. D’altro canto non sembra opportuno dedicare tempo e risorse allo studio degli alberi, visto che questi sforzi non hanno lo scopo di aumentare il valore d’uso delle piante, identificato schematicamente in legna, ombra e ornamento. In fatto di alberi manca una solida tradizione scientifica, mentre le tentazioni animistiche sono sempre in agguato.20170209_121547A colmare almeno in parte queste lacune ci ha pensato il libro di Peter Wohlleben, ex guardia forestale tedesca che ha deciso di coltivare una foresta vergine, per lasciare gli alberi liberi di crescere senza potature e senza altri interventi umani che interpretano il benessere delle piante in funzione di schematici valori d’uso. Pur senza troppi appoggi scientifici, gli spunti di questo attento osservatore aprono orizzonti incredibili. Dovremmo superare almeno il preconcetto degli alberi come creature solitarie, vista la rete di relazione che essi sono in grado di creare fra loro, perfino a distanza di centinaia di metri l’uno dall’altro, con messaggi di tipo olfattivo e con ragnatele di fili sotterranei che collegano le radici, scambiando così messaggi, alimenti e difese immunitarie contro gli attacchi dei parassiti. Per gli alberi non si può parlare di sistema nervoso, tantomeno di cervello, ma nelle loro radici c’è qualcosa da scoprire che assomiglia ad una centrale di controllo.

Gli alberi della stessa specie si sostengono a vicenda e si propagano nel territorio con strategie funzionali al successo della specie, tuttavia così lentamente da sfuggire agli osservatori del regno animale, abituati a fulminee lotte per la sopravvivenza. L’evoluzione per selezione naturale avviene anche nei boschi: l’individuo arboreo è immobile, ancorato a terra, ma le foreste si muovono e ingaggiano lotte con altre specie arboree su tempi millenari. Il bosco, creatura intermedia fra l’indivuduo e la specie, gioca un ruolo importante nell’evoluzione delle piante. Gli alberi non sanno nulla dell’individualismo degli animali, dove la competizione fra i membri della stessa specie è il motore della selezione naturale. Cosa avrebbe scritto Charles Darwin se si fosse occupato di piante, anziché di animali? Sarebbe un bel gioco capovolgere la prospettiva ed osservare non solo gli animali, ma anche gli umani, dal punto di vista degli alberi.20170211_145322

Dove sono?

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