L’innocenza perduta di Orhan Pamuk

26 gennaio, 2017 § Lascia un commento

E’ trascorsa ormai una settimana dalla giornata di studi promossa a Brera da Laura Lombardi e Massimiliano Rossi in onore di Orhan Pamuk: un’intera giornata di conferenze e dibattiti nell’aula magna dell’accademia milanese, con lo scrittore nobel turco indaffarato a commentare se stesso in un inglese euforico difficile da decifrare, a tratti spiritato. Il suo “Il Museo dell’Innocenza“, al tempo stesso museo e romanzo di grande successo, non ha riscosso apprezzamenti sempre unanimi. Sappiamo che il nobel trasforma il destino di un autore e rende importante qualunque manifestazione del suo ingegno. Forte del successo, chi vince un nobel può far leva sui mezzi di comunicazione disposti ad accordargli molta visibilità. Così Pamuk si è divertito a riproporsi come artista tout court. E’ incredibile, ma il mondo della critica d’arte è stato sedotto da questa performance, al punto da considerare il Museo dell’Innocenza di Istambul un museo vero, in competizione con la credibilità dei musei tradizionali. La casa-museo che Orhan Pamuk ha allestito nel 2012 nel quartiere Beyoglu di Istambul raccoglie una collezione di oggetti fittizi, i quali rimandano alla vita dei protagonisti, Kemal e Fusun, dell’omonimo romanzo d’invenzione. Il Museo dell’Innocenza è di certo una splendida operazione di marketing territoriale, con la quale Pamuk rende omaggio alla città cui deve tanto, ma cosa di più?

A Milano nell’aula magna di Brera arrivo alle dieci del mattino del 19 gennaio, quando la voce di Pamuk insegue ormai da un’ora le mille suggestioni culturali e autobiografiche dei suoi racconti. Mi sistemo in una sedia aggiunta in fondo alla sala, accanto ad una signora piuttosto anziana che mi chiede dove ho trovato il foglio con il programma della giornata. Non vedo Pamuk ma sento che parla al microfono. Tendo l’orecchio per cogliere il senso delle parole che dice in un inglese strano. Gli studenti dell’accademia stanno in piedi ai lati della sala o a sedere per terra: qualcuno ascolta con le cuffie, altri prendono appunti nei computer portatili e fanno fulminee ricerche sul web. Annoiati e senza sorriso, con le sciarpe intorno al collo vanno e vengono di continuo attraverso una porta che sbatte, l’unica in fondo alla sala. Salvatore Settis coordina la prima sessione del mattino e passa la parola ai relatori: la sua voce è fin troppo aulica in questa kermesse.

Verso mezzogiorno le prime file dell’aula magna diventano finalmente accessibili e la giornata assume l’aspetto di un classico convegno universitario. Negli interventi dedicati alle case museo milanesi, Lucia Pini parla della raccolta Bagatti-Valsecchi, singolarissima collezione privata e straordinaria fonte di ispirazione per Orhan Pamuk, da lui definita “uno dei cinque musei più importanti della mia vita”. Non l’ho mai visto e vado subito a visitare il Bagatti-Valsecchi, in via del Gesù, all’ora di pranzo. Mi lascio sedurre dagli arredi rinascimentali o pseudo-tali, allestiti con l’idea di far rivivere un’epoca antica in una casa privata di fine Ottocento. Qui la patina del tempo è un ingrediente irrinunciabile che dà sapore alle collezioni. La parola Museo può significare molte cose, ma include sempre un rapporto con la memoria. Se la memoria diventa finzione, che museo è?

Di ritorno a Brera ascolto il poliedrico intervento di Massimiliano Rossi, che si conclude con una richiesta di attenzione. Dopo aver visto il museo di Pamuk a Istambul, non è più possibile osservare con gli stessi occhi i sarcofagi del ricchissimo museo archeologico della stessa città, sull’altra sponda del Corno d’Oro. Non si coglie più la dimensione simbolica dell’oggetto storico, ma resta la pesantezza della materia, il disgusto del corpo in dissoluzione. E’ paradossale, ma l’innocenza dello sguardo è stata compromessa dalla banalità del Museo dell’Innocenza, che raccoglie mozziconi di sigarette, mutande, feticci di vario genere.

Un museo vero non può ridursi ad un’installazione d’arte contemporanea, perché gli oggetti storici hanno un significato che va oltre l’apparenza del gioco dei rimandi. La sedimentazione degli oggetti in una collezione, con la regia di un curatore o di una collettività, può effettivamente trasformare una raccolta in un’opera d’arte, ma perché ciò abbia senso servono tempo, memoria e verità. Commemorare Pamuk non significa farlo prevalere contro tutto e contro tutti. Spenti riflettori, la critica d’arte avrà il compito di circoscriverlo, senza farlo imperversare in ambiti non suoi. Se ci riesce.

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