Note di gennaio ’17

31 gennaio, 2017 § Lascia un commento

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NEVE. La neve non ha toccato le pianure del nord ma ha colpito le stesse montagne dell’Appennino che avevano già subito il terremoto, anzi il terremoto si è ripresentato insieme alla neve, nell’insolita concomitanza di crolli, frane e valanghe sulle montagne d’Abruzzo. Il salvataggio dei sopravvissuti dell’hotel Rigopiano è stato per giorni al centro della cronaca, più vero di un reality show. A volte la realtà prevale ancora sulle opinioni. Nella sconnessa ferialità dell’emergenza, le narrazioni festive della politica fanno una pessima figura.

TRUMP. In America da qualche giorno c’è un nuovo capo di stato, che pare spuntato dal nulla per una politica di contrappasso agli otto anni di Obama. Donald Trump ha archiviato il sogno global di un futuro senza differenze fra bianchi e neri, fra ricchi e poveri… Pensavamo che il muro con il Messico fosse una barzelletta, così come l’espulsione degli immigrati dai confini degli USA, invece sono legge, in men che non si dica. Il colore della pelle e lo spessore del portafoglio faranno ancora la differenza, almeno per qualche anno, nel futuro prossimo che assomiglia sempre più ad un passato deja vu.  Le opinioni di chi si oppone si fanno già sentire, ma la legittimità del presidente USA non può essere messa in discussione.

MEMORIA. Gli ultimi giorni di gennaio ormai per tradizione sono dedicati alla memoria dell’Olocausto. Quest’anno ho imparato che il campo di Buchenwald confinava con il giardino della casa di Goethe. Nessuna memoria può metterci al riparo dai rischi di una deriva distruttiva, perché le forme della stupidità umana sono molte e imprevedibili, sempre nuove, sempre diverse, e si annidano dove meno te lo aspetti. Capiterà ancora di dover alzare la guardia, ma sarà in una direzione inattesa, quando forse sarà ormai troppo tardi. Allora non resterà che cogliere l’ultimo istante per fuggire, sperando di trovare ancora un posto dove andare.

RENZI. Qualche giorno fa il nostro ex primo ministro è tornato a parlare dopo le lunghe vacanze di fine anno, come se non fosse successo nulla. L’esilio non si confà al suo temperamento, ma prima di riprendere la poltrona, dovrà segnare il territorio dentro il recinto del PD, dove altre vecchie volpi stanno già alzando la zampa. Lo aspettiamo per la battaglia finale, che potrebbe diventare l’ultima.

SIRIA. Perché parlarne, se in Italia è meno importante di San Remo?

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L’innocenza perduta di Orhan Pamuk

26 gennaio, 2017 § Lascia un commento

E’ trascorsa ormai una settimana dalla giornata di studi promossa a Brera da Laura Lombardi e Massimiliano Rossi in onore di Orhan Pamuk: un’intera giornata di conferenze e dibattiti nell’aula magna dell’accademia milanese, con lo scrittore nobel turco indaffarato a commentare se stesso in un inglese euforico difficile da decifrare, a tratti spiritato. Il suo “Il Museo dell’Innocenza“, al tempo stesso museo e romanzo di grande successo, non ha riscosso apprezzamenti sempre unanimi. Sappiamo che il nobel trasforma il destino di un autore e rende importante qualunque manifestazione del suo ingegno. Forte del successo, chi vince un nobel può far leva sui mezzi di comunicazione disposti ad accordargli molta visibilità. Così Pamuk si è divertito a riproporsi come artista tout court. E’ incredibile, ma il mondo della critica d’arte è stato sedotto da questa performance, al punto da considerare il Museo dell’Innocenza di Istambul un museo vero, in competizione con la credibilità dei musei tradizionali. La casa-museo che Orhan Pamuk ha allestito nel 2012 nel quartiere Beyoglu di Istambul raccoglie una collezione di oggetti fittizi, i quali rimandano alla vita dei protagonisti, Kemal e Fusun, dell’omonimo romanzo d’invenzione. Il Museo dell’Innocenza è di certo una splendida operazione di marketing territoriale, con la quale Pamuk rende omaggio alla città cui deve tanto, ma cosa di più?

A Milano nell’aula magna di Brera arrivo alle dieci del mattino del 19 gennaio, quando la voce di Pamuk insegue ormai da un’ora le mille suggestioni culturali e autobiografiche dei suoi racconti. Mi sistemo in una sedia aggiunta in fondo alla sala, accanto ad una signora piuttosto anziana che mi chiede dove ho trovato il foglio con il programma della giornata. Non vedo Pamuk ma sento che parla al microfono. Tendo l’orecchio per cogliere il senso delle parole che dice in un inglese strano. Gli studenti dell’accademia stanno in piedi ai lati della sala o a sedere per terra: qualcuno ascolta con le cuffie, altri prendono appunti nei computer portatili e fanno fulminee ricerche sul web. Annoiati e senza sorriso, con le sciarpe intorno al collo vanno e vengono di continuo attraverso una porta che sbatte, l’unica in fondo alla sala. Salvatore Settis coordina la prima sessione del mattino e passa la parola ai relatori: la sua voce è fin troppo aulica in questa kermesse.

Verso mezzogiorno le prime file dell’aula magna diventano finalmente accessibili e la giornata assume l’aspetto di un classico convegno universitario. Negli interventi dedicati alle case museo milanesi, Lucia Pini parla della raccolta Bagatti-Valsecchi, singolarissima collezione privata e straordinaria fonte di ispirazione per Orhan Pamuk, da lui definita “uno dei cinque musei più importanti della mia vita”. Non l’ho mai visto e vado subito a visitare il Bagatti-Valsecchi, in via del Gesù, all’ora di pranzo. Mi lascio sedurre dagli arredi rinascimentali o pseudo-tali, allestiti con l’idea di far rivivere un’epoca antica in una casa privata di fine Ottocento. Qui la patina del tempo è un ingrediente irrinunciabile che dà sapore alle collezioni. La parola Museo può significare molte cose, ma include sempre un rapporto con la memoria. Se la memoria diventa finzione, che museo è?

Di ritorno a Brera ascolto il poliedrico intervento di Massimiliano Rossi, che si conclude con una richiesta di attenzione. Dopo aver visto il museo di Pamuk a Istambul, non è più possibile osservare con gli stessi occhi i sarcofagi del ricchissimo museo archeologico della stessa città, sull’altra sponda del Corno d’Oro. Non si coglie più la dimensione simbolica dell’oggetto storico, ma resta la pesantezza della materia, il disgusto del corpo in dissoluzione. E’ paradossale, ma l’innocenza dello sguardo è stata compromessa dalla banalità del Museo dell’Innocenza, che raccoglie mozziconi di sigarette, mutande, feticci di vario genere.

Un museo vero non può ridursi ad un’installazione d’arte contemporanea, perché gli oggetti storici hanno un significato che va oltre l’apparenza del gioco dei rimandi. La sedimentazione degli oggetti in una collezione, con la regia di un curatore o di una collettività, può effettivamente trasformare una raccolta in un’opera d’arte, ma perché ciò abbia senso servono tempo, memoria e verità. Commemorare Pamuk non significa farlo prevalere contro tutto e contro tutti. Spenti riflettori, la critica d’arte avrà il compito di circoscriverlo, senza farlo imperversare in ambiti non suoi. Se ci riesce.

Una vita scritta con gli occhi

18 gennaio, 2017 § Lascia un commento

Ho un certo ritegno a parlare di zia Oriana, malata di SLA e immobile a letto dal 2012. Ho sempre esitato a farlo, perchè sapevo che non sarei riuscito a mettermi nei suoi panni. Temevo di travisare la realtà di un’esperienza così estrema, usando parole inadeguate. Le persone che conosciamo fin da bambini  rispecchiamo una parte della nostra identità. Riconosciamo noi stessi nel loro ricordo, fatto di voci, gesti e sguardi. Un cambiamento drastico delle loro condizioni di vita, lo rispecchiamo inevitabilmente nella nostra coscienza. Dunque avrei potuto raccontare il mio rapporto con zia Oriana negli ultimi cinque anni: quando andavo a trovarla nella casa di Forlimpopoli e la sentivo parlare (perché ancora parlava) appollaiata su una enorme sedia a rotelle, oppure avrei potuto raccontare la prima volta in cui la vidi nella residenza sanitaria Al Parco di Forlì alla fine del 2012: era immobile a letto con una febbre terribile che non accennava a diminuire, temevo avesse i giorni contati e non immaginavo che il futuro potesse offrirle ancora qualcosa di importante nel mondo dei vivi. Dopotutto le malattie sono soltanto un momento di transizione -pensavo- e si risolvono abbastanza in fretta, o in un ritorno alla vita piena, o nella morte. Non avevo fatto i conti con l’inedita possibilità di ritrovare intatto lo spirito di un corpo immobile nelle parole scritte con gli occhi. Un computer sensibile ai movimenti delle pupille ha modificato il decorso della malattia, rimettendo in gioco le relazioni di zia Oriana, la sua costante voglia di fare, il desiderio di rendersi utile con l’esempio. Nel corso di un paio d’anni con questo ausilio infomatico lei ha scritto di getto un libro autobiografico, che insieme abbiamo intitolato La mia vita scritta con gli occhi: un traguardo presentato lo scorso 9 gennaio in un evento pubblico promosso a Forlì nella residenza sanitaria Al Parco.

Andrea Canevaro, noto per le ricerche di pedagogia speciale, si è appassionato alla storia di zia Oriana e le ha proposto di pubblicare l’autobiografia nella collana Domino, da lui diretta presso l’editore Erickson di Trento, insieme ad un contributo scientifico del prof. Rabih Chattat, dedicato alla memoria nella terza età, chè è molto importante per ricostruire l’identità degli anziani con disabilità acquisite. Sempre più persone sono costrette a rinegoziare il rapporto con il mondo a causa di incidenti o di malattie degenerative che inducono gravi disabilità. Per quanto pesanti, le disabilità acquisite non sono l’annuncio della fine, ma propongono nuove condizioni dell’esistenza, dove occorre ridefinire la propria coscienza in una veste nuova. Il prof. Canevaro ha sottolineato che la ricerca scientifica trae vitalità dalle narrazioni esperienziali. Per questo l’autobiografia affiancherà alla pari, nello stesso volume della collana, l’indagine scientifica del prof. Chattat. Non appena questo prestigioso volume sara pubblicato, ci incontreremo ancora nella residenza sanitaria Al Parco per parlarne. Nel frattempo, chi volesse leggere subito l’autobiografia, può richiederla al sig. Giuseppe Brescia, referente provinciale AISLA di Forlì-Cesena, in cambio di un’offerta all’associazione dei malati di SLA (cell.: 347 4273636). Io ho avuto il compito di scriverne la prefazione…

Vedute romane, il foro

7 gennaio, 2017 § 1 Commento

20170104_104107L’ingresso su via dei Fori imperiali è ancora in ombra alle dieci del mattino, con due file di visitatori in coda davanti ad una biglietteria posticcia. Scorrono lentamente e la fila non si riduce, perché non è semplice comprare il biglietto. Per entrare nel Foro esistono infatti varie possibilità, da spiegare all’occorrenza in inglese, francese, tedesco: formule cumulative che includono altri siti, ma non tutti, ed obbligano a comprare comunque, insieme al Foro, il biglietto del Colosseo e del Palatino. In più è possibile dotarsi di audioguide combinate con prezzi differenti, ottenere riduzioni per studenti, bambini, insegnanti che però devono documentare l’essere insegnanti con opportune referenze. Le strategie del marketing progrediscono e trasformano la biglietteria del Foro romano in un’agenzia viaggi, dove il biglietto non si compra ma si costruisce su misura, nella doppia illusione di risparmiare e di guadagnarci qualcosa. Con un costo aggiuntivo di quattro euro, da qualche mese è anche possibile vedere le belle decorazioni romane del secondo stile nella casa di Livia, con una visita accompagnata ogni giorno alle 12 e 45. Non è il caso di lasciarsele sfuggire.20170104_105939Con la famiglia al seguito, come in metropolitana passo da un tornello che conta gli accessi, per vedere tutto d’un fiato la valle del foro e il colle del Palatino. I resti della basilica Emilia danno l’impressione di un luogo ripulito, coi percorsi segnati da transenne. I turisti numerosi pascolano qua e là con le audioguide all’orecchio, o al seguito di guide autorizzata in carne ed ossa, che additano la curia d’età repubblicana e la bizantina colonna di Foca come espressioni della stessa civiltà, nonostante i sette secoli che le separano. I mille anni di storia antica del foro si schiacciano sulla superficie scabra degli scavi moderni. L’ultimo strato della storia qui non è stato aggiunto, ma sottratto all’inizio del milleottocento, per ripristinare un astratto piano antico ad uso degli archeologi e dei viaggiatori. Ma la solitudine dell’esploratore con in mano la pianta degli scavi oggi non sembra più al passo con i tempi. La mia voce che scava nella memoria non è credibile, quando provo a coinvolgere chi mi sta accanto in un racconto simile a quello delle guide autorizzate.20170104_104917Senza ausili elettronici ci si sente un po’ nudi. Per fortuna ci sono le fotocamere ed i bastoni dei Selfie che animano il protagonismo dei turisti fra il Campidoglio e l’arco di Settimio Severo. Le colonne del tempio di Saturno, insieme a quelle dei Dioscuri e delle Vestali, sembrano messe lì in posa per ricreare l’idea romantica delle rovine. Vecchie lapidi di travertino, di un passato recente nel quale era ancora normale fermarsi a leggere, recitano brani di autori latini e spiegano la funzione degli antichi edifici in relazione ad una storia condivisa dai turisti fino a non molti anni fa. Ma nel nuovo itinerario con le audioguide, le fotocamere ed i bastoni dei selfie, sono già entrate anche loro a far parte delle rovine. Mi fermo a leggerle senza dare nell’occhio e senza pretendere di trasmettere ad altri il significato di quelle scritte, che guidano in silenzio il visitatore dalla valle del foro verso il Palatino.20170104_104605Il colle più antico di Roma nasconde le prime capanne preistoriche, ma prende il nome dal grande palazzo degli imperatori di mille anni dopo: una collina a forma di palazzo, un intrico di muri e di volte sotterranee cresciute le une sulle altre, da Augusto a Domiziano, fino ai Severi ed alla decandenza dei secoli successivi. Ai piedi di questo Palatino è sorprendente il riuso di alcuni ambienti imperiali nella chiesa di Santa Maria, non per niente detta Antiqua, famosa per i rari dipinti bizantini alle pareti, i quali esprimono una civiltà successiva al Foro romano, ma ancora non rinnegano la centralità del Foro in relazione alla città eterna. L’abbandono, le rovine, la trasformazione del Foro in ambiente rurale sono eventi successivi, del nono secolo dopo Cristo, da mettere in relazione con un sisma che fece crollare le volte dei palazzi imperiali e di Santa Maria Antiqua. Un restauro esemplare, finanziato negli anni duemila dal World Monument Fund e dalla fondazione Kress, rende questa chiesa accessibile nel normale circuito turistico, non so immaginare fino a quando.20170104_114038Fra la valle del foro e il colle Palatino, l’area del primo parco archeologico della capitale richiede parecchio tempo per essere percorsa, e quasi non mi accorgo delle campane che già suonano a distesa il mezzogiorno. Mancano tre quarti d’ora alla visita della Casa di Livia, per cui ci sarebbe tempo per un caffé, ma non trovo l’indicazione di un bar e neppure un distributore automatico. Per cercarlo non è consentito uscire dal grande recinto del Foro e del Palatino, perché come in metropolitana il biglietto degli scavi vale una corsa: così spiega una funzionaria in vetrina sotto l’arco di Tito a due sprovveduti anziani del nord Europa, che sarebbero usciti volentieri per cercare un ristorante, rientrando poi con calma nel pomeriggio. Ma l’ozio del gran tour non si addice al marketing contemporaneo delle rovine.20170104_122311La salita ai resti dei palazzi imperiali è rapida e puntualissima alle 12 e 45, dietro i passi spediti di un’accompagnatrice di coopculture che ha in gestione l’apertura del sito. Cominciamo dalle maschere dipinte nelle stanze di Augusto. Le figure fantastiche stimolano la percezione più di quanto avrebbe fatto un caffé. I disegni, le grottesche e le prospettive illusionistiche ingannano lo sguardo che oscilla fra l’essere qui e l’essere altrove, non solo nello spazio ma anche nel tempo. I frammenti della storia appaiono all’improvviso come rivelazioni: echi di una remota perfezione disgiunta dal presente e destinata a svanire. Le stanze coi dipinti più belli sono visibili solo dall’esterno, protette da porte di cristallo che riducono i danni dell’aria sulle pareti, ma non quelli della luce che risveglia dal sonno le immagini. 20170104_125900.jpgDopo aver visto le piccole stanze della casa di Augusto, le grandi pareti del triclinio di Livia sembrano enormi ed approssimative: è la patina del tempo che le fa apparire meno accurate. L’itinerario fra le pareti dipinte si conclude quando ormai sarebbe ora di mangiare. Il tempo del Palatino si dilata nell’eternità e non si addice alle esigenze di un turismo formato famiglia. Alle due del pomeriggio mi attardo da solo nelle stanze dell’antiquarium, riaperto alla fine del 2014 dopo decenni di lavori. Gli oggetti, le sculture d’età imperiale, le maschere di terracotta sono finalmente esposte in un allestimento che ricorda le mostre temporanee. Da quel che sento dire, l’antiquarium del Palatino sembra però destinato a pesanti trasformazioni (si parla di sistemare proprio qui un ristorante di lusso, con l’illusione di portar soldi nelle esangui casse della soprintendenza archeologica…).20170104_135945Basterebbe un caffé, ma il marketing detta la rotta: da una parte i grandi numeri del turismo mordi & fuggi, che deve togliersi di mezzo dopo aver pagato il biglietto, dall’altra i pochi ricchi che comprano un’esperienza di lusso nella cornice delle rovine. Le meditazioni dei turisti colti (quelli in grado di restituire alle rovine il significato autentico) sono marginali in questa economia turistica, tutt’al più utili per i magri stipendi delle cooperative che hanno in appalto i siti aperti su richiesta. A nessuno è venuto ancora in mente di istituire un abbonamento annuale, che consenta di reiterare l’accesso ad un certo numero di aree di valore. Un abbonamento trasformerebbe i luoghi di interesse culturale in un parco dove passeggiare, discutere, intrecciare la propria quotidianità. Potrebbe essere regalato agli amici e il marketing ne avrebbe di che guadagnare, anno dopo anno. Richiederebbe però un coordinamento fra soggetti pubblici e privati in eterno conflitto, una pianificazione del futuro aldilà degli eventi e delle emergenze, unici stimoli cui siamo ormai assuefatti.20170104_141614Il cantiere della linea C della metropolitana accoglie oggi chi esce dal parco dei Fori verso il Colosseo con l’impatto delle grandi opere che ritardano la fine dei lavori, per spendere soldi pubblici in deroga ad ogni limite di bilancio e di buon senso. Lo scavo di un tunnel nel cuore di Roma antica sembrava impossibile cinquant’anni fa, ma adesso è stato sdoganato invocando lo stravagante nome di metropolitana archeologica. Il piano di realtà dei Fori romani è suscettibile di nuove interpretazioni, sia sopra che sotto terra. E’ un palinsesto che si consuma, ma non trova pace in una configurazione stabile, perché non siamo a ancora usciti dalla storia. Per il futuro è interessante l’idea di Fuksas, che vuole ricostruire strade e piazze medievali come ponti sospesi sulle rovine romane rimesse in luce nel corso degli ultimi secoli. Non è male, a patto però che sia una cosa semplice e senza testa fra le nuvole. Per quel che mi riguarda, sarei felice di tornare negli orti farnesiani, dove il passato degli ultimi secoli non è stato eroso, e nella vicina vigna Barberini, dove la storia sembra essersi fermata al viaggio di Goethe.

bty

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