Sommario 2016

31 dicembre, 2016 § Lascia un commento

Credo che il significato della rete sia ancora nella ragnatela del world wide web delle origini, e non nei clic compulsivi e nei likedove l’intelligenza dell’utilizzatore si esprime in superficiali contatti on-off che scivolano sui contenuti. Se il web semantico resta un’utopia, possiamo comunque impegnarci a selezionare le connessioni che rispecchiano il gusto, gli interessi, la qualità della partecipazione in rete. Alla fine del 2016 ho esplorato le possibilità del web come stanza della memoria, laboratorio di connessioni e di immagini da condividere. Con un clic sulle parole evidenziate in grassetto si entra nel link corrispondente.

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Nel corso del 2016 ho pubblicato cinquanta post suddivisi come al solito fra IMPRESSIONI d’attualità, pagine di DIARIO, recensioni di LIBRI, considerazioni su LUOGHI d’interesse culturale, resoconti di VIAGGI.

VIAGGI  mi hanno portato in Provenza all’inizio della primavera, a Londra a luglio e poi in vacanza in Val Venosta alla fine di agosto. In Provenza racconto le visite ad Avignon e ad Arles, ma l’itinerario include anche St.Remi, Orange e Vaison la Romaine, fino alle pendici del Monte Ventoso. Passeggiate a parte, a Londra dedico particolare attenzione al British Museum e al museo di storia naturale, al significato delle collezioni e delle  raccolte di libri: quant’è difficile traghettare in un presente multimediale gli allestimenti tradizionali di musei e gallerie…

Commenti sul presente e sul futuro delle esposizioni d’arte sono anche in relazione ad Artefiera –Il valore dell’arte e in Storie di facciata, dedicato al rinnovamento dell’Opera del Duomo di Firenze, a confronto con altre storie di minor successo. Nel Silenzio del rinascimento torno a parlare delle mostre di moda a Forlì, mentre in Luci e ombre in Cappella Sistina osservo gli effetti della politica dei giacimenti culturali in un luogo simbolo dell’arte italiana. Impressioni su altri LUOGHI del turismo culturale toccano piazza San Pietro all’inizio dell’anno santo, Siena d’estate, la valle del Metauro in autunno, Volterra d’inverno.

I LIBRI che ho citato nel 2016 parlano del difficile rapporto fra il cervello in rete e la mente letteraria. Altri testi che ho avuto occasioni di commentare sviluppano i temi delle neuroscienze:  The future of the brain, edito da G.Markus e J.Freeman, e Il cervello e il senso della vita, appassionante saggio di scienza e filosofia scritto da Paul Thagard e tradotto in italiano da Arnaldo Benini.

Pagine di DIARIO prendono spunto dalla buona scuola di babele che finisce sempre prima e che frequento come insegnante di matematica, ma includono anche momenti rilassanti: i fuochi alla fine dell’inverno, ciò che vedo dalla finestra, le passeggiate in bicicletta, l’arrivo dell’estate, la spiaggia dello zio, i concerti sinfonici alla fine dell’estate. Altri post sono semplici annotazioni. I dettagli di quello che vado a fare in giro trovano comunque spazio nell’AGENDA, che con altre minuziose note affianca da tre anni I’ve got a project!

Le IMPRESSIONI del 2016 sono state perlopiù ispirate dalle grida del governo Renzi: le riforme, gli immigrati ed il referendum costituzionale. Fra le altre cose, ha avuto un certo successo quello che ho scritto in agosto sul terremoto di Amatrice e, in aprile, sul doppio trentennale di internet e Chernobil. Non ho preso parte ai discorsi di politica estera, con l’unica eccezione di un commento all’elezione di Donald Trump, il presidente briscola.20160826_155049

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Cronache di fine anno

27 dicembre, 2016 § 1 Commento

Il mondo non è finito il 4 dicembre, nonostante il NO al Renzerendum. La borsa di Milano non ha subito scosse, anzi pare essersi rivitalizzata. Ci avrei scommesso: in effetti le cose rotolano da sé, basta assecondare i poteri forti che si celano dietro le quinte ma sanno collocare nei ruoli chiave chi li sostiente, impedendo di esistere a chi si oppone. Non c’era bisogno di Renzi per salvare il Monte dei Paschi, c’è chi lo farà al posto suo, a spese del debito pubblico. Gentiloni non è solo il nome del nuovo capo di governo, ma l’aggettivo giusto per qualificare l’intera compagine dei ministri, che non sono più freschi, ma riscaldati con aromi gentili, anzi gentiloni, senza il piglio napoleonico di chi ci ha governato fino a ieri. Dopo la prima impressione si avverte comunque il solito retrogusto: il nuovo ministro dell’istruzione Valeria Fedeli è una rappresaglia contro la scuola, che non ha voluto ammettere  d’essere diventata “buona” ed ha votato NO al referendum.

Non tutti però sono fedeli e gentili. Il ministro del lavoro Giuliano Poletti, gloria del PD romagnolo, prima di Natale ha imperversato sui media, senza rendersi conto dell’enormità di aver mandato letteralmente a quel paese i giovani cervelli in fuga dall’Italia. Un errore di comunicazione che non turba gli animi gentiloni della maggioranza, ma ha avuto ripercussioni sul figlio del ministro, Manul Poletti, sedicente giornalista accusato di plagio (e di altro) in relazione ad un periodico romagnolo balzato agli onori della cronaca. Le colpe dei padri ricadono biblicamente sui figli, ma le minacce di morte e il clima insostenibile sono il riflesso di un’ingenua esposizione mediatica, che un giornalista dovrebbe prevedere e fronteggiare. Il profilo facebook di Manuel Poletti racconta tutto su di lui, moglie, figlia: sappiamo perfino come si chiama il suo cane e quando è andato ad abitare nell’appartamento nuovo di Cesena, zona ippodromo.

Invece avremmo preferito non sapere nulla di Fabrizia di Lorenzo, unica italiana contata fra le dodici vittime travolte dal TIR a Berlino. Anche lei era una di quelli che “si sono tolti dai piedi”, per dirla con Poletti. Si era tolto dai piedi pure il terrorista Anis Amri, forse perché in Germania è più facile fare attentati, non essendoci strade strette, lavori in corso, rotatorie inutili che ostacolano la folle corsa di un TIR contro i mercatini di Natale. L’inefficienza delle infrastrutture è il baluardo della penisola italiana contro le aggressioni, ma l’intraprendenza dei singoli a volte ci stupisce. Hanno fatto notizia i giovani agenti di polizia che a Sesto San Giovanni hanno ucciso con un colpo di pistola Amri, rientrato in Italia dopo l’attentato di Berlino, forse perché credeva d’essere al sicuro. Tutto il mondo occidentale si è complimentato, ma è incredibile che da noi si sia cominciato a discutere sulla legittimità di quest’uccisione: ci sono taglie da far west sul suolo europeo, storie di giovani guardie e ladri che fanno i conti con questo presente, ma c’è pure chi ha ancora in mente il diritto universale, figlio dell’ultima contestazione del Novecento. La coperta si è accorciata e i piedi dell’Europa sono già freddi. A temere il terrorismo sono soprattutto i giovani che hanno disdetto le vacanze di fine anno.

Dicono che l’accoglienza sia il male minore per evitare peggiori forme di radicalizzazione del mondo islamico, dunque una scelta opportunista, se non proprio umanitaria. Crediamo di vincere perché siamo accoglienti, ma prevalgono come al solito le divisioni. Il commissario europeo all’integrazione dovremmo chiamarlo Montezuma.

Volterra d’inverno

13 dicembre, 2016 § 3 commenti

20161203_125143A Volterra arriviamo un sabato mattina di dicembre, dopo aver inseguito a lungo il miraggio di questa città stesa sul crinale, dalla strada che sale e poi scende e ancora sale in un paesaggio sempre più vasto. Qui lo spazio perde peso e si dissolve in cielo. Lo sguardo deve dotarsi di un metro nuovo ed abbandonare le certezze dei paesaggi del Chianti e della Val d’Elsa. A sinistra l’orizzonte si allarga verso le colline metallifere dove la foschia si confonde coi vapori luciferini degli impianti geotermici. Dopo averla inseguita a lungo, ormai in prossimità della cima Volterra non si fa più notare. Sfioriamo i torrioni della fortezza discreta e sognante, che nasconde il carcere, ed eccoci subito in centro senza il preavviso di una periferia.20161203_135523E’ giorno di mercato e per l’auto c’è posto solo giù dalla rampa elicoidale di un parcheggio a pagamento, al terzo piano sotterraneo. Tornati in superficie, facciamo sosta in un bar dalle porte pesanti di legno e di vetro, dove i soffitti antichi affiorano fra gli arredi contemporanei. Fuori c’è gente, ma non è la calca di una grande città. Furgoni e bancarelle occupano ogni metro di piazza dei Priori con il mercato dell’abbigliamento e proseguono dietro, fra il Duomo ed il Battistero, con il mercato della carne e del pesce. I corpi solenni dei maialini in porchetta stanno esposti in vetrina sul sagrato. L’accento toscano di alcuni ambulanti si mescola alle voci asiatiche di altri che a Volterra vendono scarpe come a Singapore.20161204_105150Un unico isolato racchiude a Volterra i due monumenti più importanti –la cattedrale e il palazzo dei Priori– contigui e di spalle, legati insieme da una storia che nel medioevo ha fatto coincidere il potere politico con quello religioso, facce della stessa medaglia ai tempi della famiglia Pannocchieschi. Leggo nella guida che il palazzo dei Priori di Volterra è il più antico della toscana, o almeno quello che conserva meglio di altri i tratti della costruzione originale. Non ha l’eleganza del palazzo pubblico di Siena, né la grandiosità di Palazzo Vecchio a Firenze, ma li ricorda entrambi in una forma archetipica che anticipa le manifestazioni più illustri dell’architettura civile italiana. La piazza dei Priori è un cortile monumentale su cui si affacciano nobili palazzi traforati di bifore, in parte antiche, in parte rifatte nel revival novecentesco dell’architettura medievale. 20161204_112148Questa piazza sembra una versione più semplice e rozza di quella del Campo di Siena, dove le strade di traffico non entrano ma corrono intorno, stringendo la piazza in uno spazio raccolto e meditativo, adatto agli affari, alle adunate ed alle cerimonie. Prima del rintocco dell’una saliamo sulla torre del palazzo dei Priori, la quale svetta come un prisma di forma irregolare. Di lassù l’orizzonte è vastissimo e delimita a perdita d’occhio il territorio che faceva capo a Volterra negli anni di maggiore sviluppo della città etrusca, nel quarto secolo avanti Cristo. Il perimetro della città aveva allora un’estensione di sette chilometri e si ramificava in borgate divenute oggi campagna, verso nord e verso ovest, dove è facile imbattersi nei macigni della cinta muraria etrusca, troppo vasta per la città medievale che si arroccò nell’angolo meridionale, imperniato sull’antica porta “dell’arco20161204_153311Le ragioni che determinarono l’eccezionale sviluppo di Volterra prima dei Romani non bastarono a garantirle un analogo successo nell’età dei Comuni, quando i commerci della lana e delle stoffe surclassarono miniere e agricoltura. Allora Firenze si fece avanti e ricondusse a sé il territorio di questa città, trasformando Volterra in un satellite del potere mediceo. Segno della conquista fiorentina sono le lunghe mura della fortezza che chiudono ad oriente il profilo della città. Questa rocca dai bastioni rotondi ha un ruolo ambiguo, più a difesa di se stessa che del territorio. La separa dal centro monumentale il giardino dell’acropoli, in lieve pendenza, sul quale svettano in lontananza le torri dei Priori e del duomo. Nella luce di un timido sole pomeridiano si fa avanti un giovane custode che ha voglia di parlare.20161203_143427Invita a scendere nella cisterna sotterranea d’età romana, riaperta al pubblico solo pochi mesi fa, dove Luchino Visconti aveva ambientato una famosa scena del suo Vaghe stelle dell’Orsa, capolavoro in bianco e nero del 1965, che è stato utilizzato per la promozione turistica di Volterra, ma ormai non è più adatto alle esigenze del marketing territoriale contemporaneo. La scala a chiocciola di metallo è la stessa che scendeva Claudia Cardinale. In fondo lo spettacolo è davvero sorprendente: tre navate divise da pilastri, con travi di pietra che scaricano la spinta lateralmente, quasi fossero archi orizzontali. Qui si capisce che la chiave di volta inventata dagli etruschi, a noi nota nelle riedizioni ellenistiche e romane, esprime un concetto semplice: “la forma della pietra dà la direzione alla spinta”. Il disegno circolare dell’arco è solo un caso particolare di questa idea ben più vasta. 20161203_142048Nella bella stagione arrivano a Volterra molti turisti americani -il custode dice Texani- che non sanno spiegarsi come mai la rocca sia un carcere di massima sicurezza. Un monumento tanto appariscente dovrebbe essere il fiore all’occhiello del parco tematico medievale, da visitare a pagamento: una fonte di reddito e non un costo per la repubblica italiana. Ma queste prigioni sono all’avanguardia, dice il custode, come carcere “premiante”, perché a Volterra i detenuti sono impegnati in attività di recupero: teatro, artigianato, agricoltura, tanto che, finita la pena, rimangono qui e sposano le badanti dell’est. Qualcosa di simile succedeva anche con gli ospiti dell’ex manicomio, un’isola dentro la città dove i ricoverati sperimentavano timidi processi di integrazione ben prima della legge Basaglia. Come i matti archeologi arruolati da Enrico Fiumi per gli scavi del teatro romano nel 1950. 20161203_154149Strano che nessuno prima di Fiumi avesse intravisto il teatro romano nel punto in cui le mura della città ed il pendio esterno seguono chiaramente l’arco di un teatro antico, e che ci volesse l’intraprendenza dei matti di Volterra per scavare lì dove c’era un campo da calcio. I lavori di restauro, poi, hanno fatto fin troppo per ricostruire la magnificenza della scena. A Volterra i Romani arrivarono dopo gli Etruschi e furono invasori in una vita cittadina che aveva avuto momenti migliori nelle epoche precedenti. Forse per questo i resti dell’epoca romana non hanno ricevuto la stessa attenzione delle necropoli etrusche, cercate ovunque nella campagna. Potrebbe essere una coincidenza, ma nel museo etrusco Guarnacci ancora oggi troviamo chiusa la sezione romana, mentre possiamo ammirare le sale della preistoria e le altre destinate alle urne di tradizione etrusca, ordinate in fila, per tipologia, come in un’altra scena memorabile del film di Visconti. 20161204_130553.jpgIl ragazzo del bookshop dice che sta tornando d’attualità il vecchio modo di esporre i materiali. Anche se le raccolte di oggetti seriali sembrano monotone, affascinano proprio perché sono ripetitive, quasi ossessive. Pazienza se non piacciono agli americani che scappano via dopo pochi minuti: per loro c’è il museo della tortura, franchising di un geniale imprenditore dell’economia turistica. L’albergo dove andiamo a pernottare nei pressi di porta Fiorentina è un quattro stelle un po’ sopravvalutato, chiamato La Locanda, sempre in offerta su booking. E’ molto curato nei particolari, ma lo spazio è minimo, soprattutto nell’ingresso. All’esterno è murata la lapide che ricorda uno storico locale dell’Ottocento (Anton Filippo Giachi) accanto ad un paio di rilievi scolpiti, probabili frammenti di urne. Il sabato sembra destinato ad un tranquillo epilogo serale, ma all’ora di cena i parcheggi a pagamento fuori porta Fiorentina cominciano a riempirsi. 20161204_150001 I passi rumorosi di via Guarnacci fanno eco nella stanza dell’albergo fino a notte fonda. Come con il mercato del mattino, anche di sabato sera il centro contraddice il torpore dei ricordi etruschi e si rianima, non tanto nelle piazze, ma nel corso. Per la cena scegliamo una trattoria fuori mano sulla quale incombe un torrione del castello, nei pressi Porta Selci. Si chiama la Pace ed è un posto davvero tipico, con ottime carni abbondanti ed un oste stravagante, che vanta una carriera da motociclista ed un gran successo su tripadvisor. Di ritorno lasciamo l’auto nel vasto parcheggio gratuito fuori porta della Docciola e risaliamo nell’ombra le lunghe scale verso il centro, con alle spalle gli archi gotici della fonte, inatteso angolo di medioevo. Il pubblico del sabato sera rumoreggia in via Matteotti, che è l’antico cardine della città, ma nella piazza regna un silenzio irreale.20161204_093549-1L’indomani mattina, domenica del referendum, il cielo è sereno e dopo un’ottima colazione esploriamo l’altra metà della storia, che nel medioevo di Volterra si manifesta attraverso l’arte sacra. Troviamo aperta la chiesa di San Michele, ma dietro gli archi ciechi e le sculture della facciata romanica c’è un polveroso interno ottocentesco, coi raggi del sole che però illuminano la bella terracotta robbiana nella nicchia di marmo fiorentino, a sinistra dell’altare. Chiese grandi e piccole dovrebbero essere aperte nei giorni di festa, ma non è detto che sia sempre così. Entriamo in  San Lino, dove una vecchia signora smette di pregare per dire che Lino, papa dopo San Pietro, era nato proprio lì nella casa accanto. Questa chiesa povera di luce, restaurata un decennio fa, è piccola come un oratorio, ma conserva una bella serie di lunette dipinte da Cosimo Daddi verso il 1620.20161204_100901Poco più avanti lungo via San Lino c’è la chiesa di San Francesco, dove il portone sembra chiuso in modo definitivo. Neppure di domenica è possibile entrare, né vedere la cappella della croce di giorno, dipinta da Cenni di Francesco nel 1410. Pare che questa chiesa sia stata chiusa a seguito di un furto, ma la ragazza dell’ufficio turistico non sa dire di più. Sua competenza sono i musei del circuito comunale, ben organizzati e mantenuti in rete dal biglietto cumulativo, mentre dei siti religiosi non conosce gli orari di apertura. Dice che possiamo vedere il Duomo e il battistero, ma non il museo d’Arte Sacra, chiuso da tre anni e in attesa d’essere trasferito altrove, forse nella chiesa di Sant’Agostino ancora in restauro, o addirittura in un’altra città. Sembra che al vescovo non interessi la valorizzazione turistica: di certo l’immagine di Volterra ne esce dimezzata.20161204_102543Dalla chiesa di San Francesco si può comunque scendere verso porta san Felice, dove un altro angolo di medioevo svela fonti così simili a quelle della Docciola, da far credere d’essere a due passi dal grande parcheggio gratuito. In realtà siamo agli antipodi del circuito delle mura medievali, nel quartiere dei Francescani che è simmetrico a quello degli Agostiniani rispetto a Piazza dei Priori. Lungo le mura che risalgono verso il Duomo confido di vedere le isole dell’arcipelago toscano, così come recita il paragrafo introduttivo della guida rossa del Touring, ma la foschia ristagna sull’orizzonte e libera il cielo solo su un frammento di mare in direzione di Cecina. A nord si stagliano i monti Pisani e da questo panorama credo di capire perché Volterra sia provincia di Pisa e non di Siena.20161204_105252-2Di domenica mattina è finalmente aperto il battistero romanico, che era chiuso ed assediato dal mercato nella mattina di sabato: dentro è spoglio e solenne, con una bella volta ed un fonte battesimale scolpito dal Sansovino. Nella facciata del duomo i rilievi romanici vibrano sotto la luce del sole che li illumina radente. L’interno ha un soffitto ligneo monumentale e gli altari decorati con belle tele manieriste. Una è del Pomarancio, meglio noto in patria col nome di battesimo (Antonio Circignani). Brani di affreschi di Benozzo Gozzoli spuntano da una nicchia nella cappella dell’Addolorata, con belle statue di terracotta chiuse da grate cinquecentesche di ferro battuto. Magnifico il rilievo romanico dell’ultima cena ricomposto nell’ambone, ma il pezzo forte è la scultura di legno dipinto della deposizione della croce, nel transetto destro, che i critici assegnano all’anno 1238.20161204_104113Lo stesso soggetto lega quest’opera all’altro capolavoro indiscusso di Volterra, il quadro dipinto nel 1521 dal Rosso Fiorentino per l’altare della croce di giorno in San Francesco, ed ora esposto in pinacoteca, fra molte opere tardo gotiche ed altre di maniera, con la didascalia gigante di Sgarbi che dice: la deposizione dal Rosso è l’anima di Volterra. Gabriele D’annunzio pensava che l’anima di Volterra fosse l’ombra della sera, la lunga statua efebica di bronzo conservata nel museo archeologico, divenuta familiare al grande pubblico quando fu protagonista dello sceneggiato di ambientazione volterrana “Ritratto di donna velata“, prodotto dalla RAI nel 1974. L’anima dei luoghi muta col tempo, seguendo il gusto dei testimonial scelti per la promozione territoriale, ma lo slittamento da un’icona archeologica ad un’immagine della storia dell’arte racconta qualcosa del nostro presente, più visivo e meno simbolico. Ben pochi conoscevano la deposizione del Rosso Fiorentino quando Pasolini la mise in scena nel film La ricotta.20161203_125322Dopo la pinacoteca ci sarebbe da vedere il museo di palazzo Viti, scelto da Visconti per ambientare altre scene del film, ma preferiamo dirigere l’automobile verso le mura etrusche, per non perdere l’ultimo sole del pomeriggio. Fuori porta fiorentina giungiamo in campagna fino ai resti dell’altra porta etrusca, chiamata di Diana, che è analoga alla porta dell’arco, ma senz’arco. Lasciamo Volterra facendo sosta in borgo Sant’Alessandro e poi a San Giusto, monumento solitario all’estremità occidentale della città antica, dove i ricordi etruschi si addensano nelle necropoli spoglie e nelle frane che divorano il pendio delle Balze, segno palpabile del tempo che divora la storia, insieme all’ultimo sguardo sul nostro fine settimana. (4.12.206)

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APPROFONDIMENTI

Renzi all’Elba

6 dicembre, 2016 § Lascia un commento

Non s’erano mai visti tanti grafici e tante analisi del voto come in questo referendum costituzionale. Le certezze cristalline, l’indecisione e le scelte sofferte di ciascun elettore si sono trasformate lunedì mattina in una nitida rappresentazione cartografica, dove i SI ed i NO del referendum costituzionale mappano l’Italia come una carta meteorologica delle alte e delle basse pressioni: come un gas, dove le particelle non si vedono ma il loro effetto d’insieme determina le proprietà del sistema. NOubifragi sul Veneto e al sud, mentre un timido SIole spunta su Bologna e su Firenze. SIole stabile solo all’estero e in Alto Adige, come dire: l’Italia migliore è quella vista da lontano.

Nessuno osava fare pronostici, tutti si dichiaravano ad un passo dalla vittoria ma senza il successo in pugno. Era giusto non fidarsi dei sondaggi, abituati come siamo ai colpi di scena ed alle rimonte dell’ultim’ora. Prima del voto non sapevamo dove sarebbe andata a parare la maggioranza silenziosa che preferisce non rivelarsi. Ora sappiamo che questa maggioranza era dalla parte del NO, che non è il NO dei costituzionalisti, ma quello degli esclusi e degli arrabbiati i quali avrebbero detto NO a qualunque cosa fosse uscita dalla bocca di Matteo Renzi, solo per dargli una lezione.

L’azzardo è stato grande e col senno di poi questo azzardo misura l’eccesso di autostima del nostro primo ministro in via di liquidazione, che ha cercato la rimonta con tutti i mezzi (terribile lo spot radiofonico del bambino che chiede ai genitori un’Italia migliore per non dover cercare lavoro all’estero). Forse era davvero necessario questo esito per evitare all’Italia guai peggiori, nelle mani di tanta autostima. I Renziani della prim’ora potrebbero darmi ragione, mentre quelli dell’ultim’ora forse si disperano perché temono di aver perso qualche opportunità. Ma non è il caso di disperarsi, tantomeno di gioire.

Se il referendum costituzionale è stato la campagna di Russia del nostro napoleonico primo ministro, l’anno sabbatico di cui ora parla dovrebbe essere una tranquilla villeggiatura all’Isola d’Elba. Fin qui tutto bene ma attenzione: se ci sarà una riscossa, potrebbe chiamarsi Waterloo.

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