Il “Cervello” di Paul Thagard

13 settembre, 2016 § Lascia un commento

Il bilancio delle letture estive quest’anno non eccelle. Dopo aver divorato “Demenza digitale” di Manfred Spitzer, che ha molto da dire agli entusiasti dei computers nelle scuole, ho a malapena finito di leggere la storia della terra (Hearth’s deep history) di Martin J.S. Rudwick, luminare emerito dell’università della California  che -immagino- non verrà mai tradotto in italiano: troppo prolisso e troppo compiaciuto.

C’è poco da credere alle recensioni lette sui giornali: meglio fidarsi dei lettori che socializzano on line, ad esempio su Amazon. Nel web in lingua inglese ci sono interventi a molti livelli, anche recensioni raffinatissime. L’associazionismo culturale che dal vivo rischia d’essere deludente, rinasce nel mondo virtuale e nel web potrebbe fornire una valida alternativa ai rapporti in carne ed ossa, se non si risolvesse tutto nel luccichio di un computer. Comunque vale la pena lasciarsi orientare dall’intelligenza del web, per evitare le trappole del marketing editoriale che confeziona saggi discutibili (o romanzi), nella certezza di venderli grazie al nome dell’autore.

A volte però anche i libri di cui ci si dovrebbe fidare non soddisfano del tutto. Durante l’estate ho riletto il libro di Paul Thagard: “Il cervello e il senso della vita”, tradotto nel 2014 da Arnaldo Benini per la collana Mondadori Università. Avremmo dovuto presentarlo in un incontro pubblico a Forlì, ma qualcosa di questo libro non mi convinceva e continua a non convincermi, anche se nella seconda lettura mi sono mosso più agevolmente ed ho colto alcuni significati che forse in prima battuta non avevo capito. Chi sostiene questo libro lo fa con molta veemenza e dice di apprezzare lo sforzo dell’autore di fondare non solo i meccanismi della conoscenza, ma tutte le scienze umane sull’interazione biologica delle parti del cervello, quello che si chiama naturalismo neurale. La rivoluzione copernicana del cervello messa in atto dalle neuroscienze obbliga a guardare la realtà -sia quella materiale, sia quella spirituale- come costruzione di un cervello biologico sottoposto a dinamiche complesse e sfuggenti, che integrano ragionamenti, emozioni, empatia, in circuiti ricorsivi che per ora è possibile schematizzare solo in forma qualitativa. Che ci sia bisogno di un’azione intellettuale decisa come quella di Thagard per sradicare i pregiudizi delle filosofie oscure ancora dominanti, la dice lunga sulla strada che occorre fare per dare basi scientifiche ai meccanismi della mente.

L’autore si muove su molti piani e corre avanti ed indietro fra argomenti filosofico-morali ed evidenze scientifiche con l’irruenza di un Napoleone nel campo di battaglia. Il fatto che Paul Thagard insegni a Waterloo potrebbe far sorridere, anche se si tratta di una illustre università canadese e non di una sconfitta storica. Un atteggiamento bonapartista (in Italia potremmo dire Renziano)  emerge nell’ostentazione di ragionamenti filosofici, aneddoti ed auto citazioni, senza andare mai troppo a fondo, ma lasciando al lettore il compito di approfondire (se vuole) o di chiudere il libro (senza finirlo) se lo ritiene troppo difficile. Mi domando quale tipo di pubblico avesse in mente Thagard mentre scriveva: forse una platea di suoi ex studenti, comunque gente evoluta del mondo anglosassone, non i pensionati delle nostre università degli adulti che alimentano il mercato editoriale dei saggi tradotti in italiano.

In questo libro ci sono comunque molte cose pregiate (come il modello Emocon), autentiche chiavi di lettura per affrontare in modo aggiornato il problema della conoscenza. L’univeristà di Waterloo in Canada è un luogo d’eccellenza dove l’interdisciplinarietà è di casa. Molti argomenti dibattuti nel libro sembrano echi delle discussioni condotte in un ambiente emancipato che rende naturale la socializzazione di certi ragionamenti. Interessanti sono le incursioni di Paul Thagard nella filosofia attiva, che non si limita a contemplare le parole o a raccontare storie, ma serve a fondare conoscenza e morale: un esercizio cui gli Italiani non sono proprio abituati. E’ difficile tuttavia che gli intellettuali di casa nostra possano acquisire questa abilità seguendo le tappe forzate de “Il cervello ed il senso della vita”, che vorrebbe rifondare il senso di tutto in poco più di duecento pagine. Con una certa foga, Thagard appiattisce l’evidenza scientifica in poche frasi ad effetto, che strizzano l’occhio ai manuali di auto-aiuto, ripetendo che il significato della vita è nell’amore, nel lavoro e nel gioco. Ma i lettori di questi manuali non hanno bisogno di affrontare la logica stringente di un ragionamento filosofico per convincersi di cose intuitive. Questi lettori non hanno bisogno di concludere la lettura di un libro fatto così, e neppure hanno necessità di comprarlo.

La rievocazione iniziale del paradosso di Camus -perché la vita è da preferire al suicidio?- dovrebbe trovare risposta nei circuiti del cervello, che gratificano in modo del tutto naturale gli umani dediti al lavoro, all’amore ed al gioco. Le gratificazioni derivate da credenze per le quali non c’è evidenza scientifica sarebbero da scartare perché illusorie. Non solo le religioni, ma anche il misticismo ed altre forme di psichismo sembrano deleterie per la salute dell’umanità, che si è finalmente liberata dai lacci di una schiavitù ideologica, grazie al naturalismo neurale. A me pare un po’ semplicistico ancorare l’idea di dio all’evidenza scientifica. Dio può anche non esistere, ma ciò non toglie valore all’idea di Dio, che si è strutturata come modulo nervoso nei cervelli umani nel corso di millenni di evoluzione. Dio è un vantaggio competitivo per chi è cresciuto nelle società tradizionali, che non si sono ancora emancipate all’insegna del lavoro, dell’amore e del gioco. Per fare evaporare l’idea di Dio senza sradicarla (avendo in cambio umanissimi lavori, amori e giochi) serve una società evoluta, che il prof. Thagard, nato e cresciuto in Canada, dà un po’ troppo per scontata. Per la maggior parte della gente di questo mondo, il lavoro, l’amore ed il gioco non sono ancora libere espressioni della relazioni umane. Le guerre spostano un po’ troppo spesso il senso della vita su altri piani, deplorevoli, ma evidenti. Se la gente è esasperata, la stessa idea di Dio può giocare brutti scherzi, tanto che i kamikaze dell’ISIS hanno già risolto a modo loro il paradosso di Camus (e non credo troveranno mai il tempo di leggere il libro di Thagard).

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