La scuola di Babele

20 settembre, 2016 § Lascia un commento

Ogni volta che la scuola ricomincia, ho l’impressione che sia ancora quella di una volta, con le finestre aperte sulla campagna, l’odore della creolina, le bidelle vestite di nero ed i visi sorridenti. Dura pochi istanti questa sensazione: basta un attimo per accorgersi che  le finestre inquadrano un traffico convulso di automobili, dove è palpabile l’ansia di chi accompagna i propri figli. Avrà preso tutto quel che serve? Ed io farò tardi al lavoro? I bagni hanno un aroma asettico e le bidelle non hanno più il vestito nero, ma lo sguardo.

Mi trovavo sabato scorso a conversare con due genitori di studenti diciottenni, che vedono gli insegnanti di malocchio, perché non arrivano subito all’inizio dell’anno scolastico e quando ci sono fanno richieste contraddittorie, sono nervosi ed agitati fin dall’inizio. Problemi di una scuola periferica -tengo a sottolineare- non della mia che comincia subito con “cinque ore di lezione al giorno” e gli insegnanti tutti presenti, fin dall’inizio, ehm…, quasi tutti.

La sbandierata buona scuola quest’anno è indigesta più del solito. Mancano ancora gli insegnanti, perché il concorso che avrebbe dovuto risolvere una volta per tutte la mancanza di cattedre di ruolo, nella nostra regione è impantanato in una strana vicenda, dove non si trova chi fa gli esami ai professori al prezzo di 50 centesimi a candidato. Perfino i Senegalesi che raccolgono i pomodori guadagnano di più.

E i professori che ci sono già, raccolti in riunione fin dall’inizio, non hanno tempo per parlare di didattica, sollecitati da un ordine del giorno che mette al primo posto il problema del bullismo. In procura volano le denunce, all’insaputa degli insegnanti che sono già oggetto di indagine. Il dialogo scuola-famiglia avviene ormai con la mediazione dei carabinieri.

Di didattica se ne parla ormai soltanto in relazione ai disturbi specifici dell’apprendimento, come se tutti gli altri alunni “normali” avessero il dono di apprendere senza impegno. Gli esperti psicologi dicono che un insegnante è più efficace, se ha sperimentato su se stesso qualche disturbo specifico dell’apprendimento. Ecco finalmente un criterio per la selezione dei professori del futuro. La scuola saprà valorizzare gli alunni DSA grazie ai docenti DSA.

Di cultura non se ne parla -non c’è tempo per metterla all’ordine del giorno- ma nelle pareti delle aule si sente l’eco del suo ricordo, come il grido dell’Occidente esangue, fra i compiti da correggere e le note sul registro.

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Musica di fine estate

17 settembre, 2016 § 2 commenti

Martedì 13 settembre la suite sinfonica Sherazade di Rimskij Korsakov ha chiuso la Sagra musicale malatestiana di Rimini, stendendo il sipario sui ricordi dell’estate, che era iniziata a giugno con la musica del Festival di Ravenna. Nella suite di  Rimskij Korsakov gli assoli di violino affiorano di tanto in tanto come se fossero la rievocazione di un mondo che è stato bello vivere, ma non c’è più, e diventa ancora più bello ricordare. Le risposte dell’oboe arrivano da una profondità remota che riesce a consolare, ma solo fino ad un certo punto, da quella lontananza in cui sembra reclusa.

Da parecchi anni i concerti sinfonici estivi in Romagna cominciano a Ravenna (quando la scuola finisce) e terminano a Rimini (quando la scuola ricomincia). L’auditorium di Rimini dovrebbe funzionare meglio del ravennate Pala De André, che è nato per le fiere e per lo sport ed è stato faticosamente riadattato per l’ascolto della musica. Tuttavia chi ha costruito l’auditorium-palacongressi di Rimini nel 2011 non è andato oltre le forme tipiche di un “Cinema Teatro Italia” degli anni Cinquanta. Il talento architettonico, che non ha osato misurarsi con le forme evolute di un auditorium europeo, si è però sprecato nell’ingresso monumentale, nelle alte vetrate, nelle scale che salgono e scendono verso i parcheggi sotterranei e nell’enorme palla marmorea che striscia sull’acqua: emblema forse della musica delle sfere? O delle palle che cadono a chi vorrebbe un auditorium fatto a regola d’arte? Se i suoni della tradizione colta sembrano sfuggenti, possiamo ancorare lo sguardo all’apparenza monumentale dell’ingresso, come in discoteca. Siamo pur sempre a Rimini, non a Berlino.

Il “Cervello” di Paul Thagard

13 settembre, 2016 § Lascia un commento

Il bilancio delle letture estive quest’anno non eccelle. Dopo aver divorato “Demenza digitale” di Manfred Spitzer, che ha molto da dire agli entusiasti dei computers nelle scuole, ho a malapena finito di leggere la storia della terra (Hearth’s deep history) di Martin J.S. Rudwick, luminare emerito dell’università della California  che -immagino- non verrà mai tradotto in italiano: troppo prolisso e troppo compiaciuto.

C’è poco da credere alle recensioni lette sui giornali: meglio fidarsi dei lettori che socializzano on line, ad esempio su Amazon. Nel web in lingua inglese ci sono interventi a molti livelli, anche recensioni raffinatissime. L’associazionismo culturale che dal vivo rischia d’essere deludente, rinasce nel mondo virtuale e nel web potrebbe fornire una valida alternativa ai rapporti in carne ed ossa, se non si risolvesse tutto nel luccichio di un computer. Comunque vale la pena lasciarsi orientare dall’intelligenza del web, per evitare le trappole del marketing editoriale che confeziona saggi discutibili (o romanzi), nella certezza di venderli grazie al nome dell’autore.

A volte però anche i libri di cui ci si dovrebbe fidare non soddisfano del tutto. Durante l’estate ho riletto il libro di Paul Thagard: “Il cervello e il senso della vita”, tradotto nel 2014 da Arnaldo Benini per la collana Mondadori Università. Avremmo dovuto presentarlo in un incontro pubblico a Forlì, ma qualcosa di questo libro non mi convinceva e continua a non convincermi, anche se nella seconda lettura mi sono mosso più agevolmente ed ho colto alcuni significati che forse in prima battuta non avevo capito. Chi sostiene questo libro lo fa con molta veemenza e dice di apprezzare lo sforzo dell’autore di fondare non solo i meccanismi della conoscenza, ma tutte le scienze umane sull’interazione biologica delle parti del cervello, quello che si chiama naturalismo neurale. La rivoluzione copernicana del cervello messa in atto dalle neuroscienze obbliga a guardare la realtà -sia quella materiale, sia quella spirituale- come costruzione di un cervello biologico sottoposto a dinamiche complesse e sfuggenti, che integrano ragionamenti, emozioni, empatia, in circuiti ricorsivi che per ora è possibile schematizzare solo in forma qualitativa. Che ci sia bisogno di un’azione intellettuale decisa come quella di Thagard per sradicare i pregiudizi delle filosofie oscure ancora dominanti, la dice lunga sulla strada che occorre fare per dare basi scientifiche ai meccanismi della mente.

L’autore si muove su molti piani e corre avanti ed indietro fra argomenti filosofico-morali ed evidenze scientifiche con l’irruenza di un Napoleone nel campo di battaglia. Il fatto che Paul Thagard insegni a Waterloo potrebbe far sorridere, anche se si tratta di una illustre università canadese e non di una sconfitta storica. Un atteggiamento bonapartista (in Italia potremmo dire Renziano)  emerge nell’ostentazione di ragionamenti filosofici, aneddoti ed auto citazioni, senza andare mai troppo a fondo, ma lasciando al lettore il compito di approfondire (se vuole) o di chiudere il libro (senza finirlo) se lo ritiene troppo difficile. Mi domando quale tipo di pubblico avesse in mente Thagard mentre scriveva: forse una platea di suoi ex studenti, comunque gente evoluta del mondo anglosassone, non i pensionati delle nostre università degli adulti che alimentano il mercato editoriale dei saggi tradotti in italiano.

In questo libro ci sono comunque molte cose pregiate (come il modello Emocon), autentiche chiavi di lettura per affrontare in modo aggiornato il problema della conoscenza. L’univeristà di Waterloo in Canada è un luogo d’eccellenza dove l’interdisciplinarietà è di casa. Molti argomenti dibattuti nel libro sembrano echi delle discussioni condotte in un ambiente emancipato che rende naturale la socializzazione di certi ragionamenti. Interessanti sono le incursioni di Paul Thagard nella filosofia attiva, che non si limita a contemplare le parole o a raccontare storie, ma serve a fondare conoscenza e morale: un esercizio cui gli Italiani non sono proprio abituati. E’ difficile tuttavia che gli intellettuali di casa nostra possano acquisire questa abilità seguendo le tappe forzate de “Il cervello ed il senso della vita”, che vorrebbe rifondare il senso di tutto in poco più di duecento pagine. Con una certa foga, Thagard appiattisce l’evidenza scientifica in poche frasi ad effetto, che strizzano l’occhio ai manuali di auto-aiuto, ripetendo che il significato della vita è nell’amore, nel lavoro e nel gioco. Ma i lettori di questi manuali non hanno bisogno di affrontare la logica stringente di un ragionamento filosofico per convincersi di cose intuitive. Questi lettori non hanno bisogno di concludere la lettura di un libro fatto così, e neppure hanno necessità di comprarlo.

La rievocazione iniziale del paradosso di Camus -perché la vita è da preferire al suicidio?- dovrebbe trovare risposta nei circuiti del cervello, che gratificano in modo del tutto naturale gli umani dediti al lavoro, all’amore ed al gioco. Le gratificazioni derivate da credenze per le quali non c’è evidenza scientifica sarebbero da scartare perché illusorie. Non solo le religioni, ma anche il misticismo ed altre forme di psichismo sembrano deleterie per la salute dell’umanità, che si è finalmente liberata dai lacci di una schiavitù ideologica, grazie al naturalismo neurale. A me pare un po’ semplicistico ancorare l’idea di dio all’evidenza scientifica. Dio può anche non esistere, ma ciò non toglie valore all’idea di Dio, che si è strutturata come modulo nervoso nei cervelli umani nel corso di millenni di evoluzione. Dio è un vantaggio competitivo per chi è cresciuto nelle società tradizionali, che non si sono ancora emancipate all’insegna del lavoro, dell’amore e del gioco. Per fare evaporare l’idea di Dio senza sradicarla (avendo in cambio umanissimi lavori, amori e giochi) serve una società evoluta, che il prof. Thagard, nato e cresciuto in Canada, dà un po’ troppo per scontata. Per la maggior parte della gente di questo mondo, il lavoro, l’amore ed il gioco non sono ancora libere espressioni della relazioni umane. Le guerre spostano un po’ troppo spesso il senso della vita su altri piani, deplorevoli, ma evidenti. Se la gente è esasperata, la stessa idea di Dio può giocare brutti scherzi, tanto che i kamikaze dell’ISIS hanno già risolto a modo loro il paradosso di Camus (e non credo troveranno mai il tempo di leggere il libro di Thagard).

Fine estate in Val Venosta

3 settembre, 2016 § Lascia un commento

20160826_155049Nessun traffico di migranti si vede ancora in Val Venosta, lungo l’alto corso dell’Adige, né verso il confine svizzero dei Grigioni, né verso quello austriaco di Resia, nonostante la valle sia ampia, luminosa e coi meli piantati dappertutto. Le strade modellano quasi sempre la percezione della geografia. La valle che da Bolzano risale le Alpi verso il Brennero si restringe e fa sembrare arduo l’arrivo in Austria. Ma la ferrovia e l’autostrada hanno trasformato la valle dell’Isarco in una strada maestra, rendendo secondario il fondovalle dell’Adige che devia verso occidente e sembra perdersi inutilmente fra le alte vette dell’Ortles e le altre montagne del crinale alpino. La geografia dei migranti ha ancora la forma scarna di una intelaiatura di autostrade e di linee ad alta velocità, interrotte dai confini di stato e dalle proteste in TV. La provincia autonoma di Bolzano ha acquistato tende e container, per affrontare un eventuale blocco austriaco del Brennero, che nei prossimi giorni potrebbe diventare concreto. L’antica via Claudia Augusta potrebbe allora tornare d’attualità nella storia delle migrazioni, come diversivo nell’alto Adifge, fra alberi di mele, ferrovie ecologiche e turisti in bicicletta.20160826_152320La val Venosta sembra difendersi bene dai rischi del futuro, con un robusto equilibrio di agricoltura, industria e turismo (anche grazie al sostegno economico della provincia autonoma) ben integrati in un paesaggio invidiabile. La ferrovia che collega Merano a Malles è stata riattivata nel 2005 dall’azienda di trasporto locale, dopo quindici anni di dismissione di Trenitalia. Corre accanto al fiume, vicino alla strada ed alla pista ciclabile in uno spazio ristretto dove la convivenza di queste quattro entità non genera attriti ma si armonizza come in un plastico ferroviario. Le stazioni in rapida successione sembrano quelle di una metropolitana di campagna e fanno credere che questa integrazione fra mobilità veloce e dolce, fra produzione e servizi, sia in fondo a portata di mano. Dovrebbe essere questo il modello di sviluppo dell’Italia, invece veniamo a cercarlo in vacanza, per fotografarlo e lasciarci stupire alla fine dell’estate, in un angolo stretto fra Svizzera e Austria.20160826_121557E’ strano che lungo la via Claudia Augusta non ci siano tracce visibili di costruzioni d’epoca romana, tanto più se si considera l’eccezionale stato di conservazione delle piccole chiese medievali coi campanili di pietra, alcune addirittura d’età carolingia, con le pareti dipinte milleduecento anni fa. Gli storici dell’arte riconoscono fra la Val Venosta e la valle svizzera di Munstair gli esempi più interessanti di pittura dell’epoca di Carlo Magno, ma non hanno molto da aggiungere ad un generico stupore per le tecniche varie e creative, niente affatto schematiche, di derivazione romana, forse orientale, che hanno molti tratti in comune con quelle dei codici miniati. Nella chiesa del Monastero di San Giovanni a Munstair, pochi chilometri di là dal confine Svizzero, c’è il ciclo pittorico più vasto. Qui i colori riempiono le figure, coi toni sfumati tendenti al giallo e all’ocra, come nei dipinti romani. Il volto scuro di Cristo sembra un’apparizione ultraterrena, incorniciato da complesse geometrie. Le successive pitture romaniche che si sovrappongono alla base dell’abside brillano, a confronto, di un’insolita modernità e paiono quasi fumetti.20160827_150946In val Venosta le piccole chiese di San Benedetto a Malles e di San Procolo a Naturno sono poco più che capanne, ma vengono alla ribalta per altri cicli pittorici d’età carolingia scoperti durante il Novecento. Qui le tinte omogenee della pittura classica cedono spazio al disegno dei miniatori, con narrazione delle storie di Davide e di Santo Stefano, a Malles come a Munstair, e l’immagine del vescovo Procolo in fuga, come se fosse in altalena, a Naturno. E’ difficile pensare che ai tempi di Carlo Magno le chiese decorate fossero solo in Val Venosta e a Munstair, ma è ancora più difficile spiegare come mai quest’arte si sia conservata soltanto qui.20160826_115855

Otto anni di …project!

2 settembre, 2016 § Lascia un commento

Proprio in questo giorno, il due settembre di otto anni fa nasceva …I’ve got a project! Mi trovavo nello Starbucks di Clear Lake, Houston Texas. Quasi un diario di viaggio accompagna da allora le divagazioni di un quarantenne che in Texas ha trovato per la prima volta il gusto di raccontarsi. Nel frattempo molte cose sono cambiate e mi accorgo di aver sperimentato molte strade -nella vita così come nelle pagine di questo blog- di averne abbandonate alcune, di averne consolidate altre. Al di là dell’immediatezza, ciò che rimane è l’archivio dei post, qualcosa di molto personale che i motori di ricerca fanno riaffiorare di tanto in tanto dal ventre del web, seguendo criteri imperscrutabili. Al solito conteggio complessivo delle visualizzazioni (che ha superato le 76000) e degli articoli pubblicati (511) aggiungo qui di seguito l’elenco delle pagine che hanno avuto più successo, per motivi diversi che non saprei del tutto spiegare:

  1. La SFIR, storie di declino industriale (5028 visualizzazioni dal 2011)
  2. La mistica del fonogramma (1922 visualizzazioni dal 2012)
  3. Remember the Alamo (1743 visualizzazioni dal 2008)
  4. Il foglio protocollo (1212 visualizzazioni dal 2011)
  5. La termodinamica spiegata ai bambini  (1071 visualizzazioni dal 2013)

Dal 2012 ad oggi le cronache quotidiane si sono rarefatte, così come le impressioni, avendo ridotto di un terzo il numero di post pubblicati. Nel frattempo però ho dato vita all’Agenda di LoAl, con minori ambizioni del fratello maggiore, nata per raccogliere gli appunti di quello che faccio. Non ho ancora predisposto un collegamento permanente fra i due blog. Spero di farlo presto-> https://loernzoaldini.wordpress.com/

Dove sono?

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