L’imbarazzo delle collezioni

19 agosto, 2016 § 1 Commento

20160731_131059Mi manca lo spirito del collezionista e va bene così, perché non avrei lo spazio per conservare oggetti più o meno preziosi, tantomeno il denaro per comprarli, e vivrei nell’ansia dei furti. Collezionare è dopotutto uno strumento di conoscenza mediato dal possesso e si può conoscere bene qualcosa (forse meglio) anche senza possedere gli oggetti di studio. Riconosco tuttavia il valore delle collezioni altrui, come umano tentativo di sottrarre al caos le creazioni umane. Il Victoria & Albert Museum di Londra è un esempio maestoso di questo tentativo, fatto in un’epoca in cui le raccolte enciclopediche non sembravano chimere. Allora un principe poteva fare uso della propria potenza per elevare lo spirito dei sudditi, costretti a lavorare la pietra, i metalli, il vetro e la ceramica, consapevoli però che anche l’artigiano era a suo modo un artista.20160731_133432L’enciclopedismo del Victoria & Albert è appena scalfito dalle mostre temporanee e dai giochi multimediali: è lo sfondo delle scampagnate domenicali di turisti e residenti che affollano il giardino, divorano piatti unici in un self service che sembra una sala da ballo e occupano l’atrio durante l’apertura straordinaria del venerdì sera, per danzare al ritmo di un dj che trasforma l’ingresso in un disco pub fino alle dieci. La solidità delle collezioni regge l’urto degli svaghi e sembra trarre da essi una nuova vitalità. Le raccolte del Victoria & Albert sono davvero incredibili per vastità e ricchezza, così ben documentate da renderne improbabile la dispersione. Tuttavia anche qui traspira un certo imbarazzo per le collezioni aristocratiche, che al giorno d’oggi dovrebbero essere divulgate con l’aiuto di strumenti didattici e con inevitabili semplificazioni: dal museo enciclopedico al museo wikipedico. Ma il conservatorismo britannico fa da contrappeso e ritarda questo trapasso.20160729_211609Le collezioni che in origine stavano in vetrina nei musei sono ovunque sotto assedio, come se non avessero più la forza di parlare da sole, senza la mediazione di un palcoscenico animato. Ciò sembra vero soprattutto per le collezioni scientifiche, poi per quelle archeologiche… Le collezioni permangono quando in esse prevale la dimensione estetica ed antiquaria. Le gallerie d’arte tendono a salvarsi più delle collezioni di vasi antichi. Perfino l’arte contemporanea (che è una convenzione mediata dai galleristi e condivisa da chi è disposto a comprarla) reclama la dignità di collezione, molto più di una raccolta di uccelli impagliati o di selci preistoriche. Quasi nessuno sale nei piani alti del Victoria & Albert per vedere le enormi vetrine piene di splendide ceramiche rinascimentali, ma in tanti affollano gli ascensori della Tate Modern, non solo per il panorama che si scorge dall’alto della Switch House, aperta due mesi fa. L’arte contemporanea attira il grande pubblico che dice di trovarla stimolante anche senza la mediazione di strumenti didattici. L’aspetto ludico sconfina spesso nell’impostura, ma che importa? L’importante è vederla, dire d’esserci stati.

In un presente che toglie valore alle collezioni storiche, l’arte contemporanea reclama lo statuto delle collezioni, anche se le sue creazioni sono spesso semilavorati dell’emisfero destro del cervello degli artisti, che delegano al pubblico il compito più arduo, cioè la creazione del significato. Sarà mai questo ciò che chiede all’arte la società mediatica contemporanea? Farsi prendere in giro, inseguendo l’illusione d’essere creativi. O curare il disagio degli artisti con una forma istintiva di creatività… Come un rito sciamanico senza prospettiva.20160801_163141

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§ Una risposta a L’imbarazzo delle collezioni

  • […] Il terzo giorno a Londra sono sceso dalla linea gialla nella stazione Victoria ed ho raggiunto la Tate Britain passando per il quartiere di Westminster, molto piacevole fra giardini e case a schiera nella luce del mattino. Sono entrato nella cattedrale neo bizantina di Westminster alla fine della messa e sono arrivato fino all’omonima abbazia, che ho visto da fuori, prima di ripiegare lungo il Tamigi raggiungendo alle dieci la Tate Britain, dove è notevole l’arte dell’800 inglese, fra cui spiccano i Preraffaelliti e la collezione di William Turner. Poco dopo mezzogiorno ho preso la Victoria line a Pimlico e sono sceso a South Kensington, dove ho mangiato un’insalata in un fast food, prima di rientrare nel Victoria & Albert Museum, affollatissimo di un pubblico festoso la domenica. (Da questa giornata ho tratto spunto per parlare dell’imbarazzo delle collezioni https://lorenzoaldini.wordpress.com/2016/08/19/limbarazzo-delle-collezioni/) […]

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