Storia naturale, l’altra faccia del British Museum

11 agosto, 2016 § 2 commenti

20160801_100312Si chiama museo di storia naturale -e non di scienze naturali- il grande edificio di South Kensington che mette in mostra fossili, animali e scheletri di creature estinte. In origine anche queste collezioni erano esposte al British Museum, dove la storia naturale completava la storia delle civiltà condividendo metodi di ricerca e modalità espositive. L’ordine del mondo appariva sotto vetro, in espositori che classificavano tanto le manifestazioni dell’uomo quanto quelle della natura, senza dimenticare nulla. Verso il 1870 fu architettato il nuovo edificio di South Kensington, per dare alla storia naturale il meritato spazio, dopo che le ricerche dell’epoca di Darwin avevano assegnato ai fossili una dignità che nulla aveva da spartire coi vasi dell’antica Grecia. Più che un palazzo, il museo di South Kensington si alza come un castello dalle mille finestre, ordinate in fila per illuminare le meticolose collezioni di farfalle, coleotteri, uccelli impagliati… Non tutto deve essere rimasto com’era, dico fra me e me mettendomi in fila all’ingresso verso le dieci del mattino. La fila scorre lentamente fino al portone dove bisogna aprire le borse per mostrare il contenuto, come accade in molti luoghi pubblici a Londra. Qui c’è più gente che al British Museum: una folla festosa di famiglie coi bambini accolti dai venditori di libri e di gadget col distintivo del museo. Alla fama di questo luogo deve aver contribuito il cinema, l’idea di una “notte al museo” dove i rettili si animano e gli scienziati impazziscono nelle soffitte gotiche, a fare esperimenti sugli animali in via di estinzione.

20160801_103146Sono davvero curioso di vedere gli scheletri di dinosauro, ma dopo essere stato a Pittsburgh so che il museo di Londra potrebbe essere una delusione, e in effetti nessun rettile gigante accoglie chi entra nel grande atrio, dove c’è lo scheletro smilzo di un dinosauro in copia da Pittsburgh. Sullo sfondo troneggia la statua di Charles Darwin con la barba lunga, come un papa. Subito mi lascio coinvolgere dalla galleria dei rettili marini di Mary Anning, altra gloria inglese dell’Ottocento, sistemati come cent’anni fa e appesi alle pareti in  teche di legno e vetro: sono bellissimi ed io continuo ad illudermi che anche questo museo, come il British, sia ancora quello di una volta, una mostra di collezioni accumulate con cura, classificate ed ordinate per un pubblico paziente che si lascia incantare dalle composizioni nelle vetrine, come se l’allestimento fosse esso stesso un’opera d’arte. Ma non è così. Superati i rettili marini di Mary Anning, al posto delle collezioni ci sono percorsi guidati che mescolano pezzi autentici con immagini, suoni, video ed altri effetti speciali, inclusi i robot-dinosauro. Troppa fiction ha condizionato l’ultimo allestimento del museo di storia naturale di Londra, insieme all’idea che le collezioni scientifiche siano difficili da capire e che quindi possono essere smontate e sostituite da percorsi simili ad un film, da vivere come protagonisti, circondati da stimoli virtuali. 20160801_122952Tutto finisce per assomigliare tristemente ai tunnel dell’orrore dei vecchi luna park, con tanto rumore per nulla. Delle forme del glorioso edificio ottocentesco, ai piani superiori non si percepisce nulla. Catturati nel tunnel buio delle scienze della terra, non c’è traccia delle mille finestre che illuminavano le antiche collezioni come i telai di una fabbrica tessile. Questo museo crede d’essere all’avanguardia così com’è, all’inseguimento dei moderni exploratorium che non hanno niente da spartire con un tradizionale museo di storia naturale. L’ultima moda comunicativa ha spazzato via l’allestimento che c’era, ritenuto inadeguato alla missione educativa di un museo scientifico contemporaneo. Nel nuovo linguaggio multimediale prevale un’educazione a senso unico, a cui sottoporsi come ad un trattamento sanitario uguale per tutti. E’ come entrare in un libro di testo, da digerire senza troppa fatica, perché le scoperte le ha fatte qualcun altro. Ma esistono già i manuali, i CD e la TV. Un museo dovrebbe fare di più rimanendo quello che è, senza camuffarsi da trasmissione televisiva, perché le collezioni sono una miniera inesauribile di informazioni che inducono riflessioni a non finire, avendo in mente le giuste chiavi di lettura. Bisognerebbe aggiornare non gli allestimenti, ma il cervello dei visitatori, prima di entrare.

A Londra avrebbero potuto costruire un moderno exploratorium lungo il Tamigi, lasciando in pace le collezioni di South Kensington lì dov’erano, come hanno fatto con la galleria d’arte contemporanea Tate Modern, che non ha rimpiazzato la vecchia Tate Britain e le collezioni d’arte dell’Ottocento inglese. Ma l’arte è un’altra cosa. Il valore della scienza si misura con quello che riesce a fare e non con il prezzo delle collezioni, che valgono infinitamente meno di un’opera d’arte. Dunque i curatori del museo di storia naturale di Londra hanno preferito camuffare le collezioni scientifiche perché non sono attrattive per il pubblico. La svolta mediatica ha accentuato il gap fra la cultura umanistica e quella scientifica, un divario che potrebbe essere colmato, temo, con un’analoga svolta mediatica del British Museum. Nei corridoi egizi e mesopotamici, fra qualche anno anche l’archeologia potrebbe godere di un’apparecchiatura multimediale coinvolgente, come un film di Indiana Jones…

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