Terremoto 6.0

26 agosto, 2016 § Lascia un commento

Anch’io sono fra quelli che nelle TV tedesche hanno ascoltato l’annuncio di un terremoto di 6.2 della scala Richter, ben più intenso del 6.0 proclamato dall’Istituto nazionale di geofisica. La scala Richter misura l’energia sprigionata dal sisma e non dovrebbe dipendere dalle impressioni, né dalle convenzioni nazionali. Dovrebbe essere oggettiva, così almeno racconto ai ragazzi di terza media, mentre la scala Mercalli è stata abbandonata da parecchio tempo proprio perché non era universale. La differenza fra un sisma di grado 6.0 ed uno di grado 6.2 non è affatto trascurabile, se si pensa che la scala Richter non è lineare e che addirittura l’energia di un sisma raddoppia in quell’intervallo apparentemente insignificante di 0.2.

Non intendo aggiungere una voce al coro di “complottisti” che imperversano su twitter e dicono che dichiarare il sisma di intensità 6.0 è un trucco per non superare la soglia di 6.1, oltre la quale lo stato dovrebbe sborsare ingenti somme che non ha. L’oggettività scientifica si piega volentieri alla politica, se sono esigenze di bilancio a suggerirlo. Non mi scandalizzo per questo, come ormai non mi scandalizzo più neanche a scuola quando mi negano l’insegnante di sostegno su alunni che sfiorano di un soffio il limite di legge. Ma un terremoto ha effetti ben più devastanti di un ragazzo “caratteriale” con disturbi dello spettro autistico. Un sisma dovrebbe essere più semplice da quantificare di un disturbo dell’apprendimento.

Le solite interviste ai responsabili dell’INGV hanno dato il via come sempre alla lamentazioni per i morti e per i danni che si sarebbero potuti evitare con un’appropriata edilizia antisismica. I tempi della geologia sono troppo veloci per la burocrazia della penisola italiana, che fra un terremoto e l’altro non sa imporre regole sostanziali all’edilizia, ma solo norme aggirabili. Però questa volta il terremoto ha dato ragione agli esperti che fanno notare, compiaciuti, come l’evento abbia avuto luogo in un’area ad altissimo rischio sismico, senza le perplessità di quattro anni fa a Modena, senza le dichiarazioni fuori luogo di sette anni fa a L’Aquila.

I terremoti non si possono prevedere come un temporale, la giornalista del mattino dovrebbe capirlo ma continua a ripetere la domanda all’esperto dell’INGV, che non si scompone e torna a dire:”l’unica forma di prevenzione è l’edilizia antisismica”. Se altro non si può fare, dicendo che la scossa è 6.0 sembra almeno di aver aggiornato il software. Come il web 2.0 e le classi 3.0, anche il terremoto 6.0 è finalmente social. Parliamone dunque, condividiamo immagini, raccontiamo storie. Altro non è concesso. I tempi della prevenzione qui sono più lenti di quelli della geologia.

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UFO in volo sul Presidente

20 agosto, 2016 § Lascia un commento

L’estate è giunta anche quest’anno al giro di boa di ferragosto, con le spiagge di nuovo affollate, il clima mite e un orizzonte limpido che rinfranca gli occhi. Il Meeting è cominciato ieri con la benedizione del presidente Mattarella il quale ha dato avvio ai lavori, circondato da un dispiegamento eccezionale di forze dell’ordine. Sembra che in cielo volassero anche gli UFO … Qualcuno dice di averli fotografati a Misano, in pieno giorno, mentre il Meeting di Rimini prendeva il via ed il Presidente della Repubblica si esprimeva in un discorso pastorale di “inevitabile accettazione del futuro”.

Dunque: “Sia fatta la tua volontà” oh libero corso della storia! Accettare un destino che non possiamo governare, sembra un discorso confessionale che qualche decennio fa un capo di stato non avrebbe osato fare. Forse era peggio quando si cercava l’unità contro un nemico comune e gli animi si scagliavano contro questo e contro quello. Ma il pendolo oscilla da un eccesso all’altro e così mi sembra di evaporare. Dovrei forse imparare a fare affari anch’io con gli immigrati? Oh libero corso del mercato! Chissà… ho il sospetto che questo inevitabile invito all’accettazione del futuro as-it-is sia una strategia con cui il potere difende se stesso. Tanto non possiamo farci nulla. Arrangiatevi dunque e in autunno votate SI. Forse.

L’imbarazzo delle collezioni

19 agosto, 2016 § 1 Commento

20160731_131059Mi manca lo spirito del collezionista e va bene così, perché non avrei lo spazio per conservare oggetti più o meno preziosi, tantomeno il denaro per comprarli, e vivrei nell’ansia dei furti. Collezionare è dopotutto uno strumento di conoscenza mediato dal possesso e si può conoscere bene qualcosa (forse meglio) anche senza possedere gli oggetti di studio. Riconosco tuttavia il valore delle collezioni altrui, come umano tentativo di sottrarre al caos le creazioni umane. Il Victoria & Albert Museum di Londra è un esempio maestoso di questo tentativo, fatto in un’epoca in cui le raccolte enciclopediche non sembravano chimere. Allora un principe poteva fare uso della propria potenza per elevare lo spirito dei sudditi, costretti a lavorare la pietra, i metalli, il vetro e la ceramica, consapevoli però che anche l’artigiano era a suo modo un artista.20160731_133432L’enciclopedismo del Victoria & Albert è appena scalfito dalle mostre temporanee e dai giochi multimediali: è lo sfondo delle scampagnate domenicali di turisti e residenti che affollano il giardino, divorano piatti unici in un self service che sembra una sala da ballo e occupano l’atrio durante l’apertura straordinaria del venerdì sera, per danzare al ritmo di un dj che trasforma l’ingresso in un disco pub fino alle dieci. La solidità delle collezioni regge l’urto degli svaghi e sembra trarre da essi una nuova vitalità. Le raccolte del Victoria & Albert sono davvero incredibili per vastità e ricchezza, così ben documentate da renderne improbabile la dispersione. Tuttavia anche qui traspira un certo imbarazzo per le collezioni aristocratiche, che al giorno d’oggi dovrebbero essere divulgate con l’aiuto di strumenti didattici e con inevitabili semplificazioni: dal museo enciclopedico al museo wikipedico. Ma il conservatorismo britannico fa da contrappeso e ritarda questo trapasso.20160729_211609Le collezioni che in origine stavano in vetrina nei musei sono ovunque sotto assedio, come se non avessero più la forza di parlare da sole, senza la mediazione di un palcoscenico animato. Ciò sembra vero soprattutto per le collezioni scientifiche, poi per quelle archeologiche… Le collezioni permangono quando in esse prevale la dimensione estetica ed antiquaria. Le gallerie d’arte tendono a salvarsi più delle collezioni di vasi antichi. Perfino l’arte contemporanea (che è una convenzione mediata dai galleristi e condivisa da chi è disposto a comprarla) reclama la dignità di collezione, molto più di una raccolta di uccelli impagliati o di selci preistoriche. Quasi nessuno sale nei piani alti del Victoria & Albert per vedere le enormi vetrine piene di splendide ceramiche rinascimentali, ma in tanti affollano gli ascensori della Tate Modern, non solo per il panorama che si scorge dall’alto della Switch House, aperta due mesi fa. L’arte contemporanea attira il grande pubblico che dice di trovarla stimolante anche senza la mediazione di strumenti didattici. L’aspetto ludico sconfina spesso nell’impostura, ma che importa? L’importante è vederla, dire d’esserci stati.

In un presente che toglie valore alle collezioni storiche, l’arte contemporanea reclama lo statuto delle collezioni, anche se le sue creazioni sono spesso semilavorati dell’emisfero destro del cervello degli artisti, che delegano al pubblico il compito più arduo, cioè la creazione del significato. Sarà mai questo ciò che chiede all’arte la società mediatica contemporanea? Farsi prendere in giro, inseguendo l’illusione d’essere creativi. O curare il disagio degli artisti con una forma istintiva di creatività… Come un rito sciamanico senza prospettiva.20160801_163141

Storia naturale, l’altra faccia del British Museum

11 agosto, 2016 § 2 commenti

20160801_100312Si chiama museo di storia naturale -e non di scienze naturali- il grande edificio di South Kensington che mette in mostra fossili, animali e scheletri di creature estinte. In origine anche queste collezioni erano esposte al British Museum, dove la storia naturale completava la storia delle civiltà condividendo metodi di ricerca e modalità espositive. L’ordine del mondo appariva sotto vetro, in espositori che classificavano tanto le manifestazioni dell’uomo quanto quelle della natura, senza dimenticare nulla. Verso il 1870 fu architettato il nuovo edificio di South Kensington, per dare alla storia naturale il meritato spazio, dopo che le ricerche dell’epoca di Darwin avevano assegnato ai fossili una dignità che nulla aveva da spartire coi vasi dell’antica Grecia. Più che un palazzo, il museo di South Kensington si alza come un castello dalle mille finestre, ordinate in fila per illuminare le meticolose collezioni di farfalle, coleotteri, uccelli impagliati… Non tutto deve essere rimasto com’era, dico fra me e me mettendomi in fila all’ingresso verso le dieci del mattino. La fila scorre lentamente fino al portone dove bisogna aprire le borse per mostrare il contenuto, come accade in molti luoghi pubblici a Londra. Qui c’è più gente che al British Museum: una folla festosa di famiglie coi bambini accolti dai venditori di libri e di gadget col distintivo del museo. Alla fama di questo luogo deve aver contribuito il cinema, l’idea di una “notte al museo” dove i rettili si animano e gli scienziati impazziscono nelle soffitte gotiche, a fare esperimenti sugli animali in via di estinzione.

20160801_103146Sono davvero curioso di vedere gli scheletri di dinosauro, ma dopo essere stato a Pittsburgh so che il museo di Londra potrebbe essere una delusione, e in effetti nessun rettile gigante accoglie chi entra nel grande atrio, dove c’è lo scheletro smilzo di un dinosauro in copia da Pittsburgh. Sullo sfondo troneggia la statua di Charles Darwin con la barba lunga, come un papa. Subito mi lascio coinvolgere dalla galleria dei rettili marini di Mary Anning, altra gloria inglese dell’Ottocento, sistemati come cent’anni fa e appesi alle pareti in  teche di legno e vetro: sono bellissimi ed io continuo ad illudermi che anche questo museo, come il British, sia ancora quello di una volta, una mostra di collezioni accumulate con cura, classificate ed ordinate per un pubblico paziente che si lascia incantare dalle composizioni nelle vetrine, come se l’allestimento fosse esso stesso un’opera d’arte. Ma non è così. Superati i rettili marini di Mary Anning, al posto delle collezioni ci sono percorsi guidati che mescolano pezzi autentici con immagini, suoni, video ed altri effetti speciali, inclusi i robot-dinosauro. Troppa fiction ha condizionato l’ultimo allestimento del museo di storia naturale di Londra, insieme all’idea che le collezioni scientifiche siano difficili da capire e che quindi possono essere smontate e sostituite da percorsi simili ad un film, da vivere come protagonisti, circondati da stimoli virtuali. 20160801_122952Tutto finisce per assomigliare tristemente ai tunnel dell’orrore dei vecchi luna park, con tanto rumore per nulla. Delle forme del glorioso edificio ottocentesco, ai piani superiori non si percepisce nulla. Catturati nel tunnel buio delle scienze della terra, non c’è traccia delle mille finestre che illuminavano le antiche collezioni come i telai di una fabbrica tessile. Questo museo crede d’essere all’avanguardia così com’è, all’inseguimento dei moderni exploratorium che non hanno niente da spartire con un tradizionale museo di storia naturale. L’ultima moda comunicativa ha spazzato via l’allestimento che c’era, ritenuto inadeguato alla missione educativa di un museo scientifico contemporaneo. Nel nuovo linguaggio multimediale prevale un’educazione a senso unico, a cui sottoporsi come ad un trattamento sanitario uguale per tutti. E’ come entrare in un libro di testo, da digerire senza troppa fatica, perché le scoperte le ha fatte qualcun altro. Ma esistono già i manuali, i CD e la TV. Un museo dovrebbe fare di più rimanendo quello che è, senza camuffarsi da trasmissione televisiva, perché le collezioni sono una miniera inesauribile di informazioni che inducono riflessioni a non finire, avendo in mente le giuste chiavi di lettura. Bisognerebbe aggiornare non gli allestimenti, ma il cervello dei visitatori, prima di entrare.

A Londra avrebbero potuto costruire un moderno exploratorium lungo il Tamigi, lasciando in pace le collezioni di South Kensington lì dov’erano, come hanno fatto con la galleria d’arte contemporanea Tate Modern, che non ha rimpiazzato la vecchia Tate Britain e le collezioni d’arte dell’Ottocento inglese. Ma l’arte è un’altra cosa. Il valore della scienza si misura con quello che riesce a fare e non con il prezzo delle collezioni, che valgono infinitamente meno di un’opera d’arte. Dunque i curatori del museo di storia naturale di Londra hanno preferito camuffare le collezioni scientifiche perché non sono attrattive per il pubblico. La svolta mediatica ha accentuato il gap fra la cultura umanistica e quella scientifica, un divario che potrebbe essere colmato, temo, con un’analoga svolta mediatica del British Museum. Nei corridoi egizi e mesopotamici, fra qualche anno anche l’archeologia potrebbe godere di un’apparecchiatura multimediale coinvolgente, come un film di Indiana Jones…

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British Museum

9 agosto, 2016 § Lascia un commento

20160730_172149Fiumi di persone invadono i grandi musei di Londra, dove si entra gratis, ma un caffé costa tre pounds e un bicchier d’acqua due. Per vedere tutto quello che c’è, di caffé se ne beve più d’uno e in tanti si mettono in fila per noleggiare un’audio guida, che costa come un biglietto. Nei musei londinesi si pagano i servizi, anziché le tasse d’ingresso, e si lascia al buon cuore dei visitatori l’offerta volontaria di 5 pounds, da infilare nelle casse di plexiglass  messe davanti alla porta come in chiesa. Se le collezioni sono un dono, i doni non si pagano, si ricambiano. Quando funziona, la cultura assomiglia ad una religione. Ma se i musei diventano intrattenimento, il gioco non è più lo stesso ed il biglietto bisogna pagarlo, come al luna park. Il British Museum di Londra si colloca al disopra di ogni sospetto di intrattenimento culturale e la gran massa di visitatori contempla i vecchi allestimenti delle collezioni in modo attento (o distratto) come in chiesa a Natale, senza pretendere il restyling delle mostre contemporanee.20160730_163920Nelle sezioni archeologiche del British Museum vedo addirittura più gente di quanta ce n’è alla National Gallery, dove i dipinti esercitano comunque una forte attrazione sui visitatori, che vengono qui a vedere soprattutto Leonardo, Caravaggio e Vermeer. Le opere di Piero della Francesca non sembrano più di tanto attrattive per il grande pubblico, collocate nell’ultima sala del moderno ampliamento dedicato ai “primitivi”, brillano di un fascino esoterico, con al centro il battesimo di Cristo. Per il grande pubblico i quadri sono più facili da capire dei cocci e delle pietre. Dunque non so spiegare il successo clamoroso del British Museum, che è in fondo un museo archeologico, legato a criteri espositivi tradizionali densi e complessi. Le immagini di cui si nutre la curiosità qui sono nascoste nelle minute decorazioni del vasellame antico, dai tempi della città di Ur, e nei rilievi incisi sulla pietra dei lunghi corridoi di Ninive e di Nimrud.20160730_122636Le scene della caccia al leone sono eccezionali, narrate come un film dell’ottavo secolo avanti Cristo, davanti alle quali, tuttavia, il pubblico non si ferma a lungo. La folla si accalca di fronte alle mummie e davanti all’enigmatica stele di Rosetta, collocata al centro del salone egizio, autentico feticcio della nostra civiltà. Ma altri visitatori guardano la copia della medesima stele, messa al centro della grande biblioteca dell’Illuminismo, e la fraintendono come se fosse un pezzo originale. Le sculture classiche del Partenone sono troppo frammentarie per trasmettere il fascino che dovevano avere da nuove, ma racchiudono i significati di una storia millenaria ed è per questo che bisogna vederle. Venire al British Museum è come bagnarsi nel Gange. Per chi è cresciuto in Occidente, ha lo stesso valore di un pellegrinaggio alla Mecca per un Musulmano. Il British Museum è già un obiettivo sensibile della società mediatica occidentale. Non capita a tutti i musei di diventarlo ed è pressoché impossibile che succeda ad un altro museo archeologico. C’è da chiedersi se tanto successo sia veramente indice di religiosità, o sia solo una forma di superstizione. Comunque nessuno sembra lamentarsi dell’allestimento. L’ordine antiquato del British Museum non imbarazza né i curatori, né i visitatori.20160730_170210

La vanità dei libri

5 agosto, 2016 § Lascia un commento

20160802_154834Nel quartiere di Bloomsbury a Londra c’è un negozio che vende libri. Si chiama Skoob e vende libri usati nello spazio basso di una cantina raggiungibile da una diramazione di Marchmont Street. I libri sono ammassati in scaffali grezzi di legno, fitti fitti ma raggruppati con criterio, per lo più per genere. A matita nella prima pagina c’è scritto il prezzo in Pound. Sembra d’entrare nelle cantina (o nella soffitta) di qualche ragazzo cresciuto troppo, che ha ammassato fumetti e ricordi in un nascondiglio privato. Manca l’odore seducente della carta stampata e neppure c’è il fascino della carta antica. Prevale la polvere… Il nostro tempo gioca un brutto scherzo ai libri divenuti anch’essi oggetto di consumo: quasi nuovi, oppure sgualciti, lontano dagli occhi di chi li aveva acquistati invecchiano subito e diventano poco attrattivi. Si arenano su questi scaffali, in un limbo di anonimato dal quale ben pochi spiccheranno il volo nel cielo dei libri rari.

Il mercato dei libri usati non può permettersi un negozio più seducente nel centro di Londra. Lo spazio angusto di uno scantinato privo di finestre dichiara senza ipocrisia il valore commerciale dei libri vecchi, nella gerarchia delle cose che contano in una grande metropoli. Eppure anche questo mercato richiede un lavoro alacre e genera qualche profitto. I clienti che chiedono questo o quel libro vengono indirizzati dai commessi nell’angolo dove presumibilmente potrebbero trovarlo. E’ una caccia al tesoro in una superficie di pochi metri quadrati, dove la prima distinzione che occorre fare è fra Fiction e Non-fiction, come se la scrittura producesse innanzitutto invenzioni di fantasia e solo in seconda battuta parlasse della realtà, come fantasia negata. Poi occorre distinguere i manuali dai saggi e, fra i saggi, quelle più giornalistici, già vecchi dopo una stagione, dagli altri che sfidano gli anni e potrebbero diventare classici, se il dio della critica lo permette. Ma i classici sono vecchi per definizione e, per essere compresi nell’attualità, richiedono il supporto di altri libri aggiornati, che classici non sono e chissà mai se lo diventeranno.

Ogni volta che aggiungo un libro nuovo nella mia personale biblioteca so di fare una scommessa: diventerà mai un classico, cioè qualcosa che vale la pena conservare e rileggere fra dieci anni? I libri che contano non basta leggerli, bisogna rileggerli per stabilire con essi un dialogo e farsi accompagnare lungo l’arco della propria esistenza. Per questo ha ancora senso comprare i libri, conservarli, destinare loro dello spazio nelle abitazioni private. La concretezza materiale del libro fa da promemoria: è la porta d’accesso in un universo dove ha senso tuffarsi di tanto in tanto. Ma se un libro non funziona, bisognerebbe eliminarlo subito, perché ostacola la visione degli altri. E’ vero: sono tanti, diversi e contraddittori i motivi che inducono ad accumulare libri, a stratificarli negli scaffali che si appesantiscono di anno in anno. E’ difficile rifiutare il libro-gadget ricevuto in dono o comperato come ricordo di un momento particolare (non è diverso da una bomboniera o da un souvenir), così come è difficile disfarsi di un libro non letto: e se fosse interessante?

Le biblioteche private sono depositi di buone intenzioni e di cose lasciate a metà. Un’illusione di integrità le fa apparire compiute e coerenti, anche se rispecchiano il disordine di slanci personali e di incontri fortuiti. Un’illusione di libertà le fa sembrare originali e pure, anche se il marketing editoriale prevede i desideri di ciascuno ed insegue i propri lettori con offerte su misura, dalla bieca divulgazione alla manualistica più raffinata. Un’illusione di immortalità fa credere infine di poterle lasciare in eredità, come opere dell’ingegno, estensioni materiali della propria mente. Ma gli eredi le vivono con imbarazzo: spulciano qualche libro raro da vendere a buon prezzo e lasciano il corpo cadaverico della biblioteca nelle mani di chi va a sgomberare gratis cantine e solai. I frammenti dispersi e riordinati per genere (fiction, non-fiction…) giacciono a Londra negli scaffali di Skoob come pezzi di automobili disfatte nei piazzali marginali di chi le ha rottamate. O come ossa riesumate: tibie con le tibie, femori coi femori, fitti fitti nella penombra umida di una cripta.

La precedenza del pedone

4 agosto, 2016 § Lascia un commento

20160802_202532Non deve essere facile vivere a Londra. Come in ogni grande città le sfide quotidiane cominciano di mattina nelle linee sovraffollate della metropolitana, nelle camminate a passo sostenuto sui marciapiedi, spesso bagnati dalla pioggia. Ma meglio che in altre grandi città qui tutto sembra circolare senza intoppi: le auto sfrecciano, gli autobus si susseguono senza ritardi, così come le linee della metropolitana. Il rispetto che il traffico riserva a chi va a piedi non va oltre i limiti del buon senso, che dà ai veicoli la priorità, lasciando ai pedoni l’obbligo di guardare bene a destra e a sinistra, se attraversano la strada in prossimità di un incrocio, fuori dai brevissimi intervalli di tempo concessi dal semaforo verde. Le strisce pedonali -le famose strisce dove le auto si fermano sempre- sono piuttosto rare e dislocate lontano dagli incroci, affinché la brusca frenata dei veicoli non ostacoli la circolazione. Le regole sono regole, ma per essere rispettate devono essere realistiche. Strisce pedonali in prossimità di un incrocio sarebbero pericolose per la circolazione dei veicoli. Inutile dunque metterle.20160731_095916Le strisce pedonali danno la misura di molte cose, che differenziano non solo la circolazione, ma la civiltà delle nazioni. Anni addietro in Italia nessuno dava la precedenza ai pedoni sulle strisce, che erano piuttosto rare e sembravano tappeti messi sull’asfalto per suggerire la posizione dove attraversare una strada, dopo aver ben guardato a destra e a sinistra che non ci fossero auto in transito. Forse dopo un viaggio in Europa, alla fine degli anni Ottanta qualche automobilista cominciò a rispettare le strisce anche in Italia, contrattando con il pedone la precedenza: “se non ho fretta ti lascio passare”, sembrava dire con la mano, mentre il pedone ringraziava, affrettando il passo con un inchino rivolto all’automobile. Era una concessione, non un diritto.20160731_091452Negli anni Novanta le strisce sono proliferate, spesso accompagnate da semafori intimidatori per la circolazione, agli incroci, ma anche lontano dagli incroci. L’automobilista sapeva ormai che avrebbe dovuto rispettarle, ma sembrava irrealistico che si dovesse fermare ogni volta che qualcuno a piedi si affacciava sulle strisce. La contrattazione partiva dal pedone, che allungava una gamba per dimostrare quanto fosse risoluto nel voler attraversare la strada. L’auto poteva accelerare per sfidare chi andava a piedi oppure fermarsi, con una smorfia dell’autista che diceva quanta fretta avesse di ripartire. Dopo aver conquistato il diritto, il pedone se la prendeva comoda e trionfava sull’automobile rallentando il passo, tagliando in diagonale le strisce, fermandosi a parlare in mezzo.

Dopo il Duemila le rotonde hanno sostituito i semafori agli incroci, ma i semafori sono rifioriti accanto alle strisce pedonali, disegnate in prossimità delle rotonde, per ribadire il  diritto dei pedoni e gli obblighi degli automobilisti, che cercano di sgattaiolare, fingendo di non vedere. La comicità di Mr. Bean non potrebbe esprimersi sulle strisce pedonali italiane, perché il contesto è così bizzarro da offuscare l’intraprendenza del singolo, pedone o automobilista che sia. Per far ridere, Mr. Bean ha bisogno dell’efficiente contesto inglese, dove le stravaganze fanno leva su un understatment condiviso. Tutti sanno quand’è il momento di attraversare (o non attraversare) una strada, solo Mr. Bean fa di testa sua. Per questo fa ridere. Nelle nostre strade sono le rotonde, le strisce pedonali, le presunte piste ciclabili che fanno ridere, messe lì per dire che ci sono, ed essere invocate in sede processuale -dopo un incidente- per salvare la faccia delle pubbliche amministrazioni e limitare i risarcimenti delle compagnie assicurative. Le regole che ci guidano in Italia non rispecchiano la realtà, la complicano e invitano a giocare in difesa, non solo sulla strada, mentre aspettiamo la crescita del PIL.20160803_095623

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