Cronaca senese

28 luglio, 2016 § 1 Commento

20160727_100009L’ultima volta c’ero stato quattro anni fa in gita scolastica e mi ero seduto anch’io in Piazza del Campo, vicino  alla fonte dove si sarebbe voluto svegliare all’alba Albert Camus, dopo un cammino solitario e notturno sulla strada che va da Monte San Savino a Siena. In un mattino di luglio Piazza del Campo sembra uno  specchio infuocato e i turisti sostano sotto l’ombra lunga della torre, che segna le ore come una meridiana, nel selciato di mattoni a forma di conchiglia. Nella piazza di Siena si manifesta più che altrove il segreto della bellezza dell’Italia, dove la storia ha plasmato  il paesaggio fondendo insieme natura ed architettura. Nell’alveo del torrente sale la quinta del palazzo pubblico che taglia la valle e fa da scena alla piazza, come un teatro classico dove si entra scendendo le scale di vicoli e voltoni che sembrano rovine classiche. Il recupero dell’eredità antica trova qui un’espressione compiuta già un secolo prima del rinascimento, in una chiave meno geometrica, modellata sul paesaggio e protesa verso il cielo.20160727_090926Dalla piazza si ramificano le strade che conducono fuori città, nei rioni che serpeggiano sui crinali contraddistinti, ciascuno, da un diverso ordine monastico: domenicani, francescani, serviti, agostiniani… Nelle mura convesse dei palazzi storici e nelle vie tortuose si è sedimentata l’onda lunga del medioevo, che non ha retto il peso del proprio sviluppo e si infranto nelle crisi bancarie, prima di essere sommerso dalla peste del 1348. Il compimento di questo medioevo ha segnato la città in modo indelebile, nella struttura e nella rete urbana. Il rinascimento ha poi incastonato edifici mirabili nel tessuto medievale, che impallidiva secolo dopo secolo perdendo gli archi e le bifore acute, in origine aperte come logge sulle strade. I secoli successivi hanno appiattito le pareti dei palazzi nobili nei modi schematici di finestre squadrate, ritagliate negli archi gotici che erano stati tamponati coi mattoni.20160727_090808La riscoperta romantica dell’identità medievale fra Ottocento e Novecento ha coinciso coi progetti di recupero dell’aspetto originale e col rifacimento talvolta arbitrario dei dettagli architettonici del Trecento. Così nelle bifore di  certi palazzi confondiamo il romanticismo neogotico con l’anima della città medievale che sopravvive autentica solo nel tessuto di mattoni, nei frammenti di cornice, negli archi tamponati che si inseguono in salita e in discesa lungo i vicoli.20160727_085117Ancora più autentica, l’anima medievale faziosa e corporativa della crisi del Trecento affiora nelle vicende contemporanee del Monti dei Paschi, che sono lontane da una soluzione. Chiunque in città dice d’essere stato segnato da questa crisi morale e materiale, che impedisce di proiettarsi con fiducia in un nuovo futuro. Non si vede l’uscita e non basta lo sfruttamento professionale del turismo ad allontanare lo spettro di una stagnazione. L’aria che si respira oggi a Siena aiuta ad immaginare come doveva essere questa città alla vigilia della peste nera del 1348. Pensando al  futuro che ci attende, si capisce di certo il fallimento del grande duomo di Siena e l’incompiutezza del facciatone, che si staglia enigmatico nel punto più alto della città, monumento di se stesso.20160727_121942

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Nel cono d’ombra dei LIKE

22 luglio, 2016 § Lascia un commento

Anche il mese di luglio si messo a correre ed ora che i piani per le vacanze sono finalmente chiari, diremo presto che “è già settembre”. Il mese di luglio è stato ricco di incontri, di cui ho lasciato un segno nell’alter blog, che ormai da tre anni raccoglie traccia delle cose che faccio, senza smanie letterarie. In particolare con Robert Stout ho condiviso il valore degli schizzi dal vero e dei disegni a matita, per far collimare sguardo, pensieri e stati d’animo (per una pedagogia del gesto percettivo). Con Massimo Persiani ho risalito la valle del fiume Tevere in un tratto antico di mulattiera, lo stesso che il Baedecker di inizio ‘900 segnalava ai viaggiatori in cerca delle sorgenti del Tevere, fra Valsavignone e Falera. Con Tommaso Casini a Fiesole, dopo una bella mostra a Palazzo Pitti, ho parlato di arte, neuroscienze e antropologia, sulla scorta di recenti letture (Zeki, Antony, Taghard, Corballis…). Con Fulvio Borrino a Lido degli Estensi ho rievocato il passato da tecnico dello zucchero e l’improbabile salvaguardia della memoria degli zuccherifici italiani. Infine con Giovanni Manucci a Bertinoro ho meditato su “che fare?”, senza dimenticare che siamo diventati insegnanti di scuola media.

Nel regime dei social network, dove ciò che conta è il numero dei LIKE, la cultura di qualità non può prevalere, anzi va a fondo, sommersa dai messaggi virali che stuzzicano istinti primordiali. L’educazione dovrebbe lavorare come una macchina termica contro una nuova forma di entropia. Ma se diventa una fatica di Sisifo, meglio darsi alle lezioni di fisica.

L’obsolescenza del cervello in rete

11 luglio, 2016 § 3 commenti

L’inizio delle vacanze estive pesa come un macigno. Vedo riaffiorare i sogni di una vita precedente: scrivanie, uffici in penombra carichi di carte in attesa, gente che occupa un posto senza averne davvero facoltà. Capitava anche a me, lo ammetto, ma adesso è solo un sogno. Dovrei liberare i pensieri, farli scaricare come un’onda che si infrange a riva. Affronto così il riposo come se fosse un lavoro: strano da ammettere, ma dopo l’eccitazione convulsa di un anno scolastico c’è la fatica di riposarsi. Scrivo un po’ meno ma continuo a farlo per ricordarmi chi ero, perché temo di perdermi nel flusso di notizie usa e getta. Non vorrei vedere scolorire la mia identità come succede ad Hall 9000 nel noto capolavoro di fantascienza, quando recita la filastrocca Giro giro tondo… Allora scrivo per me, come se fosse un lavoro a maglia o il guscio di una chiocciola, dove il mollusco trova casa e lascia un’immagine duratura delle forme di cui ha necessità.

In verità scrivo di meno ma leggo di più, e cerco di stare sul web per vedere in che direzione si muove la rete, per trarne giovamento ed intercettare un soffio di vitalità. Le novità semplificano i contenuti, privilegiano le immagini e rendono obsoleta la lettura, come se l’alleggerimento dei testi non fosse mai abbastanza. Dovrei forse allarmarmi per il logoro template del mio Project… (ancora OULIPO!), ma non so trovare nessuna novità che mi soddisfi. I guru di questo progresso dicono che l’obsolescenza manda in malora qualunque esperienza. Solo per fare un esempio, confrontate l’incompiuto sito ufficiale dell’Associazione italiana del patrimonio industriale, con il nuovo archeologiaindustriale.net, dove la voglia di fare click prevale ormai ovunque sugli intenti di studio. La nostra è la civiltà dei click e noi siamo diventati Homo pulsans: col tocco sullo schermo dimostriamo d’essere vivi e alimentiamo le connessioni di questa creatura planetaria chiamata web.

Non so cosa direbbe Manfred Spitzer, che nel bel libro Demenza digitale rincara la dose di Nicholas Carr (Internet ci rende stupidi?), ma è un fatto che il pensiero profondo sia ormai estromesso dal flusso incessante della rete. Dovremo imparare a fare a meno dei ragionamenti strutturati, pena l’esclusione sociale? Oppure coltivarli in segreto, come un vezzo d’altri tempi. E a scuola? Il pensiero profondo ha ancora valore? Dobbiamo continuare ad insegnare a pensare, riflettere, costruire criticamente un ragionamento? E’ una domanda legittima… Se la società chiede solo una sequenza di click concatenati, potrebbe aver senso plasmare il cervello in un modo nuovo, destrutturato, più adatto alle sollecitazioni del web. Dovremmo discuterne, ma mi pare che l’Homo pulsans sia un passo indietro rispetto all’Homo sapiens.

A scuola faremmo davvero una gran figura se cavalcassimo cinicamente le novità tecnologiche, affogando insieme ai cervelli dei nostri studenti cinquemila anni di civiltà, e trasformassimo le nuove generazioni in strumenti nelle mani della creatura planetaria che si nutre di click. Saremmo aggiornati, al passo coi tempi, glam. Credo che il pensiero strutturato vada comunque difeso con coraggio da chi ancora ne riconosce il valore e può permettersi di agire liberamente. Il cervello plasmato in modo tradizionale sarà qualcosa di elitario nella società del futuro, segno di distinzione, per chi ne ha le possibilità.

La spiaggia dello zio

8 luglio, 2016 § Lascia un commento

Cambiano gli inquilini negli appartamenti, cambiano le strade che attraversano gli spazi intorno, cambiano i luoghi che abitiamo, ma la spiaggia dello zio non cambia mai: ad ogni stagione si ripete sempre uguale, fedele a se stessa, con la solita gente, gli stessi discorsi, le stesse signore truccate e tinte, sbilenche sotto gli ombrelloni fitti fitti, sotto l’onda marina che avanza e stringe l’ultimo lembo di terra ferma fra il canale e la pineta. I riti sopravvivono più di ogni altra cosa e la spiaggia è un rito per eccellenza, sfogo collettivo delle abitudini piccolo borghesi nella stagione calda.

Non importa se questa spiaggia è stretta, se gli ombrelloni quasi si appoggiano l’uno sull’altro, se l’ingombro dei corpi in fila sul marciapiede ricorda l’attesa all’ufficio postale. Non importa se l’acqua del mare è torbida più che altrove, per effetto della foce incerta del canale che giunge al mare proprio qui, chissà da dove. Nel rito della spiaggia ci si ritrova, ci si tocca, ci si conta. Ed è bello scoprire d’esserci ancora, fedeli a se stessi, ancora lì ad ascoltare il grido della motonave in partenza col pesce fritto a bordo, come quaranta, cinquant’anni fa. Il tempo scorre come il vento, segna la pelle che sembra sabbia. Il tempo fa cambiare, ma piano piano, tanto che quasi non ce ne accorgiamo.

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