Trent’anni dopo

29 aprile, 2016 § 1 Commento

Oggi ricorre il trentesimo anniversario di internet e se ne parla abbastanza. Piace parlarne anche a Renzi, rincorso dai soliti tafferugli che lui dice di non capire, stavolta a Pisa. Io non ricordo nulla di quel giorno di trent’anni fa, quando la nascita di internet avvenne entro i muri di un centro di ricerca. Gli effetti di internet si videro molti anni dopo, a partire dalla metà del decennio successivo. Sarebbe oggi più sensato parlare di ventennale di internet, riferendolo all’esperienza comune di chi imparò a navigare in rete nel 1996.

Invece ho sentito parlare poco dell’altro trentennale, caduto il 26 aprile scorso, di cui conserviamo una memoria più toccante, noi che l’abbiamo vissuto. Il 26 aprile del 1986 avvenne il disastro della centrale nucleare di Chernobil, cui fece seguito la psicosi dello iodio e del cesio radiattivo, col divieto di consumare verdura a foglia larga anche in Emilia Romagna in quella strana primavera del 1986. Che percorsi segue la memoria: ricordiamo una data simbolica di cui allora non sapevamo nulla e trascuriamo un fatto che ci rese le notti insonni in quegli stessi giorni del 1986. La memoria di Chernobil ce la portiamo addosso, purtroppo, anche se non osiamo stabilire nessi di causa effetto fra quell’evento di allora ed i malanni cronici di molta gente. Non solo quelli che si sono già manifestati, ma anche quelli latenti, che verranno. La memoria degli anniversari è un gioco di comunicazione del potere di turno. Quello che non si può controllare, è meglio nasconderlo.

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La finestra della scuola

28 aprile, 2016 § Lascia un commento

Mi sono sempre piaciute le cose di contorno, le voci di sottofondo e le sfumature del paesaggio. Adesso che trascorro le mattine nelle aule di una scuola media, fra le colline, la pianura e il mare, guardo spesso l’orizzonte dalle finestre al secondo piano. Fra le case affiora a tratti la pianura piatta, tagliata dalle prospettive dei fossi e dei frutteti, che nella bella stagione brulicano di aromi e di colori nuovi. I campanili di campagna spuntano sull’orizzonte e a mezzogiorno fanno sentire le campane, se le finestre sono aperte. Più lontano credo di vedere il grattacielo di Milano Marittima, ma i ragazzi di seconda media non si lasciano convincere facilmente, che sia facile vedere Milano Marittima dalle finestre della loro scuola.

Il paesaggio è diverso se guardo dalla parte opposta, dove il profilo ondulato delle colline si allarga verso ovest nel doppio colle di Bertinoro prima di scomparire in pianura. La luce del sole fa brillare le cime dove vedo il castello di Longiano e l’abbazia del Monte di Cesena. Da parecchio tempo ormai il potere non costruisce più monumenti in vetta alle colline come rifinitura del paesaggio naturale. L’Abbazia di Cesena è sempre lì, ma per vederla ci vuole attenzione, perché si è persa fra mille costruzioni moderne che confondono il paesaggio. Serve impegno per non vedere i capannoni sparsi, le palazzine che hanno colonizzato la campagna fin sui pendii, condomini mascherati da villette dove abita chi non è abbastanza ricco, ma non è povero.

Davanti a questo orizzonte si alza ad un tiro di schioppo il muro del cimitero. L’ingresso delle medie è proprio davanti. Nessun moderno piano regolatore tollererebbe una vicinanza del genere, presi come siamo dalla rimozione della morte, soprattutto dall’orizzonte giovanile. L’insolita vicinanza si spiega in fretta: prima di diventare scuola, il nostro edificio ospitava il seminario missionario religioso, destinazione in origine consona alla vicinanza dei vivi con i morti. Ma adesso i funerali del mattino distraggono gli studenti delle medie. Quando verso le dieci arriva un corteo funebre, devo abbassare le tapparelle per farli stare a sedere. In classe ogni pretesto è buono per interrompere la lezione, anche un funerale. Fuori dai vetri un viale di cipressi corona gli sguardi vispi e distratti degli alunni di prima media, col sole e con la pioggia, col vento e con la nebbia. Il paesaggio vicino è contraddittorio, ma non più strano di altre cose a scuola. Meglio alzare gli occhi. Basta poco.

Pace in guerra

18 aprile, 2016 § 3 commenti

Abbiamo archiviato il referendum, di cui forse si è parlato anche troppo per il solito fazioso spirito di propaganda. Renzi non merita di certo un plebiscito, né a favore, né contro: quando lo sento parlare, penso che non c’è limite, pertanto non oso immaginare chi verrà dopo di lui. Nel frattempo ieri sono andato a votare. Ho impiegato un po’ di tempo per trovare la scheda elettorale… non so perché, ma era finita fra i documenti di manutenzione della caldaia. Mentre cercavo la scheda elettorale, ho acceso la televisione sui programmi della BBC world, che non ascoltavo da un bel po’. Ho sentito che siamo in guerra, nessuno me l’aveva ancora detto, forse ero io a non avere capito.

I giornalisti d’assalto della BBC parlano di un Medio Oriente in fiamme che si sta riversando verso il mediterraneo: minorenni ridotti alla fame assoldati da eserciti irregolari, procacciatori di soldati via web pagati a cottimo, 150 dollari per ogni ragazzo arruolato. Ascolto mentre continuo a cercare la scheda elettorale: trivelle sì, anzi no, un calcio a Renzi. E pensare che stavo così bene sabato pomeriggio: in santa pace nell’Abbazia di Pomposa, dov’ero andato ad ascoltare una bella conferenza di Paola Novara insieme a Robert Stout, l’artista americano dei mosaici, che mi ha fatto vedere con occhi nuovi i dipinti giotteschi dell’abbazia.

E’ difficile rinunciare al culto della bellezza, ma la storia arriva sempre di tanto in tanto con una secchiata d’acqua fredda sui sogni più belli. Verrebbe voglia di giocare in difesa, nascondersi in una fortezza inespugnabile, col pretesto di studiare, non tanto per trovare una soluzione, ma per difendere e tramandare quello che di buono ha prodotto la nostra civiltà. La presunzione dell’Europa è di farcela invocando la responsabilità dei cittadini, con il solito mantra della sussidiarietà, tutti contro tutti. E’ vero che le grandi civiltà antiche sono crollate lo stesso, nonostante le mura di difesa. Se non sono le mura a risolvere le situazioni difficili, figuriamoci senza. Le mura possono comunque aiutare a scaricare altrove la tensione. Così la prospettiva di una chiusura austriaca del Brennero fa vibrare discorsi di principio, come non se ne sentivano da molto tempo, nei geni della nostra politica scaricabarile.

Romani di provincia

3 aprile, 2016 § Lascia un commento

2016-03-25 09.15.30 (1)I francesi dicono romain per indicare i monumenti romani, e roman per le forme d’arte medievale di mille anni dopo, anche se in italiano verrebbe da pensare il contrario: roman uguale a “romano”. Invece no: roman in francese significa “romanico”! In Francia è così chiara la derivazione della scultura romanica da quella romana, che l’evoluzione medievale di questa forma d’arte sembra più romana dell’originale classico da cui trae ispirazione. Gli storici dell’arte dicono che molta scultura romanica della pianura padana deriva dalla Provenza, con la mediazione Benedetto Antelami che avrebbe fatto l’apprendista ad Arles. Durante il medioevo i modelli romani erano ancora visibili in Provenza, mentre ben poco di antico era rimasto lungo la via Emilia, nei centri dove Benedetto Antelami lasciò traccia della propria arte scultorea. Quale forza cancella gli edifici antichi e quale alchimia di ingredienti li preserva? E’ un segreto nascosto nelle pieghe di ogni luogo, ma non è mai lo stesso.2016-03-25 09.09.23Di certo la luce e l’aria della Provenza hanno agito come eccezionale forza conservativa. Lo stato di conservazione dei monumenti d’età augustea lungo il tratto inferiore del Rodano non ha eguali in nessun’altra parte d’Europa. Non solo gli anfiteatri di Arles e di Nimes, ma anche altri edifici di minori dimensioni sono stupefacenti per l’apparato decorativo dei rilievi scolpiti, rimasti intatti nonostante duemila anni di raffiche di maestrale. Eppure la pietra qui non sembra particolarmente robusta e neppure tanto pregiata. Ho rivisto Les Antiques di St Remi in una notte di luna piena, come il quadro fantastico di un vedutista del Settecento. Ricordavo l’impressione straordinaria della piccola torre monumentale accanto all’arco di trionfo in un caldo giorno di agosto di ventitré anni fa. Nel frattempo gli alberi attorno sono cresciuti e devo ammettere che tutto il complesso fa ancora più impressione di notte col plenilunio.2016-03-24 14.17.35L’arco romano di Orange l’abbiamo raggiunto a piedi, sotto il cielo cristallino delle due del pomeriggio, dopo aver trattenuto il fiato davanti alla muraglia monumentale del teatro romano, così gigante e fuori scala nel moderno contesto urbano. La via di traffico che esce da Orange verso nord fa una rotonda intorno all’arco, trasformandolo in un piccolo Etoile parigino, erboso ed ombreggiato da platani maestosi che non disturbano la costruzione antica, anzi la rendono ancora più vera. Nel sottarco si vede una decorazione elaborata di losanghe scolpite e traforate, che deve aver insegnato molto agli scultori romanici di mille anni dopo2016-03-24 14.25.08A trenta chilometri da Orange, Vaison la Romaine è una città medievale, ma il nome Romaine allude alla città romana che è stata scavata fin dal Milleottocento, dapprima depredata e solo da qualche decennio indagata con metodi rigorosi. L’area archeologica adiacente al centro urbano esibisce resti considerevoli, ma ben poco dell’apparato decorativo che è disseminato nei grandi musei del mondo: unica eccezione alcune belle statue fra le quali spicca l’imperatore Adriano con la moglie, in un piccolo museo preso d’assalto dalle scolaresche. Buona parte dell’apparato scultoreo di Vaison è conservato nel museo lapidario di Avignone, dove occupa le cappelle laterali dell’ex chiesa dei Gesuiti. 2016-03-24 16.51.40Certi rilievi romani qui sembrano già romanici, nati per stare in chiesa, e mostrano simboli affini a quelli cristiani. Più che alla classicità augustea, l’arte romanica della Francia e dell’Italia del nord pare vicina a questo gusto romano di provincia, contaminato da persistenze galliche. La rinascita romanica dell’undicesimo secolo ripropone i modelli antichi, non tanto della classicità augustea, ma delle contaminazioni di provincia.

Il vento di Avignon

1 aprile, 2016 § Lascia un commento

2016-03-24 15.13.23Lungo il Rodano fra Arles ad Avignone il paesaggio cambia in fretta. Le Alpilles sembrano montagne, ma sono solo piccole colline rocciose che spuntano dalla pianura e tengono lontano dal mare l’altro grande fiume provenzale – la Durance – che si getta nel Rodano alle porte di Avignone. Il monte Ventoso comincia a profilarsi all’orizzonte con la caratteristica forma appuntita su cui convergono le montagne azzurre dell’alta Provenza. L’eco letterario di Francesco Petrarca, che ha tormentato intere generazioni di liceali italiani, risuona nei nomi delle località di quest’angolo di Francia. Noves dovrebbe essere il paese natale di Laura, mentre Fontaine de Vaucluse, nelle colline che fanno da quinta al fiume Durance, è il luogo delle sorgenti che ispirarono le chiare, fresche, dolci acque.2016-03-23 12.18.27Pare che Petrarca preferisse starsene lontano dagli intrighi della corte papale di Avignone: per lui era meglio vivere appartato in collina, passeggiare, meditare, scrivere, in attesa di un’insperata fortuna letteraria. Anche Clemente V, il papa che nel 1305 spostò in Francia la curia romana, alla fine scelse di vivere sulle stesse colline: non ancora nella città di Avignone, ma nel contiguo contado venassino che era feudo pontificio. Esattamente sette secoli fa -era il 1316- fu eletto papa il famigerato Giovanni XXII e la città di Avignone divenne il punto di equilibrio di opposte tensioni (il re francese da una parte, le famiglie romane dall’altra) dove la chiesa poteva avere ancora una relativa autonomia. Dopo la brutta fine di Bonifacio VIII, che fu l’ultimo papa totalitario del medioevo, Avignone divenne il bozzolo dei moderni papa-Re dello Stato Pontificio.2016-03-23 15.25.34Se fossi arrivato ad Avignone prima della rivoluzione francese, nel contado venassino avrei trovato un pezzo di Stato Pontificio fuori dai confini dell’Italia: gli stessi feudi, gli stessi preti, gli stessi frati che controllavano la Romagna li avrei visti anche qui fra la Durance ed il Rodano, per un’estensione di parecchi chilometri da Cavaillon a Orange, fin oltre Vaison. Forse è questo il motivo per cui non mi sembra d’essere così lontano da casa mentre in automobile risaliamo le curve morbide della valle del Rodano, fra i platani maestosi fino ad Orange, poi fra i vignobles nel lungo rettilineo verso Vaison, sempre più vicini alle quinte monumentali delle montagne che chiudono l’orizzonte della Vaucluse. Il maestrale scuote l’automobile in corsa verso il Monte Ventoso, che non potrebbe avere un nome più espressivo. Per salire in cima si parte da Malaucéne, come ai tempi del Petrarca.2016-03-24 10.44.07Il Palazzo dei papi di Avignone è stato restaurato in grande stile all’inizio del Novecento, dopo che la storia post-rivoluzionaria l’aveva ridotto a caserma. Anche i bei torricini che cingono in alto il portale d’ingresso sono stati rifatti cent’anni fa, come d’altronde molte sale interne, che hanno perso le decorazioni originali. A giudicare dai pochi affreschi conservati nel palazzo dei papi di Avignone, Matteo Giovannetti avrebbe potuto scrivere un capitolo fondamentale alla storia dell’arte italiana fra Giotto e Piero della Francesca.

Nel museo del Petit Palace, che chiude a nord la stessa piazza dove si affaccia il palazzo dei papi, trova spazio un’interessante raccolta di quadri cosiddetti primitivi, scorporata dalla raccolta di Giampietro Campana, che ebbe prima fortuna e poi disonore nella Roma di Pio IX (qui è notevole il nucleo di pittura romagnola dell’inizio del Cinquecento).

Le chiese di Avignone hanno l’aria piuttosto dimessa, coi segni della muffa sugli intonaci di cent’anni fa. Nessuna di loro è rimasta com’era all’epoca dei papi. La rivoluzione francese deve aver avuto qualche responsabilità, ma l’intraprendenza del governo pontificio si è fatta sentire ad Avignone anche dopo il ritorno a Roma con parecchi rifacimenti. C’è il nome di Francesco Laurana nel dossale scolpito per la chiesa di St. Didier, ma non c’entra con il Laurana di Urbino. Nell’ex chiesa dei Gesuiti è splendida la sezione lapidaria del musée Calvet, allestita come una volta, con le sculture di tradizione gallica e le altre di Vaison la romaine affiancate nelle cappelle senza altari.

2016-03-23 12.54.09

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