La Feria di Arles

30 marzo, 2016 § 1 Commento

20160325_142031Arles sembra una grande città, circondata da strade veloci che si perdono nella pianura del Rodano ormai vicino alla foce. In verità Arles è un centro di medie dimensioni con cinquantamila abitanti ed un’identità meticcia, che riannoda nel sud della Francia tradizioni latine e iberiche. Il Rodano è una via d’acqua imponente accanto al tessuto antico di vicoli e piazzette che si intrecciano sotto le quinte monumentali d’età imperiale: i resti del teatro romano, le terme di Costantino e gli archi dell’anfiteatro così  ben conservati da far mormorare: “sembra d’essere a Roma”. Nel  venerdì santo ad Arles comincia la Feria, festa di Pasqua coi tori protagonisti nell’arena dell’anfiteatro, una sfida rituale che ricorda la corrida, ma senza sangue.20160325_115249Questa gara sportiva fra uomini e tori ha il suo pubblico affezionato che passeggia in città col cappello largo in testa, come nelle storie dei cow boys. La campagna è vicina: i grandi pascoli ed i recinti della Camargue collegano idealmente i tori di Arles all’archetipo delle bestie divine, ai sacrifici simbolici, al culto del sole. Fin dal mattino nelle piazze e nelle vie del centro si cucinano enormi padelle di riso, carne e crostacei: la chiamano paella ed è proprio la stessa che fanno  in Spagna, per confermare anche all’ora di pranzo l’anima iberica della Feria di Arles.20160325_103801Prima di mezzogiorno i gruppi locali si confondono coi turisti che arrivano da lontano e si fermano davanti al grande portale della cattedrale di San Trophime, come se fosse loro concesso il privilegio di sciogliere in pochi istanti l’enigma di queste pietre scolpite, senza affrontare il viaggio di andata e ritorno nella diversa idea di spazio che sta alla radice della scultura romanica francese. Lo spazio non è sempre uguale a sé stesso e si trasforma se c’è una forma scolpita ad animarlo. Il chiostro di San Trophime spiraleggia indietro nel tempo, esibendo rilievi romanici via via più arcaici, i quali alludono in vario modo alla classicità: al primato della storia sulla natura? Alla rivincita della natura sulla storia? La pietra palpita nella forma, ha una forza plastica che fiorisce da dentro e qualifica lo spazio in modo per niente omogeneo, né isotropo, né uniforme, lontanissimo dalla scienza illuminista.20160325_112212Nel chiostro di Arles si rispecchia il pensiero visivo dell’uomo medievale, un modo di “stare al mondo” che non ha agganci col cervello contemporaneo di chi gioca con l’arte… A confronto sembrano misere le esibizioni d’arte contemporanea del museo Reattu, un’istituzione comunque pregevole nel bel palazzo rinascimentale sull’argine del Rodano. A pranzo niente paella: forse sbaglio, ma mi sembrerebbe di tradire la vocazione provenzale. Fra i piatti del giorno nei bar della piazza c’è l’Aiolì, una salsa a base di aglio e maionese da mangiar fredda col baccalà, le lumache e le verdure lessate. Qualche goccia di pioggia intorpidisce l’aria festosa, ma non ha il sopravvento. Sotto le tende all’aperto mangiamo il misto di pesce, lumache e verdure, intingendo ogni boccone nell’Aiolì, come rito della vigilia.20160325_131020Piano piano la folla aumenta e l’aroma delle paelle attorno a noi si diffonde insieme ai fumi che si alzano dai fornelli. Ha smesso di piovere e la piazza è sempre più affollata. La Feria è cominciata, ma di pomeriggio ce ne andiamo subito dal centro di Arles che è già stato transennato per l’arrivo del pubblico dell’arena. In automobile oltrepassiamo il grande fiume che è anche il confine fra la regione provenzale e la Linguadoca, verso sud ovest dove si allarga la pianura del delta. Prima di perderci nella Camargue, facciamo sosta nel centro abitato di St. Gilles, per vedere un altro grande complesso scolpito del XII secolo. La guida blu parla con entusiasmo della facciata di St. Gilles, senza tuttavia nascondere l’aria dimessa del paese, un borgo di mercati agricoli fra le acque del delta, dove sembra di fare un salto indietro nel tempo di almeno trent’anni.20160325_152811Le sculture di St.Gilles parlano una lingua differente da quelle di Arles, più vicina alle regole dell’ultima classicità romana dei sarcofagi tardo-antichi. Le diverse sculture romaniche di Arles e di St.Gilles indicano la vitalità di un’epoca di rinnovamento -il dodicesimo secolo- che ebbe proprio qui, nella Francia del sud, una pluralità di interpretazioni, testimonianza di un mondo ricco, poi travolto dalle eresie, dalle guerre di religione, dalla rivoluzione francese. I rilievi di St. Gilles portano traccia di orrende mutilazioni nei volti scheggiati e nelle forme rotte da una furia che fa venire in mente l’ISIS. Annerite dalla polvere e dallo smog, recano anche i segni di un’incuria che non mi sarei aspettato di trovare oggi in Francia.20160325_152537Nessuna sorpresa, dunque, se il centro abitato di St.Gilles non è preso d’assalto dai turisti come succede in altri centri minori che offrono scorci pittoreschi e botteghe di souvenir. Troppa arte, troppa storia si accumula nei pochi metri quadrati di questa facciata sporca e cadente, poco adatta agli intenti lussuosi delle mostre temporanee e del turismo gastronomico. Un manifesto pubblicitario avvolge l’impalcatura che sostiene le colonne deteriorate ai lati del portale centrale: invita il pubblico a visitare la casa di papa Clemente, un palazzetto medievale di là dalla piazza. Dirottando altrove la curiosità dei turisti, St. Gilles sembra chiedere scusa per i danni che la storia ha inflitto ai suoi capolavori di scultura medievale. La valorizzazione turistica non va (sempre) incontro ai luoghi di maggior interesse storico-artistico.20160325_151059

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In Provenza

24 marzo, 2016 § 2 commenti

2016-03-24 15.12.56Neanche la Francia è più quella di una volta. Chi arriva dall’Italia non dovrebbe più stupirsi per le rotonde, né per i grandi ipermercati, né per i distributori self service. Viaggiando in auto non dovrebbe più far caso ai magrebini, né alle canzoni arabe ad alto volume. Sembra tutto così simile all’Italia ormai, ma la Francia esiste ancora nella provincia e resiste forse ancor più dell’Italia alle ondate del nuovo che avanza: nella campagna rarefatta dove la luce e il silenzio sono ancora gli stessi di trent’anni fa (anche se ci abita più gente), nei viali alberati di platani possenti (senza potature irriverenti), negli svincoli che guidano cartesianamente chi è al volante, segni chiari e distinti che l’Europa non è la stessa dappertutto.2016-03-24 15.12.50Nonostante le voci alla radio, le frontiere sono rimaste aperte dopo l’attentato del 22 marzo, ma le barriere autostradali in Francia sono diventate posti di blocco. Mercoledì 23 sulla via di traffico fra Nizza e Aix en Provence la Gendarmerie era al lavoro e fermava educatamente le auto di passaggio: “chi siete, da dove venite, fin quando vi trattenete?”, domande cui non ero più abituato nell’Europa delle bandierine, dei gemellaggi e degli scambi comunitari. Ma a farle era una giovane bene educata e poco autoritaria, che si è fidata di quello che dicevo, senza pretendere documenti o libretto di circolazione. L’Europa cerca ancora di mostrarsi per quello che sarebbe voluta diventare, ma ciò che chiamiamo terrorismo è già una guerra in corso, un nuovo tipo di guerriglia che usa il terrorismo come arma da fuoco.2016-03-23 11.56.07

(note di viaggio –>  Avignon Orange & Vaison; Arles)

The Future of the Brain

20 marzo, 2016 § 1 Commento

Alla fine dell’inverno l’aria ispira come al solito fughe in avanti verso la buona stagione. Le vacanze di Pasqua non capitano mai troppo presto e quest’anno cadono davvero al momento giusto, al giro di boa dell’inverno che diventa primavera. Prima di partire per una nuova meta turistica che farà parlare di sé nei prossimi post, è arrivato il momento di raccontare il libro che mi ha impegnato nei mesi invernali: THE FUTURE OF THE BRAIN, edito nel 2014 da Gary Marcus e Jeremy Freeman, una raccolta di 21 saggi scritti dai maggiori neuroscienziati alle prese con le ricerche sul cervello fra Europa e Stati Uniti d’America. Lo presento a Forlì Lunedì 21 marzo, alle ore 18 e 30 nel circolo COSMONAUTA di Via Giorgio Regnoli con l’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine. E’ un libro scritto in Inglese (perché in Italiano si dicono altre cose) da una generazione di scienziati che si è fatta strada dieci anni fa, mentre io ero alle prese con la fine degli zuccherifici.

La scienza contemporanea diventa più vivace all’incrocio fra tecnologie genetiche, calcolatori e filosofia. Credevo di averlo capito nel 1990, quando decisi di dare alla mia laurea in Fisica una impronta biofisica, che a Bologna in quegli anni sembrava una barzelletta. “Un biofisico non è né un biologo né un fisico e quindi resta tagliato fuori” profetizzò il professor Basile con inconfondibile cadenza siciliana il pomeriggio prima che io mi laureassi.

Nelle pagine del libro che racconterò domani, fior fior di scienziati della mia generazione vantano curriculum trasversali, con competenze ben più lontane di quelle che potevano sembrare incompatibili al professor Basile: psicologi che sono anche ingegneri, biologi col dottorato in filosofia, esperti di intelligenza artificiale laureati in medicina: molti nel mondo, pochi in Europa, nessuno in Italia. L’unico che ha un nome italiano (Matteo Carandini) vive a Londra.

Fuori dal tunnel della ricerca scientifica, mi consolo pensando di avere avuto il tempo di fare altro. Senza il freno della burocrazia universitaria, con l’intelligenza artificiale ho provato a modernizzare alcuni zuccherifici italiani, ma alla fine credo che siano stati gli zuccherifici ad antichizzare me. Ora mi ritrovo a commentare quello che in fondo mi sarebbe piaciuto fare da grande, quando a vent’anni ero impegnato in uno studio feroce. Una promessa dello sport può invecchiare senza giocare, forse perché non è adatta, oppure a causa di un infortunio. Sarebbe ridicolo ammettere che una giovane promessa dello sport non è mai entrata in campo perché lo spogliatoio era senza porta. Ora le partite (quelle che racconterò domani) le guardo anch’io in poltrona. Faccio il tifo e mi illudo di avere ancora l’età giusta per giocare.

Il silenzio del rinascimento

10 marzo, 2016 § Lascia un commento

La nuova mostra che quest’anno va in scena a Forlì sembra aver impegnato più del solito i consulenti nazionali che arrivano nella provincia romagnola con proposte clamorose, a maggior gloria delle amministrazioni locali. L’ultima idea consiste nel raccontare Piero della Francesca attraverso quadri non suoi, parlando della fortuna delle sue  forme e dei suoi colori, che si propaga fino alla pittura del Novecento. Non è semplice tracciare una mappa delle relazioni postume di Piero della Francesca: ben poco può essere determinato con certezza e molto viene lasciato all’opinione dei critici, Antonio Paolucci in testa. Tutto si può dire e molto, infatti, viene detto. Forse troppo, tanto da scandalizzare le professoresse della scuola media, abituate a segnare con la penna rossa le divagazioni fuori tema. L’unico filo conduttore di questo Piero della Francesca forlivese sembra essere la rete di relazioni dei nostri blasonati consulenti, che agganciano prestiti prestigiosi, ma solo nelle gallerie amiche.

Mi sarebbe piaciuto vedere finalmente nella stessa sala la pala di Brera ed il battesimo di cristo che nel 1858 è volato a Londra, solo per confrontare la consistenza del colore, la luminosità, gli effetti dei restauri. Sarei impazzito se avessi potuto vedere ricomposti in un unico luogo i frammenti del polittico di sant’Agostino, divisi fra Milano, Lisbona, New York e Washington. Sarebbe stata una mostra memorabile se avesse raccolto solo una parte delle opere di Piero della Francesca sparse nel mondo. Ma ciò che di Piero troviamo a Forlì è quello che siamo abituati a vedere con maggior agio nel contesto di appartenenza, a pochi passi da casa: la parte centrale del polittico della misericordia, ma senza i quadri di contorno rimasti nel museo comunale di Borgo San Sepolcro, dove peraltro si conserva il grande capolavoro (ora in restauro) della resurrezione.

E’ vero che il marketing territoriale genera mostre per dare impulso all’economia locale. Dopotutto i quadri sono belli e sono tanti, anche se li hanno dipinti altri autori. Vale la pena andarli a vedere, ma senza fretta. I quadri del primo rinascimento ispirano silenzio, la mostra di Forlì tradisce invece un’ambizione rumorosa. Con questa mostra il capoluogo romagnolo vorrebbe qualificarsi come portale d’accesso al “rinascimento” della Valtiberina. Forse bisognerebbe sistemare prima le buche nella strada per arrivarci, la E45… Ma la Valtiberina è bella proprio perché è nascosta, estranea alle vie del turismo di massa, ancora così come la descriveva Aldous Huxley negli anni venti del Novecento nei suoi scritti “Along the road”.

Il segreto del rinascimento è il silenzio di uno spazio mentale che ha reso possibile la riscoperta dell’antico. Pochi ricordano che il rinascimento è fiorito in un’epoca di faticosa ripresa dopo la crisi del Trecento, quando soltanto alcuni potevano permettersi il lusso di commissionare opere d’arte. La fioritura commerciale del milleduecento in pittura aveva prodotto solo madonne con gli occhi a mandorla. Ci voleva il silenzio dopo la tempesta per liberare le risorse spirituali necessarie. E ci voleva la quiete solenne dei paesaggi della Valtiberina per liberare il genio di cui si vantano oggi i forlivesi.

Il silenzio non può fare da cornice ad un evento mediatico, ma è ancora lì che aspetta per fortuna chi si imbatte in altre iniziative di contorno, che a Forlì lasceranno il segno più della “grande” mostra. In quel che resta della campagna agricola, nella nicchia del Santuario di Fornò torna ad affacciarsi la bella madonna di Agostino di Duccio: non l’originale trattenuto dal vescovo nelle sue stanze, ma una copia realizzata da un robot elettronico. Per arrivare a questo risultato serviva forse il nome originale di Piero della Francesca. Ma l’originale potrebbe essere solo un feticcio. Quel che basta qui è la forma, lo spazio e… il silenzio.

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