Lom a Merz

28 febbraio, 2016 § 1 Commento

I falò nei campi alla fine dell’inverno sono una tradizione antica, che esisteva prima dei santi e dell’abitudine di dar fuoco a sfalci e potature la vigilia di san Giuseppe nei giorni che precedono l’equinozio di primavera. Sugli argini dei fiumi della bassa Romagna i falò si accendono ancora alla fine del mese di febbraio per propiziare l’arrivo di marzo e l’inizio dei lavori nei campi. Non avevo l’abitudine di festeggiare così la nuova stagione, ma da due anni Cesare Pistocchi mi invita nella sua azienda agricola di Ammonite, nelle campagne del fiume Lamone. Non proprio al caldo, comunque al riparo dal vento e dalla pioggia nella penombra del capannone degli attrezzi agricoli: è un raduno della tradizione sotto un tetto di cemento, dove si beve e si mangiano zuppe, ottimi insaccati e ciambelle, un po’ seduti e un po’ in piedi, non proprio al massimo del confort, come è giusto che sia nei riti di passaggio.

Questa tradizione era già antica nel 1811, quando il prete di Villafranca denunciava le ascendenze pagane dei falò che i suoi parrocchiani facevano bruciare l’ultimo giorno di febbraio, in concorrenza coi riti di purificazione cristiani dello stesso mese. Febbraio è il mese corto, l”ultimo aggiunto al calendario degli antichi che cominciava a marzo. Prima dei Latini non c’era bisogno di contare i giorni dell’inverno, giorni uguali, freddi, di attesa. Ma ogni anno i cicli del sole e della luna si incontravano in cielo fino ad indicare un nuovo inizio. Chi aveva l’autorità per stabilirlo, questo inizio, doveva anche comunicarlo. Ecco allora i falò, i Lom a Merz.

Ora l’inizio si è spostato e questo rito passaggio verso la nuova stagione è diventato un giorno qualunque, da affrontare impreparati e stanchi a metà di un anno che comincia (non solo a scuola) dopo le ferie estive. Il calendario si è invertito: si svuota in estate, si riempie d’inverno, e i falò dovremmo farli l’ultimo giorno d’agosto… coi registri scolastici e le pagelle dell’anno prima.

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Echi

21 febbraio, 2016 § Lascia un commento

Poche ore prima che i media annunciassero la morte di Umberto Eco, venerdì 19 ho avuto ancora un’occasione per presentare il mio libro -Archeologia di un padre- in un incontro promosso a Forlì da Italia Nostra. Fra il pubblico c’erano più di trenta persone ed ho venduto otto copie. Questi numeri avrebbero fatto ridere Umberto Eco, ma per quel che mi riguarda sono comunque un successo, visto che il libro è uscito un anno e mezzo fa e che neanche da nuovo ha mai avuto l’ambizione di diventare un best seller. Incontrando il vecchio editore, il giorno prima c’eravamo lasciati dicendo che il mio libro ha solo un difetto: è scritto bene ed è anche costruito bene, ma ha il difetto di parlare di una persona e di un luogo soltanto (dovremmo forse dire che l’Ulisse di Joyce ha il difetto di parlare di una sola giornata?) Ma il vero difetto dell’Archeologia di un padre è che si fa beffe del marketing, non sposa un genere riconoscibile e sta stretto in qualunque scaffale. E’ un libro di archeologia? O è un’autobiografia? E’ una cronistoria? O un esperimento? L’OPAC delle biblioteche della Romagna lo classifica così: “Storia generale del mondo antico fino al 499, archeologia, riferimento con persone”. Insomma non sfigurerebbe nella biblioteca di Gottfried Wilhelm Leibnitz.

Storie di facciata

7 febbraio, 2016 § 2 commenti

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Due musei poco distanti l’uno dall’altro a Firenze hanno storie opposte: il primo è L’Opera del Duomo, alla ribalta dopo la riapertura dello scorso autunno, il secondo è il museo dell’Istituto di Preistoria, con una glorioso passato che non interessa più. Il museo dell’Opera del Duomo di Santa Maria del Fiore è stato riaperto alla fine del mese di ottobre dopo un lussuoso lavoro di riallestimento, con arredi pregiati, illuminazioni ineccepibili e spazi degni dei più grandi musei americani. Il museo del Duomo fiorentino offriva già un panorama straordinario sulla scultura della fine del medioevo (compendio delle diverse forme di classicità, dall’estetica gotica al gusto rinascimentale) ma il nuovo allestimento getta una luce inedita sull’evoluzione dello stile fra tre e quattrocento, con una disposizione degli apparati scultorei tanto efficace da risultare “parlante”. Deve essere merito del direttore Timothy Verdon, sacerdote fiorentino nato nel New Jersey e formatosi a Yale, se sembra d’entrare in un museo americano, coi nomi degli artisti del rinascimento incisi sul marmo della parete d’ingresso, così simili ai nomi dei benefattori scolpiti negli atri monumentali delle gallerie del mid west.

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La storia della facciata di Santa Maria del Fiore è protagonista del nuovo l’allestimento, come uno schermo gigante su cui viene proiettato un capitolo fondamentale della storia dell’arte. La sedimentazione di sculture di Arnolfo e della sua scuola non regge l’urto di una crisi, prima economica e poi demografica durante il secolo XIV. La ripresa del secolo successivo sembra ancora in sintonia con le forme eteree di una facciata che ricorda la scena di un teatro classico. Ma il gusto evolve più in fretta del tempo che serve a completare il lavoro. Nel 1587 le sculture di Arnolfo dovevano sembrare fuori moda, quando il granduca diede l’ordine di smontarle, confidando in un rapido rifacimento in chiave moderna che tuttavia avvenne solo tre secoli dopo, e in un altro stile.

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Arnolfo e Luca della Robbia, insieme ad altri nomi della scultura fiorentina, appaiono affiancati nella spettacolare galleria che raccoglie le sculture del campanile, in una continuità di cornici esagonali che racchiudono arti e mestieri di un mondo medievale sempre più aperto alle novità dell’umanesimo. Sul lato opposto della stessa galleria, la forza massiccia dei profeti di Donatello sembra già implicita nelle forme di altre sculture trecentesche, che nascondono i corpi sotto le tuniche di impronta gotica. Il confronto più celebre della storia della scultura – quello fra le due cantorie di Donatello e di Luca della Robbia – giunge in fondo al percorso di visita. Assuefatti alla magnificenza di tutto il resto, non fa più l’effetto di prima. Neppure i rilievi dorati di Ghiberti fanno lo stesso effetto, al centro del portale originale e protetti da una spettacolare lastra di cristallo antiriflesso.

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Frotte di giovani studentesse americane, forse allieve di qualche accademia d’arte, sciamano davanti alla monumentale pietà di Michelangelo come se fossero a casa propria. L’Opera del Duomo si sta facendo interprete della globalizzazione del turismo al massimo livello, come nodo di una rete sovranazionale che intercetta le più aggiornate istituzioni culturali del vecchio e del nuovo continente. Forse è stato il reverendo direttore Timothy Verdon ad ispirare la nuova riforma dei musei statali della repubblica italiana, a vantaggio di pochi poli museali presieduti da direttori stranieri, da sbandierare agli occhi del turismo americano ed asiatico come centri di cultura globale. D’accordo, questa globalizzazione ci fa diventare tutti più americani, sia nel bene che nel male. Ma non dovrebbe essere monolitica come lo sono i grattacieli delle nuove città asiatiche che fanno ombra ai tuguri della povera gente. La nuova cultura globale cancella i confini fra stati e continenti, ma traccia confini più sottili fra quartiere e quartiere, fra casa e casa. All’ombra di pochi magnifici esempi, il tessuto vitale delle piccole istituzioni culturali diventa un villaggio di povere capanne da cui stare alla larga, o da smantellare col pretesto che non è architettonicamente aggiornato, come la facciata del duomo di Firenze nel 1587.

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Nell’isolato adiacente a quello del Museo dell’Opera del Duomo, l’ex complesso delle Oblate ospita una nota biblioteca pubblica. Pochi ormai ricordano che qui, nelle sale del secondo piano, si trova il Museo di Preistoria annesso all’omonimo istituto di ricerca, dove sono raccolte testimonianze di importanza capitale per la storia antica della nostra penisola. Sfortunato perché si trova al centro della città rinascimentale più famosa del mondo, questo museo intitolato all’antropologo Paolo Graziosi non è indicato da tabelle, anzi è offuscato dagli itinerari turistici rinascimentali e dalla nuova segnaletica della biblioteca che lo ignora. Chi lo cerca deve camminare avanti e indietro, chiedere informazioni ai passanti sbalorditi, convivere a lungo con la fastidiosa sensazione d’essere fuori strada, prima di affacciarsi nell’atrio della biblioteca che nasconde il museo di preistoria. “Siamo sotto sfratto” dice al primo piano una donna chiacchierona che mi intima di pagare il biglietto: “quattro euro e cinquanta”. Ho impiegato venti minuti per trovare la porta e lei mi dice che è normale così “perché l’ingresso principale di via sant’Egidio è diventato un’uscita di sicurezza della biblioteca, da utilizzare solo in caso d’emergenza. Che ci volete fare? Tanto qui vengono solo le scuole”.

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Fino a qualche anno fa c’era anche un secondo piano che esibiva i resoconti delle campagne di scavo in Africa, ma è già stato smantellato. Un’ora e mezzo dovrebbe bastare per vedere quello che resta al primo piano, dove sono conservati i resti degli scavi condotti in Italia dall’istituto di preistoria durante i decenni centrali del Novecento. C’è anche una sezione didattica con riproduzioni di arte preistorica, incisioni e statuette che furono al centro degli studi di Paolo Graziosi. L’interno ha l’aria polverosa, ma è solenne e vastissimo in un allestimento di qualche decennio fa. Il fondatore Paolo Graziosi viene presentato come se fosse ancora vivo, per cui capisco che i pannelli sono gli stessi collocati all’apertura del museo, nel 1976: un capolavoro di equilibrio fra didascalie, mappe, reperti e calchi, un museo che guida alla comprensione della preistoria italiana e dei metodi di ricerca preistorica. Il comune di Firenze lo tollera malvolentieri, questo museo, negli spazi di sua proprietà. Temo sia colpa della facciata: non è stata aggiornata dagli architetti in voga. Poco importa se questo prezioso scrigno conserva sessant’anni di ricerche, testimonianza visibile di un lavoro certosino. Per chi misura il consenso coi flussi turistici, quel che conta à la facciata. Come nel 1587.

(Ho visto entrambi i musei il 3 febbraio 2016)

Dove sono?

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