Fotozucchero

5 novembre, 2015 § Lascia un commento

Nonostante l’arte fotografica contemporanea insegua nuove forme di oggettività che deformano e talvolta rinnegano il dato oggettivo, le foto sono innanzitutto testimonianza della realtà. Se cerchiamo un significato duraturo nelle immagini fotografiche, al di là del tempo e dell’avvicendarsi degli stili, possiamo sempre trovarlo nell’aderenza a quell’attimo che l’immagine fissa e prolunga nel futuro, pur con gli inevitabili slittamenti di significato. L’occhio del fotografo fornisce sempre un punto di vista personale ed è giusto che sia così: a volte polemico, a volte indulgente e nostalgico, condizionato dal proprio tempo, comunque nella cornice di una rappresentazione oggettiva. Se il fotografo manipola il dato fino ad ottenere nuove forme di oggettività artistica, potrà anche costruire una nuova realtà, ma non è quella di cui mi interessa parlare.

Sono trascorsi dieci anni da quando il 4 novembre 2005 ricominciai a fare fotografie, per la prima volta con una piccola fotocamera digitale Sony comperata d’occasione a duecento Euro, obiettivo Zeiss e due megapixel di risoluzione. Le fotocamere avevano preso piede già da qualche anno e non potevo definirmi un early adopter della nuova tecnologia digitale. Mi era sempre piaciuto fare fotografie, ma nel vortice del lavoro in cui mi ero tuffato nel 1995 avevo perso il gusto di scattarle. Mi sembrava di incidere già a sufficienza nella realtà con ciò che dovevo fare ogni giorno: per ricordare a me stesso che esistevo, non avevo bisogno di produrre altre narrazioni, né per iscritto né per immagini. Ma durante l’autunno del 2005 la prospettiva si stava ribaltando. Nella deriva di un lavoro in dissoluzione, le immagini potevano fornire un appiglio per superare il disagio, per trasformare i giorni di attesa in una testimonianza.

Sono milleduecentoquaranta le immagini della grande fabbrica di zucchero, che ho cominciato a scattare durante i turni di notte alla fine della campagna del 2005, l’ultima dello zuccherificio di Forlimpopoli. Solo alcune di queste immagini sono state pubblicate a contorno delle storie che ho raccontato in questo blog. La maggior parte attende ancora d’essere diffusa, forse in formato digitale, forse in un altro modo. Sulla scorta di ciò che ho visto nella rassegna bolognese di FOTOINDUSTRIA, potrei confezionare libri fotografici da dare in pasto ai collezionisti: fingermi editore e simulare edizioni rarissime, da distribuire nelle bancarelle. La concretezza della stampa dà peso ad immagini che potrebbero diventare presto inaccessibili negli hard disk obsoleti, oppure smarrirsi nell’anonimato della rete. Nella triste polverizzazione del panorama culturale contemporaneo, il collezionismo sembra l’unica forza in grado di mobilitare ancora qualche risorsa.

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