Venerdì tredici

15 novembre, 2015 § Lascia un commento

Dopo quello che è successo a Parigi venerdì 13 novembre, non sarebbe il caso di scherzare sul fatto che la sera dello stesso giorno ci siamo ritrovati a cena in tredici, in compagnia degli amici accademici universitari coinvolti nel bel seminario su Scienza e Democrazia a Forlì. Fra gli altri c’erano Pietro Greco, Giuseppe O. Longo, Giandomenico Boffi, Umberto Bottazzini, Pierluigi Barrotta, insieme all’inossidabile Igino Zavatti, capitano Acab di sangue romagnolo, che da quarant’anni dà la caccia al suo personale Moby Dick nelle infide acque delle amministrazioni locali. Anche se in ritardo, il presidente Bertaccini è poi arrivato fra gli antipasti ed il primo, a pareggiare il pericoloso numero di commensali, senza allontanare tuttavia le nuvole che incombono sul futuro dell’Associazione “Francesco Barone” e sul “Cantiere Europa”, un progetto culturale ambizioso lanciato un anno fa dall’ Acab – Zavatti, ma ancora in cerca di mecenati. Un cantiere sarà comunque necessario per rabberciare le ferite del continente in balia di se stesso e delle nuove immigrazioni, ma temo che non prenderà la forma di un dibattito culturale sull’importanza della scienza e dell’identità cristiana.

Non facciamocene una colpa se questo venerdì 13 novembre è stato di cattivo auspicio, oltre che per il futuro del nostro Cantiere Europa, per le sorti dell’Europa intera. Erano settant’anni che non si vedevano atti di guerra sul suolo dell’Europa occidentale. Il tredici-undici-quindici è una bella tripletta di numeri dispari, facile da ricordare come il Nine-eleven del 2001. Le nuove azioni militari cavalcano le superstizioni popolari e si fan beffa dell’intelligence, non solo di quella di Angelino Alfano. Ci abitueremo anche a questo?

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Dimenticavo

10 novembre, 2015 § Lascia un commento

Cinque anni fa avevo attivato il sito “raccolte aldini”, con lo scopo di tenere traccia degli eventi promossi per valorizzare la memoria di mio padre Tobia. Dal 2010 al 2014 c’erano state diverse occasioni istituzionali per ricordarlo, ma da quando ho presentato il mio libro “Archeologia di un padre” esattamente un anno fa, mi sono riappropriato della sua memoria in una forma un po’ troppo personale, che dissuade la memoria collettiva dal celebrarlo ancora. E’ curioso che proprio questo libro non sia distribuito nel bookshop del museo di Forlimpopoli, per un confuso conflitto con l’editore. Le novità conducono altrove, verso un futuro scintillante di obsolescenze programmate, e i personaggi del passato interessano per il lustro che possono dare a chi sa imporsi come personaggio del presente.

L’archeologia di un padre è attualmente un libro di carta, per un accordo con l’editore che continua a distribuirlo, non so fino a quando. Le pagine che ho scritto sentono comunque il richiamo di google e diventeranno presto digitali, un frammento dopo l’altro. Per ora ecco finalmente il testo della recensione che mi ha dedicato l’estate scorsa la rivista Caffé Michelangiolo… L’avevo dimenticata nel cassetto. Ho anche recuperato il fotoracconto che avevo proiettato in teatro a Forlimpopoli, durante la prima presentazione del libro, un anno fa. Davvero bello!

Fotozucchero

5 novembre, 2015 § Lascia un commento

Nonostante l’arte fotografica contemporanea insegua nuove forme di oggettività che deformano e talvolta rinnegano il dato oggettivo, le foto sono innanzitutto testimonianza della realtà. Se cerchiamo un significato duraturo nelle immagini fotografiche, al di là del tempo e dell’avvicendarsi degli stili, possiamo sempre trovarlo nell’aderenza a quell’attimo che l’immagine fissa e prolunga nel futuro, pur con gli inevitabili slittamenti di significato. L’occhio del fotografo fornisce sempre un punto di vista personale ed è giusto che sia così: a volte polemico, a volte indulgente e nostalgico, condizionato dal proprio tempo, comunque nella cornice di una rappresentazione oggettiva. Se il fotografo manipola il dato fino ad ottenere nuove forme di oggettività artistica, potrà anche costruire una nuova realtà, ma non è quella di cui mi interessa parlare.

Sono trascorsi dieci anni da quando il 4 novembre 2005 ricominciai a fare fotografie, per la prima volta con una piccola fotocamera digitale Sony comperata d’occasione a duecento Euro, obiettivo Zeiss e due megapixel di risoluzione. Le fotocamere avevano preso piede già da qualche anno e non potevo definirmi un early adopter della nuova tecnologia digitale. Mi era sempre piaciuto fare fotografie, ma nel vortice del lavoro in cui mi ero tuffato nel 1995 avevo perso il gusto di scattarle. Mi sembrava di incidere già a sufficienza nella realtà con ciò che dovevo fare ogni giorno: per ricordare a me stesso che esistevo, non avevo bisogno di produrre altre narrazioni, né per iscritto né per immagini. Ma durante l’autunno del 2005 la prospettiva si stava ribaltando. Nella deriva di un lavoro in dissoluzione, le immagini potevano fornire un appiglio per superare il disagio, per trasformare i giorni di attesa in una testimonianza.

Sono milleduecentoquaranta le immagini della grande fabbrica di zucchero, che ho cominciato a scattare durante i turni di notte alla fine della campagna del 2005, l’ultima dello zuccherificio di Forlimpopoli. Solo alcune di queste immagini sono state pubblicate a contorno delle storie che ho raccontato in questo blog. La maggior parte attende ancora d’essere diffusa, forse in formato digitale, forse in un altro modo. Sulla scorta di ciò che ho visto nella rassegna bolognese di FOTOINDUSTRIA, potrei confezionare libri fotografici da dare in pasto ai collezionisti: fingermi editore e simulare edizioni rarissime, da distribuire nelle bancarelle. La concretezza della stampa dà peso ad immagini che potrebbero diventare presto inaccessibili negli hard disk obsoleti, oppure smarrirsi nell’anonimato della rete. Nella triste polverizzazione del panorama culturale contemporaneo, il collezionismo sembra l’unica forza in grado di mobilitare ancora qualche risorsa.

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