L’immacolata concessione

27 ottobre, 2015 § Lascia un commento

Cari prof non lamentatevi. Con lo stipendio di ottobre vi hanno accreditato sul conto corrente un’una tantum di cinquecento euro puri & immacolati, concessi dal buon governo della buona scuola. Dopo gli ottanta euro mensili, l’immacolata concessione dei cinquecento euro vorrebbe forse saldare il cuore dei docenti alla poltrona del presidente del Consiglio, artefice di tanta bontà, almeno per questa legislatura. Ma gli insegnanti, si sa, non sono mai riconoscenti e si lamentano del fatto che l’immacolata concessione dei cinquecento euro non è contrattuale. E’ vero che può essere revocata in qualunque momento senza bisogno di spiegazioni e non rientra nel calcolo della pensione. La nuova elargizione assomiglia alle tessere annonarie dei tempi di guerra, da spendere subito per un elenco di beni razionati. Ma quale guerra? La guerra contro la crisi…. Anche i cinquecento euro servono a fare ripartire l’economia, tramite il consumo di oggetti e servizi funzionali al ruolo dei docenti, qui ed ora. Vi pare poco? Anche gli insegnanti possono avere un ruolo nella società, se danno una mano a rimettere in moto l’economia.

Cari prof,  forse non vi hanno ancora detto come spendere i cinquecento euro: libri, corsi, spettacoli… sì, ma non tutti. Per questo ne parlate la mattina presto, nelle ore di pausa e durante l’intervallo. Discutete sul rimborso di un abbonamento teatrale e dei biglietti delle mostre: professori in disputa sull‘immacolata concessione. I vostri discorsi sembrano quelli dei teologi e fanno onore al legislatore che vi ha gettato l’osso. Ma non pensate ai poveri applicati di segreteria che dovranno spulciare le vostre spese puntiformi e stabilirne così la legittimità entro la prossima estate? Per amore  di semplicità sarebbe opportuno fare una sola spesa di cinquecento euro, ad esempio un nuovo computer. Forse non vi serve?  Fatelo comprare ad un amico che vi intesti la fattura per il rimborso. I cinquecento euro accreditati nel conto corrente, liberati così dal vincolo della fatturazione, potrete spenderli come vi pare. Sappiate comunque che torneranno al mittente ben prima della  prossima  estate, tra nuove  tasse e aumenti in bolletta.

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Immagini, studi e buffet

25 ottobre, 2015 § Lascia un commento

Gli industriali bolognesi fanno a gara per lasciare memoria di sé in opere filantropiche dal forte richiamo mediatico. Non più soltanto squadre di calcio e sponsorizzazioni sportive, ma servizi per l’educazione ed archivi della memoria collettiva. E’ una nuova forma di mecenatismo, meglio dire “automecenatismo”, col quale Golinelli offre corsi gratuiti per gli insegnanti e la Seregnoli organizza splendidi buffet di contorno alle immagini dell’industria che non c’è più.
Chi è ricco può spendere il denaro come vuole e sono felice che lo spenda per la cultura. Chi non è ricco può farsi cortigiano e godere le briciole di tanta ricchezza, consumatore di eventi altrui.
Senza risorse, è difficile rincorrere belle idee ed è diventato quasi impossibile trovare qualcuno che si faccia carico delle spese. Ancora per poco (credo) sopravviveranno le vecchie associazioni culturali, eredi di belle tradizioni in via di estinzione. A buon mercato rimarrà la liberta’ di vagare, ascoltare, prendere appunti, ognuno per sé.

Echi di industrie

15 ottobre, 2015 § Lascia un commento

Abbiamo trascorso l’ultimo fine settimana nelle campagne di Rovigo, dove qualche decennio fa sarebbe stato difficile immaginare la meta di un week end. La vastità del Polesine è segnata in altezza solo dalle alture degli argini e da alberi maestosi sparsi sull’orizzonte. Doveva essere così anche cinquant’anni fa, anche se allora non era facile cogliere il fascino di questa terra depressa, segnata dalla fatica del lavoro agricolo. Le attività industriali trasformavano i prodotti dei campi. Rivedo le fabbriche dello zucchero lungo la via polesana e anche più su, nei pressi di Este e di Montagnana: chiuse, smantellate, demolite, coi camini orfani del fumo e del rumore degli impianti, a presidio di un ricordo che non serve più. Sono costruzioni di inizio Novecento, che sono state chiuse fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quando non reggevano la competizione degli impianti moderni. Sembra strano che le costruzioni più antiche siano ancora in piedi, mentre gli impianti moderni sono stati cancellati dal paesaggio. Era una clausola dell’accordo comunitario del 2005: demolizione, distruzione, quasi “spargimento di sale” sugli impianti moderni ancora in funzione, per dimostrare la ferma volontà di non fare più zucchero, in cambio dell’indennizzo milionario concesso ai produttori che si riconvertivano… Gli operai credevano di guadagnare qualcosa, ma hanno avuto solo le briciole, come era ovvio.

Nel 2005 sono state chiuse quindici fabbriche di zucchero in Italia, non proprio tutte. Quattro sono rimaste attive nel nuovo mercato globale. Nel Polesine dovrebbe funzionare ancora lo zuccherificio di Pontelongo, ma non vedo i camion che trasportano le barbabietole, per cui suppongo che la produzione di quest’anno sia finita. Nella stampa di settore leggo tuttavia nuovi segnali di crisi. La produzione a Termoli era già in bilico nel 2015, mentre le altre tre sedi, dislocate nella pianura padana, temono il traguardo del 2017. Il 2017 potrebbe essere considerato l’anno della fine dello zucchero italiano, anche se è solo la fine di un epilogo, perché la storia vera è finita nel 2005. Fra qualche anno gli zuccherifici italiani potrebbero essere solo un ricordo vago, una delle tante icone del secolo scorso.

Gli ultimi produttori italiani che stanno affrontando coraggiosamente questo epilogo si sono attivati per salvaguardare la memoria degli zuccherifici, insieme al Politecnico di Milano e con il sostegno del direttore generale del Ministero delle politiche agricole, beffardo perfino nel nome: Felice Assenza. Il 14 febbraio dell’anno scorso si erano riuniti tutti a Roma in pompa magna, ma nel frattempo non ho visto altri sviluppi del progetto, almeno sul web. Non serve a niente la memoria di una economia antica e improduttiva, tanto meno in un tempo povero come quello attuale, che vive di solo presente. Agli architetti potrebbe interessare tutt’al più l’involucro delle fabbriche, perché fa scena. Poco importa delle macchine arrugginite, della memoria del lavoro su cui tanto aveva insistito quarant’anni fa il padre dell’archeologia industriale Eugenio Battisti. Guardando il sito ufficiale dell’AIPAI, che non viene più aggiornato da un paio d’anni, sembra che l’archeologia industriale in Italia abbia alzato bandiera bianca.

L’interesse per la macchiana arrugginita riemerge nel 2015, ma solo in chiave estetica, nella biennale FOTOINDUSTRIA della fondazione MAST di Bologna, allestita fino al primo novembre in dodici luoghi del centro storico e nella bella sede architettonica di via Speranza. Il solco della fotografia d’arte esercita un richiamo mediatico infinitamente più coinvolgente della schedatura di fabbriche dismesse. La memoria invisibile degli archivi è noiosa e non mobilita il grande pubblico, tuttavia torna ad essere interessante quando riemerge nel gesto collezionistico di Savina Palmieri, che al MAST mette in mostra centoventi cataloghi fotografici di industrie del novecento: bei libri, oggetti in sé, ombre mute delle industrie cui alludono.

Abolire la scuola media?

6 ottobre, 2015 § Lascia un commento

“Abolire la scuola media?” non mi pare una domanda troppo retorica. Per ora è solo il titolo di un libro pubblicato da “Il Mulino” pochi giorni fa, nel quale la prospettiva della scuola media tradizionale, fondata sulle competenze disciplinari, entra in conflitto con la scuola delle competenze comportamentali, che mira alla formazione di individui sereni e felici di stare al mondo, non importa se pressoché analfabeti delle tradizionali conoscenze linguistiche e matematiche. In trincea a difesa dei rispettivi punti di vista sono scesi lo psicologo Cesare Cornoldi (noto agli insegnanti per i test dei disturbi dell’apprendimento) ed il matematico Giorgio Israel, che purtroppo è venuto a mancare proprio la settimana scorsa a causa di un male incurabile. Non ho mai incontrato Cornoldi, ma conoscevo Israel, il quale dopo una brillante carriera accademica aveva deciso di dedicare gli ultimi anni della sua vita alla promozione dello studio della matematica nella scuola dell’obbligo. In questa disputa non mi stupisco di parteggiare per il matematico, anche se mi sembra l’eterna guerra fra guelfi e ghibellini. Nel mondo anglosassone, dove la psicologia non è solo assistenza sociale, esistono fior fior di luminari con il doppio curriculum in matematica e in psicologia cognitiva. Cito Michaelis Corballis, solo per fare un esempio. Ma da noi è diverso: o sei bianco o sei nero, o tifi Inter o tifi Milan. Anche gli editori lo sanno e costruiscono libri nella forma di dispute (Abolire la scuola media?) per parlare del travaglio contemporaneo di studenti, famiglie e insegnanti.

Posso essere d’accordo con la scuola delle competenze comportamentali di Cornoldi, solo se riusciamo a farla convivere con la scuola delle competenze disciplinari, che sono alla base del pensiero critico occidentale da duemilacinquecento anni. Ma la convivenza dei due approcci si è dimostrata difficile, se non impossibile, già nelle scuole elementari, dove l’avanzata degli psicologi è una conquista ormai da anni. Il motivo è semplice: per salvare contemporaneamente la capra (delle conoscenze) e i cavoli (delle competenze) servirebbero più risorse: personale specializzato, ore di compresenza in classe, una progettualità pluriennale, un progetto politico duraturo. Serve qualcuno che governi la scuola, ruoli e responsabilità chiare e realistiche. Non bastano le grida dei luminari della psicologia. Se non è possibile salvare capra e cavoli, dovremo scendere nel ring, chi dalla parte di Cornoldi, chi dalla parte di Israel, per contendere all’ultimo sangue i pochi spiccioli dell’autonomia scolastica, a difesa dell’una o dell’altra idea… scuole inconciliabili nella povertà del futuro.

La scuola media è presa in mezzo fra una scuola elementare che ha ormai metabolizzato il primato delle competenze comportamentali (e sforna semi-analfabeti) ed una scuola superiore che esige ancora competenze disciplinari e rimprovera la scuola media d’essere inadeguata, l’anello debole. Ma meglio sarebbe dire “nella morsa” di due richieste opposte, contraddittorie, schizofreniche. In questa prospettiva la “buona scuola” di Renzi è un capolavoro di cinismo. Ammette l’incapacità del governo di fissare regole uguali per tutti e scarica la patata bollente sulle spalle dei soldati semplici in trincea, che si azzuffano, rincorrono nemici fasulli e confondono la sostanza con la forma. Auguri a tutti, insegnanti e famiglie.

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