Il monosillabario del patrimonio culturale

18 settembre, 2015 § Lascia un commento

In principio era il MOMA: il primo museo chiamato con un acronimo è stato Il Museum of Modern Art di New York, più o meno a metà del secolo scorso. Una parola di due sillabe si addiceva al contenitore dell’arte contemporanea per eccellenza, faceva eco al DADA-ismo di Duchamp negli anni in cui si respiravano i vapori della Pop Art. Dal DADA al MOMA, i cultori dell’arte contemporanea non dovevano compiere grandi sforzi concettuali per cogliere il senso delle parole. Bastava che mettessero mano al portafoglio con la voglia di rincorrere le quotazioni surreali dei gesti estemporanei degli artisti, piazzati come capolavori.

La moda degli acronimi è arrivata negli anni duemila anche in Italia, sulle ali dell’arte contemporanea: fra i primi ad adottare un acronimo è stato il nuovo museo d’arte di Rovereto, battezzato MART, forse per rievocare il dio della guerra (ma che c’entra?) forse per attirare, con la forza di una sola sillaba, le curiosità mono-neurali di un presunto pubblico di massa, che non poteva acquistare opere d’arte costose, ma riusciva comunque a pagare il biglietto di mostre temporanee, nell’illusione di far girare l’economia dei giacimenti culturali.

Gli acronimi hanno avuto buon gioco nell’arte contemporanea, che è sublime finzione di scambi e di rimandi, ma stanno avendo successo anche nei musei dove l’arte contemporanea non c’entra nulla, almeno in apparenza. Non tanto nelle gallerie d’arte antica, ma nei musei archeologici che modificano le vetrine ad ogni stagione come negozi di scarpe, nel dubbio di non piacere ad un pubblico che comunque li snobba: sublime finzione di scambi e di rimandi, ormai, anche qui. L’acronimo del nome è il primo trucco a buon mercato degli addetti ai lavori, che cercano di avvicinare gente col maquillage della comunicazione, e semplificano nel frattempo la complessità delle raccolte, esponendo solo pochi pezzi appariscenti, perché la complessità è noiosa, fa cambiare canale, come accade con la TV.

Vorrei chiedere al pubblico “aggiornato” a cui pensano i curatori di queste raccolte, se è davvero più bello dire MANDA, anziché museo archeologico d’Abruzzo, MARTA’ anziché museo archeologico di Taranto. Vorrei sapere se il nomignolo solletica veramente qualcosa di importante, che induce il pubblico ad entrare in massa. Il solletico – o il prurito – sono gli stimoli a cui ricorre ogni buon piazzista per avvicinare i clienti. Il cibo, ed ancor più il sesso, sono attrazioni fatali. Così non mi stupisce che le giornate del patrimonio 2015 abbiano messo come immagine della propria locandina il famoso quadro -non di un volto- ma di un cesto di frutta. E neppure mi stupisce che il MAF di Forlimpopoli abbia superato tutti, toccando l’apice del prurito sensoriale, con un convegno dedicato alla piccola lucerna pornografica delle raccolte comunali, che potrebbe a buon diritto offuscare tremila anni di storia precedente e successiva, mettendo in primo piano l’immagine a rilievo di un’orgetta.

Il monosillabario del patrimonio culturale, anche nell’archeologia, oggi privilegia i messaggi immediati, schietti e colorati, come la POP ART di di Andy Warhol. Benvenuti nella POP ARCH.

Annunci

Tag:,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Il monosillabario del patrimonio culturale su ...I've got a project!.

Meta