La scuola e i migranti

14 settembre, 2015 § Lascia un commento

La scuola ricomincia ed i giornali ne parlano come se fosse una festa. Firme illustri rievocano il primo giorno di scuola della loro infanzia, per confortare il grande pubblico e dire che è normale che sia così, un po’ imbarazzante per tutti. Ma ciò che risuona nella grancassa mediatica è, come sempre, solo la punta dell’iceberg. I buoni sentimenti non possono sostituire la cattiva politica.

Sento parlare dei flussi migratori in fuga sui mezzi pubblici, dalla Siria verso la Germania, e mi ricordo che un anno fa sul treno per Monaco avveniva già qualcosa del genere, con soppressioni temporanee del trattato di Schengen. I migranti in fila sui marciapiedi in attesa di riconoscimento non sono una novità del 2015: settembre andiamo, è tempo di migrare, non dai monti verso il mare, ma da una sponda all’altra del Mediterraneo.

Gi scheletri nell’armadio della segregazione razziale dell’Europa di ieri spingono l’Europa di oggi ad essere accogliente ad oltranza. Lo scontro è verbale, fra chi chiama i profughi “migranti”, chi “clandestini” e chi “rifugiati”. Il pendolo sta oscillando da un estremo all’altro, dalle dittature del Novecento alla panacea del principio di sussidiarietà, che in questi anni duemila è diventato la nuova parola d’ordine, eia eia alalà! Ma i buoni sentimenti non bastano a produrre buona politica. Nel rumore di fondo dell’opportunismo e dell’intramontabile chissenefrega, la sussidiarietà diventa uno scaricabarile, un “si salvi chi può”.

Anche a scuola sono stanco di linee guida fumose e contraddittorie, che devo interpretare come se fossi io a dettare legge. Almeno a scuola vorrei che qualcuno ricominciasse a fissare le regole, come un punto fermo nella confusione dell’ “hanno tutti ragione”. Vorrei, ma non posso. Intelligenza e potere sono concetti reciprocamente allergici, tanto più quando il potere è distribuito nelle mani di molta gente. Il pendolo oscilla e prima o poi torneremo a lamentarci di qualcuno dall’aria inflessibile, che ricomincerà a dare ordini, forse coi baffetti, forse con il mento prominente. Tertium non datur.

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