L’insufficienza del “buon vivere” festivo

24 settembre, 2015 § Lascia un commento

E’ appena finita la “settimana del buon vivere”, festival forlivese di manifestazioni non solo culturali, e a me piace sapere che vivo in un territorio etichettato con lo slogan del “buon vivere”. Gli amministratori locali si fanno onore così, come se la qualità della vita più alta della media fosse merito delle ultime tornate elettorali. Ma il buon vivere a Forlì era già di casa molto tempo fa, nei ritmi di vita a misura d’uomo che si rispecchiano ancora in quel che resta del paesaggio agrario, ben prima che le amministrazioni locali ne rivendicassero la paternità. A chi governa questo territorio va riconosciuto comunque il merito di aver colto le potenzialità di quel che c’era, di averlo reso attuale nella nuova economia delle reti senza cancellarlo del tutto.

Ma l’abitudine al peggio sembra aver già convinto i consulenti della politica che la qualità della vita si misura solo con un elenco di servizi “a portata di mano”. E che l’obiettivo del buon vivere sia già raggiunto, se l’elastico dell’integrazione sociale contiene i conflitti entro un certo limite. Il fatto che l’associazionismo proliferi più che mai potrebbe essere un segno di vitalità della società civile, ma potrebbe anche segnalare il disagio nevrotico di tanti soggetti in cerca di identità, un’identità negata dai ruoli ufficiali di professioni che non soddisfano più le aspettative.

Nei giorni del “buon vivere” a Forlì ho ascoltato gli interventi di Giovanni Cerami e di Aldo Bonomi ed ho annotato alcune parole ricorrenti, nuove parole d’ordine di un presente “sconcertato” dalla crisi economica che non è destinata a passare come un temporale estivo. Concertazione, accoglienza, flussi… Dopo la tempesta non ci sarà nessuna quiete, ma nuove domande e nuove offerte dovranno essere incanalate in nuove infrastrutture, su scala globale. Sotto il peso dell’economia mondiale, il territorio locale è già una enorme periferia-dormitorio, il paesaggio si ricopre di corpi alieni, hub di infrastrutture per le attività quotidiane di migliaia di persone indaffarate a guadagnarsi da vivere al servizio della nuova economia. L’orizzonte del buon vivere, per i più, potrebbe essere solo il vessillo di una economia residuale del tempo libero, delle vacanze e del sabato sera: la magra consolazione di un menù raffinato dopo una settimana di panini trangugiati in piedi all’autogrill.

Se i flussi producono questo futuro, la politica potrebbe almeno orientarli, ma non ne sembra capace. Sotto il ricatto della crisi, gli amministratori possono solo cavalcare i cambiamenti, enfatizzandone gli eccessi e le contraddizioni… dicono che non c’è alternativa, per ribadire che non c’è alternativa a loro stessi: affinché tutto rimanga come prima, bisogna che tutto cambi ancora. Chi lavora, dovrà avere il coraggio di affrontare trasformazioni radicali e di sopportare un disorientamento da emigrante anche se non esce dal territorio in cui ha sempre abitato: dovrà  rinunciare ad una parte sostanziale della propria identità, avendo in cambio non certezze durature, ma nuove fragilità.

Forse è impossibile trarre conclusioni coerenti, ma è forte la tentazione di giocare in difesa contro questo futuro, per salvaguardare la propria identità e lo spirito critico della tradizione che abbiamo ereditato dal passato. Continuiamo ad illuderci che il territorio e i suoi abitanti siano forme di energia rinnovabile, anche se li vediamo “consumati” dai nuovi flussi umani e materiali come mai era accaduto in passato. Il “buon vivere” di Forlì dovrebbe dare nuovo slancio alla coscienza, facendo leva sugli scampoli di un mondo antico sopravvissuto alle bordate della globalizzazione. Ma senza un adeguato progetto politico, questo “buon vivere” sarà solo la magra consolazione (festiva) di un futuro (feriale) in cui vivremo sempre peggio.

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Il monosillabario del patrimonio culturale

18 settembre, 2015 § Lascia un commento

In principio era il MOMA: il primo museo chiamato con un acronimo è stato Il Museum of Modern Art di New York, più o meno a metà del secolo scorso. Una parola di due sillabe si addiceva al contenitore dell’arte contemporanea per eccellenza, faceva eco al DADA-ismo di Duchamp negli anni in cui si respiravano i vapori della Pop Art. Dal DADA al MOMA, i cultori dell’arte contemporanea non dovevano compiere grandi sforzi concettuali per cogliere il senso delle parole. Bastava che mettessero mano al portafoglio con la voglia di rincorrere le quotazioni surreali dei gesti estemporanei degli artisti, piazzati come capolavori.

La moda degli acronimi è arrivata negli anni duemila anche in Italia, sulle ali dell’arte contemporanea: fra i primi ad adottare un acronimo è stato il nuovo museo d’arte di Rovereto, battezzato MART, forse per rievocare il dio della guerra (ma che c’entra?) forse per attirare, con la forza di una sola sillaba, le curiosità mono-neurali di un presunto pubblico di massa, che non poteva acquistare opere d’arte costose, ma riusciva comunque a pagare il biglietto di mostre temporanee, nell’illusione di far girare l’economia dei giacimenti culturali.

Gli acronimi hanno avuto buon gioco nell’arte contemporanea, che è sublime finzione di scambi e di rimandi, ma stanno avendo successo anche nei musei dove l’arte contemporanea non c’entra nulla, almeno in apparenza. Non tanto nelle gallerie d’arte antica, ma nei musei archeologici che modificano le vetrine ad ogni stagione come negozi di scarpe, nel dubbio di non piacere ad un pubblico che comunque li snobba: sublime finzione di scambi e di rimandi, ormai, anche qui. L’acronimo del nome è il primo trucco a buon mercato degli addetti ai lavori, che cercano di avvicinare gente col maquillage della comunicazione, e semplificano nel frattempo la complessità delle raccolte, esponendo solo pochi pezzi appariscenti, perché la complessità è noiosa, fa cambiare canale, come accade con la TV.

Vorrei chiedere al pubblico “aggiornato” a cui pensano i curatori di queste raccolte, se è davvero più bello dire MANDA, anziché museo archeologico d’Abruzzo, MARTA’ anziché museo archeologico di Taranto. Vorrei sapere se il nomignolo solletica veramente qualcosa di importante, che induce il pubblico ad entrare in massa. Il solletico – o il prurito – sono gli stimoli a cui ricorre ogni buon piazzista per avvicinare i clienti. Il cibo, ed ancor più il sesso, sono attrazioni fatali. Così non mi stupisce che le giornate del patrimonio 2015 abbiano messo come immagine della propria locandina il famoso quadro -non di un volto- ma di un cesto di frutta. E neppure mi stupisce che il MAF di Forlimpopoli abbia superato tutti, toccando l’apice del prurito sensoriale, con un convegno dedicato alla piccola lucerna pornografica delle raccolte comunali, che potrebbe a buon diritto offuscare tremila anni di storia precedente e successiva, mettendo in primo piano l’immagine a rilievo di un’orgetta.

Il monosillabario del patrimonio culturale, anche nell’archeologia, oggi privilegia i messaggi immediati, schietti e colorati, come la POP ART di di Andy Warhol. Benvenuti nella POP ARCH.

La scuola e i migranti

14 settembre, 2015 § Lascia un commento

La scuola ricomincia ed i giornali ne parlano come se fosse una festa. Firme illustri rievocano il primo giorno di scuola della loro infanzia, per confortare il grande pubblico e dire che è normale che sia così, un po’ imbarazzante per tutti. Ma ciò che risuona nella grancassa mediatica è, come sempre, solo la punta dell’iceberg. I buoni sentimenti non possono sostituire la cattiva politica.

Sento parlare dei flussi migratori in fuga sui mezzi pubblici, dalla Siria verso la Germania, e mi ricordo che un anno fa sul treno per Monaco avveniva già qualcosa del genere, con soppressioni temporanee del trattato di Schengen. I migranti in fila sui marciapiedi in attesa di riconoscimento non sono una novità del 2015: settembre andiamo, è tempo di migrare, non dai monti verso il mare, ma da una sponda all’altra del Mediterraneo.

Gi scheletri nell’armadio della segregazione razziale dell’Europa di ieri spingono l’Europa di oggi ad essere accogliente ad oltranza. Lo scontro è verbale, fra chi chiama i profughi “migranti”, chi “clandestini” e chi “rifugiati”. Il pendolo sta oscillando da un estremo all’altro, dalle dittature del Novecento alla panacea del principio di sussidiarietà, che in questi anni duemila è diventato la nuova parola d’ordine, eia eia alalà! Ma i buoni sentimenti non bastano a produrre buona politica. Nel rumore di fondo dell’opportunismo e dell’intramontabile chissenefrega, la sussidiarietà diventa uno scaricabarile, un “si salvi chi può”.

Anche a scuola sono stanco di linee guida fumose e contraddittorie, che devo interpretare come se fossi io a dettare legge. Almeno a scuola vorrei che qualcuno ricominciasse a fissare le regole, come un punto fermo nella confusione dell’ “hanno tutti ragione”. Vorrei, ma non posso. Intelligenza e potere sono concetti reciprocamente allergici, tanto più quando il potere è distribuito nelle mani di molta gente. Il pendolo oscilla e prima o poi torneremo a lamentarci di qualcuno dall’aria inflessibile, che ricomincerà a dare ordini, forse coi baffetti, forse con il mento prominente. Tertium non datur.

Pubblico e privato

3 settembre, 2015 § Lascia un commento

Pensavo di terminare questo blog il 2 settembre 2015, allo scoccare del settimo anno di vita. Sette anni sono lunghissimi nel vortice delle nuove tecnologie. Ma oggi è il 3 settembre ed ho ancora qualcosa da dire, non so bene a chi, con la solita velleità di “scrivere bene”, che non regge comunque il confronto coi professionisti del web e della carta stampata. Pubblicare un libro nell’ultimo anno mi ha fatto riflettere su due cose: che la scrittura di qualità non c’entra coi social networks e che è difficilissimo conquistare un pubblico, soprattutto qui, adesso, perché tutti cercano visibilità e quasi nessuno ha voglia di ascoltare la voce di altre persone per più di dieci secondi.

Durante le presentazioni del mio libro mi sono accorto di parlare a gente che, in larga misura, non c’entra nulla coi lettori di questo blog, un pubblico di anziani colti, di professoresse in pensione. C’era da aspettarselo: un libro che parla di “Archeologia” e di “Padri” è proiettato nell’eternità, ma non nel futuro. Ogni esperimento di scrittura intercetta un pubblico particolare, che svanisce comunque in fretta. Per garantirmi un futuro da scrittore dovrei forse produrre discorsi sull’adolescenza, pagine consolatorie per genitori che non sanno affrontare i propri figli. In tanti già le scrivono. Io vorrei spiegare agli adolescenti come dotarsi di strumenti critici per l’indagine della realtà, ciò che si dice “cultura”. Ma così ritroverei il solito pubblico di professoresse in pensione…

Credo che continuerò a scrivere il project come ho sempre fatto, qualche post al mese, non solo per me, ma per chi ha ancora l’abitudine di venire qui a leggere quel che combino. Allo stesso tempo andrò avanti a scrivere appunti privati nell’agenda, dove si entra invertendo la lettera “e”con la lettera “r” nel nome lorenzoaldini:

http://www.loernzoaldini.wordpress.com

Credo che la scrittura nel web (ai tempi del cloud) sia sempre più un fatto privato, una memoria personale stratificata che sostiene la memoria biologica del soggetto vivo, che la deposita finché è vivo. Questa memoria privata alimenta la memoria collettiva con testi e immagini libere di ricombinarsi altrove, indipendentemente dalla volontà del soggetto che le ha depositate: un destino impersonale, uno slittamento di significato, ma non un oblio.

Dove sono?

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