Il cantiere infinito dell’archeologia (Suasa)

26 agosto, 2015 § Lascia un commento

DSCN4106Le valli marchigiane salgono diritte in un paesaggio collinare molto regolare che non diventa mai monotono, punteggiato di piccoli agglomerati urbani. Una certa fortuna queste valli l’ebbero fin dalla preistoria e poi in età romana, visti i ritrovamenti delle città che fiorirono a metà strada fra il mare e l’Appennino. Dal litorale di Marotta risaliamo il fiume Cesano per arrivare dov’era l’antica città di Suasa. Sono le cinque di un pomeriggio di fine agosto, c’è il sole ma non fa caldo: è il tempo ideale per avventurarsi nel parco archeologico. Da un mese è stata riaperta al pubblico la domus dei Coiedii e siamo davvero curiosi di vedere com’è. Dopo la bella scoperta dei mosaici di Sant’Angelo in Vado, non ci stupiremmo di trovare anche qui esempi eccezionali di quest’arte antica.

DSCN4099I resti della città romana sono annunciati come al solito da un pianoro accanto al fiume che si distende fra le colline. Sul crinale poco distante si vede il centro di Castelleone, che durante il medioevo raccolse l’eredità di Suasa ed ora esibisce in un piccolo museo i reperti d’età romana, fra cui i notevoli intonaci dipinti di alcune case del primo secolo avanti Cristo. Prima di osservare i frammenti appesi alle pareti del museo, è meglio rendersi conto di cos’era la città romana passeggiando nel luogo in cui sono affiorati i resti. Ricordo com’era trent’anni fa: un bel campo coi ruderi di un anfiteatro che spuntavano fra i filari.

DSCN4100Ci si poteva intromettere indisturbati nel verde fra le rovine che descrivevano la pianta ellittica delle costruzioni romane nel paesaggio. Al di là di alcuni ruderi massicci di conglomerato, non c’era altro da vedere, ma lo spirito del luogo era percepibile in trasparenza sotto le querce secolari e nelle strade di terra percorse dagli agricoltori. Proprio allora l’Università di Bologna cominciava a scavare quella che sarebbe diventata l’eminente scoperta della domus dei Coiedii, una villa urbana di enormi proporzioni, ricavata in età imperiale su preesistenti abitazioni affacciate sul foro romano di Suasa, il cui perimetro è entrato a fare parte della nuova area archeologica.

DSCN4093La straordinaria apertura della domus dei Coiedii nel luglio 2015 nasconde in realtà una riapertura. L’allestimento di questo sito archeologico risale all’inizio degli anni Novanta, ma i danni prodotti dalle intemperie l’avevano reso inagibile quasi subito. Le ricerche si erano nel frattempo allargate nell’area del foro romano, di cui sono emersi i muri di fondazione. Partendo dagli ultimi scavi nell’area del foro valeva la pena rilanciare anche la domus, che è ricca di pavimenti molto belli, meno omogenei di quelli di Sant’Angelo di Vado, ma in numero maggiore e con una storia più lunga che va dalla fine ell’età repubblicana alla guerra greco-gotica. Ora si possono visitare, da soli o accompagnati dalle giovani guide che raccontano la storia a gruppi di turisti curiosi, al prezzo di cinque euro.

DSCN4089Per entrare cerco parcheggio nei pressi della zona monumentale, dove c’era la biglietteria, ma l’intero perimetro è racchiuso dalla recinzione di un cantiere che sembra dire “lavori in corso”. Da questa parte non c’è più traccia dell’ingresso, né del parcheggio. C’era da aspettarsi che la riapertura avesse determinato qualche cambiamento: con poche risorse e l’ambizione di innovare comunque qualcosa, la prima cosa che è venuta in mente è stata di spostare il cancello, capovolgerlo sul lato opposto del perimetro degli scavi, non importa se si tratta di un varco di servizio e non importa se l’anfiteatro (che era il simbolo di questo luogo) è stato nascosto ed ora è inaccessibile all’estremità opposta, di là dalla recinzione posticcia. Dicono che mancano i soldi per la “messa in sicurezza” di tutta l’area, perché la legge impone la “messa in sicurezza” di ogni anfratto del paesaggio, anche le rocce nei parchi se hanno un significato storico. I soldi sono bastati appena per recintare e ripulire le novità alla ribalta: i muri di fondazione del foro da cui occorre passare come fra le scansie obbligate di un autogrill per andare in bagno.

DSCN4101L’interesse degli addetti ai lavori non è rivolto al parco archeologico in sé, qualcosa di definitivo ed inserito nel paesaggio di cui fa parte, ma al cantiere archeologico, una storia infinita che può affascinare comunque il pubblico, nonostante la provvisorietà, lo sporco ed il degrado che si nasconde ai margini di ogni cantiere. Il marketing territoriale non offre un parco archeologico compiuto, ma vende il Progetto Suasa, qualcosa che non è destinato a finire, ma può attrarre visitatori. Anche i grandi pannelli con le immagini colorate e la scritta “Visitate Suasa” sono appoggiati per terra nel museo di Castelleone, come certe sculture romane impacchettate nella plastica nera. La pubblicità ingannevole sarebbe da tradurre così: visitate le ultime scoperte che gli archeologi hanno deciso di farvi vedere. E non stupitevi se i turisti da queste parti parlano solo italiano. Di là dal confine (verso nord) sono abituati diversamente.

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Archeologia di un padre a Bertinoro

12 agosto, 2015 § 1 Commento

Giovedì 27 agosto 2015 alle ore 18 ci sarà un’altra presentazione del mio “Archeologia di un padre”, l’ultima in calendario nel 2015, organizzata dall’Accademia dei Benigni nel giardino del Centro Universitario di Bertinoro (in caso di maltempo, nell’ex chiesa di San Silvestro).

E’ passato quasi un anno dalla pubblicazione, il libro è stato commentato da diverse voci e potrei fare un bilancio ormai definitivo. Qualche intervista ed un paio di recensioni sono apparse sulla stampa locale. Un mio articolo di presentazione è stato pubblicato nel numero di giugno dalla rivista fiorentina Caffé Michelangiolo, mentre in autunno comparirà una recensione sulla rivista La Pié. Parlando di mio padre Tobia Aldini, sapevo che avrei trovato uno stimolo efficace per la creatività e sapevo anche che avrei conquistato facilmente un pubblico fra gli amici ed i conoscenti, alcuni dei quali prestigiosi, che avevano avuto un rapporto con lui. Immaginavo che l’archeologia potesse suscitare curiosità in un pubblico più vasto e così è stato, almeno in parte. I libri in cui si indaga il rapporto con il padre stanno diventando di moda e, come tutte le cose che prendono piede, sono un’arma a doppio taglio. La moda esalta chi è sulla cresta dell’onda e deprime chi rimane in seconda fila. Sapevo che sarebbe stato difficile uscire dall’ambito dei cultori di memorie locali, anche se questo libro si presta ad altri piani di lettura, utili per la tutela dei beni culturali, per finalità pedagogiche e -perché no- letterari.

Mi aspettavo che lo scritto parlasse da sé, ma ai commentatori interessa il gesto dello scrivere più dello scritto: fa più notizia chiedere all’autore “cosa ti ha spinto a rievocare tuo padre?” anziché riferire quello che è stato scritto. Chi ne parla preferisce cavalcare qualche informazione curiosa per vendere l’immagine di un personaggio in cerca di notorietà. Certi commentatori riferiscono poi di aver letto qualche pagina e di aver scoperto che “è scritta bene!” come se scrivere bene fosse una sorpresa inaspettata e non un requisito essenziale. Oppure: “Neanche un laureato in lettere riesce a descrivere così bene i particolari!”, come se la laurea in lettere fosse una garanzia di qualità, mentre le lauree scientifiche prerequisiti di cui diffidare in fatto di scrittura. Mah!

Dove sono?

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