Fra Scilla e Cariddi

31 luglio, 2015 § 1 Commento

Ormeggiamo nel porto di Messina, quasi nel cuore della città, su un pontile galleggiante che non riesce a contenere le onde prodotte dai traghetti in rapida successione all’ora di cena. Senza rinunciare ai fornelli di una cucina creativa, l’equipaggio dondola allegramente coi piatti ed i bicchieri in mano. Lo spring, che il nostro capitano ha aggiunto all’ormeggio, ha l’effetto di ridurre le oscillazioni del Tiaré, meno ondeggiante di altre barche collocate di seguito sullo stesso pontile. Il traffico nel porto si intensifica al crepuscolo, mentre le luci si accendono sulla riva opposta, lungo il tratto di costa fra la scogliera di Scilla e la città di Reggio Calabria. Il traliccio elettrico di Cariddi luccica ad intermittenza di rosso come un albero di natale. Potremmo trascorrere ore ed ore seduti a guardare lo spettacolo dello Stretto di Messina.

Prima di levare gli ormeggi, scendiamo in città il giorno dopo, con il caldo che insiste già alle nove del mattino. Messina dovrebbe essere una città moderna, senza monumenti storici, a causa del terremoto che la rase al suolo nel 1908 e per quello che successe poi, durante la seconda guerra mondiale, coi furiosi bombardamenti dell’estate 1943. Eppure la guida rossa dedica molte pagine ai monumenti di Messina, ricostruiti con la meticolosità di chi ha voluto tutelare l’immagine della città storica nonostante tutto. Alla fine del 1908, della chiesa di San Francesco rimaneva solo un relitto dell’abside, mentre del duomo normanno si vedevano solo i muri diroccati.

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Entrambi questi monumenti sembrano avere digerito distruzioni e ricostruzioni. Nelle loro pareti pulite la storia si rinnova. La torre del duomo esibisce un carillon, con le statue delle ore, dei mesi, delle stagioni. Questo artificio meccanico, realizzato dopo la seconda guerra da artigiani di Strasburgo, ricongiunge Messina al cuore dell’Europa, come al tempo dei Normanni. I quartieri moderni, ricostruiti negli anni dieci del Novecento seguendo un piano regolatore innovativo, sono un bell’esempio di città nuova, divenuta ormai anch’essa storica, coi grandi viali alberati, gli edifici decorati nello stile dell’epoca e invecchiati all’ombra delle palme, secondo un gusto coloniale che ricorda -ma solo per una lontana affinità- Casablanca.


Dopo pranzo indugiamo un po’, ma salpiamo quando il sole è ancora alto, con le correnti di marea che si ingorgano e ripartono in direzioni inaspettate. Le spadare sono al lavoro: inconfondibili barche da pesca, simili ai pesci con cui duellano, con l’antenna del fiocinatore protesa a prua e la postazione di avvistamento in cima all’albero altissimo. Non è facile dire se sia più semplice il compito di chi sta a prua, o quello di chi deve avvistare il pesce dalla sommità dell’albero. Il braccio di mare che divide le due rive dello Stretto si restringe sempre più ed è appena un paio di miglia nel punto in cui -in un futuro possibile- altre civiltà potranno realizzare il ponte. Gli enormi tralicci dell’elettrodotto sulle due sponde restano immobili a guardarsi in una vana sfida, senza più cavi aerei.

Sembra incredibile che per uscire da questo bizzarro canale ad imbuto, la prua vada orientata con decisione verso est, prima che a sinistra si liberi l’orizzonte del Tirreno, un invito ad andare oltre. Ma la nostra missione è ormai finita: mancano trenta miglia al porto di Milazzo e l’immensità del nuovo mare ispira la vaga nostalgia di una vita che non ci riguarda. Stiamo per doppiare Capo Peloro, dove l’ultimo lembo di Sicilia si adagia a nord est, ed ecco lo Stretto di Messina si richiude alle spalle, come se non fosse mai esistito. A prua compare la sagoma sfumata di Stromboli, seguita dalle altre isole dell’arcipelago delle Eolie, controluce, verso sera. Nella foschia del pomeriggio, i monti siciliani hanno le stesse tinte dell’Aspromonte calabrese con cui sembrano saldarsi, come le quinte di un unico golfo.

L’illusione prospettica di quest’angolo di Sicilia conferma il mito di Peloro, pilota della nave di Annibale, sospettato di tradimento ed ucciso proprio qui dal comandante cartaginese, dove il passaggio fra Tirreno e Ionio può sembrare solo un inganno.

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Verso lo Stretto

28 luglio, 2015 § Lascia un commento

Le notizie dicono che Roccella è l’unico porto turistico del versante ionico della Calabria in grado di fornire qualche servizio per l’attracco. Neanche qui tuttavia è facile entrare. Fra i moli di ingresso il fondale è insabbiato e non garantisce ovunque la profondità sufficiente per gli scafi a vela. Le barche in arrivo devono aspettare in rada la disponibilità degli ormeggiatori, che guidano le manovre di avvicinamento al porto solo in ore diurne e lontano dai pasti. Arrivando presto di mattina, occorre telefonare ed insistere per farsi accogliere senza perdere tempo. Alle sette saremmo già pronti per entrare, ma trascorriamo un’ora all’ancora, prima che arrivi il gommone pilota. Coraggio, siamo nel porto!

A sinistra si protende la rupe che dà il nome a Roccella, col castello e la chiesa diroccata in restauro. Il porto turistico è ad un miglio dalla rupe verso nord: nasconde intenzioni monumentali, ma qualcosa deve essere andato storto mentre lo costruivano… ci sono i segni di un ridimensionamento in corso d’opera, un cambio di orientamento della darsena che ha lasciato tuttavia invariata la posizione dei servizi igienici, dieci minuti a piedi dal luogo in cui abbiamo ormeggiato. Affacciato a riva c’è un ristorante con la TV che strilla ai quattro venti. Dicono che è qui la pizza più buona della Calabria, più di mille coperti nei fine settimana, con i tovaglioli  di carta.

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Accanto al lungo viale che separa il porto turistico dal paese, una ferrovia asseconda la linea di costa e penetra coi binari erbosi fin sulla piazza, dove il passaggio a livello sembra un gioco. Nelle ore più calde le nuvole di un temporale offuscano il sole, ma il tormento delle masse d’aria in cielo non produce pioggia. La Calabria è una penisola circondata dai mari, con le montagne al centro: un’Italia in scala ridotta su cui si le nubi si addensano e si dissolvono in fretta, come i venti notturni che battono il Golfo di Squillace.

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La navigazione può continuare verso sud lungo la costa che scorre come un film, con la solita linea ferroviaria ai piedi delle colline che si alzano sempre più aspre nella foschia del mattino. In cima ai monti si addensa e si dissolve un cappello di nuvole bianche. La punta della Calabria è arrotondata come una ruota dentata, Capo Spartivento è il primo dente che dirotta verso sud ovest. Di là dal mare dovrebbe esserci la cima dell’Etna, ma l’aria calda di mezzogiorno la nasconde: inutile strizzare gli occhi sperando di cogliere nella foschia una sfumatura del Mongibello. La rotta segue il sole nella corsa verso occidente, mentre il vento illanguidisce sui riflessi luccicanti del mare. Arrivando dallo Ionio, lo stretto di Messina si annuncia come un golfo. A destra i villaggi della Calabria, sempre più popolosi fino a Reggio, a sinistra  le cime sfumate dei Peloritani che si richiudono a nord est, fra Cariddi e Scilla.

L’acqua piatta dello Stretto sembra lo specchio di un incantesimo. Branchi di delfini vibrano a pelo d’acqua senza farsi vedere. La luce abbagliante del pomeriggio cancella i dettagli e semplifica l’orizzonte della Sicilia in un profilo azzurrognolo. Sulla riva opposta, i paesi della Calabria paiono un’unica grande città, la metropoli anfibia di un futuro possibile. Lo stretto è la cerniera di un mondo che si è addormentato, declassato ad estrema periferia d’Italia per effetto della modernità. Ma il porto di Messina accoglie ancora i naviganti che arrivano da sud con l’abbraccio delle grandi repubbliche marinare. E’ un oltraggio averlo ridotto a capolinea del ferry boat.

La Calabria vista dallo Ionio

25 luglio, 2015 § Lascia un commento

Dopo Leuca, ecco il golfo di Taranto. Ripartiamo quando sorge il sole, senza vento in un mare piatto e oleoso. La punta del Salento si allontana a poppa e svanisce nella foschia ben prima di finire sotto la linea dell’orizzonte. La traversata si annuncia monotona: settanta miglia ci separano da Capo Colonna, che è il punto della costa calabra dirimpetto a Santa Maria di Leuca. I coloni greci in viaggio verso un nuovo mondo approdarono laggiù venticinque secoli fa. E’ difficile crederlo, ma la Calabria e la Sicilia furono l’America del vecchio continente ellenico, Crotone e Siracusa centri culturali di eccellenza, laboratori di civiltà.

Bastano tre ore di navigazione ed il golfo di Taranto ha già l’aspetto di un mare sconfinato.
Gli occhi vagano in cerca della Calabria, fra i guizzi dei delfini che emergono e si rituffano. La nuova costa langue nella foschia senza imporsi, ma sfida l’equipaggio a dire: “Ecco! L’ho vista… “. Capo Colonna si protende in mare su un rilievo piatto, poco appariscente. La colonna è un segnacolo smilzo, buttato là nel piano rialzato e confuso tra le forme di un disordinato campo eolico: tanti mulini a vento ficcati a caso sull’altura dirimpetto al mare, così tanti che non si contano, mentre le pale ruotano in faccia al debole vento, come se fosse qui l’ultima risorsa energetica del pianeta terra.

I fumi pesanti degli incendi rendono più densa la foschia e sembrano contestare il primato ecologico delle energie rinnovabili. I fuochi nei boschi, nelle sterpaglie (e nelle discariche) offuscano ovunque l’orizzonte. La Calabria vista dallo Ionio offre l’immagine contraddittoria di una terra sospesa fra la selva tecnologica dei mulini a vento, l’incompiutezza del cemento armato e la rassegnata abitudine degli incendi. I fumi danzano primitivi sugli scheletri di case mai finite, mentre i camini industriali si alzano privi di vita ai margini dei centri abitati.

I promontori e le montagne della Calabria sono le quinte di uno spettacolo che potrebbe bastare a se stesso. Sulle alture si annida una vita dimenticata, come quella degli abissi marini. La carta nautica mostra una fitta rete di centri abitati sulle pendici della Sila, ma è difficile immaginare che qualcuno possa vivere incastonato lassù. Dopo Capo Rizzuto si apre il golfo di Squillace, dove l’orizzonte si allarga di nuovo all’improvviso in direzione del tramonto. In cerca di un approdo per la notte, il golfo scivola via sempre più lontano davanti a noi e non offre facili ripari al vento di scirocco che insiste sulle vele. Prima di mezzanotte il vento dovrebbe girare e trasformarsi in brezza di terra: non ci resta che assecondare il litorale ed attendere il vento giusto per gettare l’ancora in una marina sabbiosa.

Si accendono le  luci nelle colline ed è sorprendente vedere quanta gente ci sia in questa terra che cinge a semicerchio l’orizzonte come un teatro antico. Mentre la notte scende rapida, pare d’essere al centro di uno specchio concavo, nella barca che raccoglie su di sé le luci artificiali del paesaggio attorno. Sembra piccolo il golfo di Squillace, ma il traguardo non è vicino e l’ora dell’arrivo ritarda sempre più. Le località costiere scivolano lente a riva, imperlate di lampioni stradali. Il vento si trasforma e comincia a soffiare da terra, ma non è una brezza. Con venticinque nodi di velocità, spinge al largo. E’ ormai mezzanotte ed è impossibile avvicinare il litorale di Catanzaro. Possiamo tentare un ancoraggio più a sud, verso Soverato oppure a Badolato, dove la carta indica una spiaggia sabbiosa.

Le luci litoranee accompagnano la rotta a riva, mentre le lancette dell’orologio corrono ormai incontro all’alba. Il vento insiste fino alle due, poi si acquieta. All’estremità meridionale del golfo di Squillace, Il faro di Punta Stilo batte già il ritmo della rotta ed è un invito a fuggire in fretta di là dal capo, lontano dalle stregonerie di questo mare. Tre ore di navigazione ci separano dall’approdo di Roccella, tanto vale raggiungerlo subito, navigare fino al mattino. Correggo la rotta verso oriente e al primo cenno di aurora lascio il timone al comandante: sono le quattro ed è inutile attendere che la luna rischiari l’orizzonte…

Da Bari al Salento

22 luglio, 2015 § Lascia un commento

La  barca è pronta, il vento è sufficiente. Da Bari possiamo veleggiare sotto costa verso Brindisi e Otranto, fino alla punta del Salento dove ci fermeremo una notte, prima di orientare la prua in Sicilia, sulle rotte dei Greci e dei Bizantini. Bari non ha torri antiche che indicano la via ai marinai: solo il campanile della cattedrale brilla di lontano, ma ha il biancore equivoco delle costruzioni rifatte. La pietra chiara dei selciati riflette la stessa luce dei muri, nelle case povere e nelle due basiliche illustri che si alzano come regge medievali scolpite dalla luce del mattino: San Sabino e  San Nicola strizzano l’occhio all’impero di Bisanzio da queste sponde levantine.

Con ciò che resta di un vento di maestrale, costeggiamo le piatte colline riarse che scivolano giù fino al mare, brune e sfumate di grigio all’orizzonte, punteggiate di bianco nei luoghi in cui la carta nautica indica i popolosi centri distesi fra Bari e Brindisi. Lungo la Puglia la rotta paga un pegno all’Oriente. La regione è obliqua più di quanto l’intuito sia portato a credere. Per ogni grado di latitudine verso l’estrema punta della penisola, occorre spenderne uno e mezzo in longitudine, dirottati sui Balcani. Così verso sera il sole abbandona l’entroterra e risplende in mare prima di immergersi nell’orizzonte blu, in apparenza troppo spostato a settentrione per un errore dell’immaginazione che vorrebbe la costa pugliese orientata diversamente, da nord a sud.

Il crepuscolo scende in anticipo e distende il torpore di una foschia sottile. Le trame bianche dei centri abitati sulle alture diventano fragili luccichii. Il porto di Brindisi rischiara in silenzio la notte che si rianima con il bagliore dei fari. La rotta meridionale è una lenta conquista che diventa più evidente alle luci dell’alba, quando la costa balcanica fa già capolino ad Oriente col profilo aspro delle montagne albanesi. Le scogliere del Salento guidano le ultime miglia di navigazione, finalmente verso sud, dove sia alza il faro bianco di Santa Maria di Leuca, ultimo appiglio prima di entrare nel vasto mar Ionio.

Arriviamo a Leuca di domenica mattina. La strada che serpeggia lungo la baia è occupata dalle bancarelle interminabili di un mercato rivolto al sole cocente di mezzodì, dove venditori pugliesi e magrebini offrono scarpe, vestiti e attrezzature per la casa. Architetture eclettiche di inizio Novecento coronano la baia, distese qua e là, un po’ sonnecchianti sotto il cielo luminoso. Il faro sul promontorio fa la guardia anche di giorno, con accanto l’altra luce spirituale del Santuario della Madonna “de finibus terrae”. Da lassù scivola fino al mare il greto della grandiosa cascata mussoliniana senz’acqua, ultimo capolinea del monumentale acquedotto pugliese del 1939.

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Pensieri palermitani

19 luglio, 2015 § Lascia un commento

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E’ davvero un caso se mi trovo a Palermo una domenica di luglio, nel giorno in cui si commemora la morte di Paolo Borsellino, che qui ormai contende gli onori degli altari a Santa Rosalia. Il 19 luglio era domenica anche 23 anni fa, quando il tritolo di cosa nostra fece saltare il magistrato e cinque uomini di guardia che l’avevano scortato in visita, come d’abitudine ogni domenica, dall’anziana madre. Il caldo soffocante del pomeriggio, appena mitigato da una brezza marina che soffia di tanto in tanto, racconta ancora qualcosa di quel giorno.
Per sconfiggere l’omertà occorreva un cambio generazionale: bisognava scommettere sui giovani, così dicevano Falcone e Borsellino. Il cambio generazionale c’è stato, l’atteggiamento e’ cambiato, ma qualcosa a Palermo è rimasto identico a se stesso: le maglie larghe della rete urbana in cui si annida la polvere, nonostante il cielo blu, dove i funzionari pubblici, ad ogni livello di governo, non vogliono sporcarsi le mani.
Con le spalle dritte nel caldo dell’estate, gli immigrati africani sembrano a casa propria, più che altrove in Italia, fra gli antichi palazzi sventrati ed i terrazzi barocchi rimasti appesi alle finestre accecate. Gli asiatici aprono i loro empori all’alba nel viale che lambisce la stazione ferroviaria, grande, monumentale, antica, dove qualcuno pulisce il marciapiede, ma non la strada. Arrivandoci in treno, Palermo appare come la capitale di uno stato sospeso fra l’Europa ed il mare, fra il passato e l’ostinazione di esserci ancora, lì per sempre.  Vecchie e nuove povertà sembrano darsi la mano nei cortili improvvisati, sedie e tavoli sgangherati ai bordi delle strade. Ma da qualche parte la Lega di Salvini trova terreno fertile anche qui. In tanti dicono che Orlando non sia un buon sindaco: è un altro che occupa la poltrona e non fa nulla per la città. Dicono anche che Crocetta non è cattivo: l’hanno soltanto voluto incastrare, tre giorni fa con le intercettazioni.
Il centro storico si rianima coi turisti francesi e americani, che guardano all’insù fra i vicoli sporchi ed i nobili cortili decaduti. Il parco tematico palermitano ha scoperto se stesso grazie all’idea dei piccoli furgoni Piaggio a tre ruote, che vendono il tour della città ad un prezzo che si può contrattare. Non saranno le gondole di Venezia, ma esprimono l’animo popolare di questa terra, col colore che piace ai turisti. A bordo di questi trabiccoli giovanili, possiamo tranquillamente dimenticare che il museo archeologico di Palermo è chiuso da sei anni e godere, in cambio, la brezza della città, con la musica sparata a mille fra una destinazione e l’altra, senza ricevuta fiscale.
Dai tempi di Falcone e Borsellino a Palermo c’è stato un effettivo cambio generazionale. Ma per un futuro senza mafie bisogna cambiare ancora il mezzo di trasporto.

Libri e bagagli

9 luglio, 2015 § 2 commenti

Nel caldo mese di luglio che fa impigrire le buone intenzioni, ho tentato un riepilogo delle mie letture degli ultimi mesi, di quelle che ho portato a termine e di altre che sono rimaste incompiute, col proposito ovvio di concluderle durante la lunga estate 2015. Ne è uscito un quadro scoppiettante, che potrebbe denunciare una certa tendenza alla divagazione da parte mia. La lettura dei saggi che apprezzo richiede tempo, non ha un’utilità pratica e genera perfino un senso di frustrazione quando mi accorgo che non è facile memorizzare tutti i contenuti. Dopo aver chiuso un libro, in mente resta solo l’ossatura sfumata dei principali ragionamenti. I saggi sono un’estensione della facoltà di pensare, una musica del pensiero che la lettura scongela per il tempo accordato dalla giusta attenzione. Non dovrei concentrarmi sulla lettura, dovrei forse dare più spazio alla rilettura, come l’esecuzione di una partitura musicale che si affina di volta in volta.

Domani  mi imbarco per una nuova crociera a vela, con partenza da Bari ed arrivo in Sicilia. Riprendo così il filo della Magna Grecia, dal Salento in Calabria, fino alle Eolie passando per lo Stretto di Messina. Proverò a narrare anche questo viaggio, come ho fatto a bordo della Contessa di Capitan Cervellati, che ci ha lasciati un anno fa e che non dimenticheremo mai.

Finzione docente

4 luglio, 2015 § Lascia un commento

Luglio è arrivato coi colori luminosi dell’estate, ma l’abbandono dei primi giorni di vacanza assomiglia ad un esaurimento. La scuola è finita anche per me e subito mi sono affrettato a cancellarne le tracce. Le aule che mi aspettano a settembre non saranno le stesse che ho chiuso quattro giorni fa: lascerò il mare per l’entroterra, ma solo per quanto riguarda il lavoro. A Cesenatico andrò a viverci con la mia nuova famiglia, almeno per un po’ di tempo. Non ritenendo opportuno insegnare nello stesso luogo dove vivo, ho deciso di andarmene… i miei alunni lo capiranno, probabilmente non ci pensano già più.

Dunque proverò l’ultima ebbrezza del trasferimento in una nuova sede di titolarità, a Gambettola, prima dell’entrata in vigore della buona scuola maxi-emendata dal pifferaio di Rignano, che nel 2016 revocherà questo privilegio della vituperata classe docente. Chi chiederà di trasferirsi d’ora in avanti perderà la titolarità di sede, sarà l’ultimo della fila, salvo accordi ad personam. A Gambettola dovrei rimanerci per vent’anni, fino alla pensione, se la salute me lo consentirà. Ma potrebbe succedere qualunque altra cosa nel frattempo, anche il trasferimento forzato nell’isola che non c’è. Coi tempi che corrono, la “funzione docente” potrebbe esaurirsi prima della carriera degli insegnanti attualmente in servizio.

Comunque vada, ogni volta che varco i cancelli di una scuola dove non sono mai entrato, nella campagna fra le colline e il mare ritrovo il gusto di una nuova partenza, l’energia di quando ero bambino ed il mondo era una scoperta. Sento allentarsi attorno a me la trappola della “funzione docente” divenuta inesorabilmente “finzione”, perché tutti devono aver ragione… tutti bravi, tutti promossi: viva chi urla più forte! Varcando i cancelli di un nuovo edificio scolastico, almeno per qualche ora mi illudo di tornare nelle scuole della mia infanzia, quando i pomeriggi erano lunghi e le corse in bicicletta non finivano mai. Quasi rivedo la cinquecento rossa dei miei genitori, che da maestri conobbero molte di queste scuole fra la via Emilia e il mare. Anch’io lascerò l’auto in sosta sotto una fila di pioppi slanciati come cipressi che il vento consola come una voce di famiglia. Accanto c’è il cimitero, ma non affrettatevi a trarre cattivi auspici. Anche il mondo dei morti può aiutare la mediazione didattica, se gli alunni sono troppo agitati.

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