L’intelligenza del dato

20 giugno, 2015 § Lascia un commento

Dopo l’ultimo guasto segnalato a Telecom dieci giorni fa, la mia connessione ADSL pare funzionare finalmente sia in upload che in streaming. Vedremo se ha ragione Massimo Mantellini, quando dice che il limite italiano all’uso di internet non è tecnologico ma culturale. Se la connessione è lenta, il web non può che essere primordiale.

Alla fine della primavera abbiamo avuto più di un’occasione per riflettere su queste cose, di lunedì sera al Cosmonauta di Forlì con alcuni amici della Nuova Civiltà delle Macchine. Dopo il dibattito sul libro di Luciano Floridi (The 4th revolution), è intervenuto Massimo Mantellini con “La vista da qui“, un libro pubblicato l’anno scorso da Minimum Fax, che raccoglie e rende sistematiche le acute osservazioni del Mante-blog riguardo al web dei servizi pubblici, evidenziando analogie e contrasti con il resto del mondo: più ombre che luci, come al solito, quando si affronta il problema delle infrastrutture in Italia. Ma i nostri discorsi sono diventati ancor più interessanti parlando dei big data e poi, la sera del 15 giugno, degli open data con Monica P. Palmirani e Dimitri Tartari.

La massa dei dati che galleggiano in rete può apparire informe, destinata ad un rapido oblio. Anche se è sempre più difficile estrarre notizie utili dal rumore di fondo del web, la metafora della miniera d’oro “dei dati” sui quali “stiamo a sedere” porta con sé una forte carica di suggestione. La pietra filosofale non è un recondito segreto da conquistare: oggi è il metodo di selezione delle informazioni con cui distinguiamo ciò che serve da ciò che è inutile. Nel mare del web l’intelligenza artificiale entra in competizione con gli umani nel dare senso alla massa informe dei dati. Proliferano i software automatici che selezionano e classificano, soprattutto per scopi commerciali. Un mare di informazioni in letargo attende d’essere risvegliato dagli utilizzatori del web, uomini o macchine che siano.

I dati dovrebbero entrare in rete senza interpretazioni, grezzi, in modo da essere confrontati con altri dati omogenei. Ma come i messaggi, anche i dati recano l’impronta di chi li ha creati. Senza uno standard condiviso, una nuova Babele è in agguato. D’altronde la massa di informazioni riorganizzata a posteriori, tramite i motori di ricerca, non crea lo spazio mentale tipico degli schedari del Novecento ed ha perso la forza formativa delle grandi enciclopedie. I motori di ricerca cercano correlazioni spendibili all’istante e guidano verso conclusioni di consumo immediato.

Ma l’architettura delle conoscenze del Novecento può tramandarsi nel web sotto forma di Open Data, da rielaborare con metodi rigorosi. E’ il caso delle enciclopedie Treccani, consultabili on-line in cambio di qualche spot pubblicitario. Gli orizzonti degli Open Data si allargano enormemente, avendo come limite la disponibilità di enti pubblici e privati a condividere informazioni di loro proprietà. E’ una frontiera affascinante, dove è in corso una bella battaglia fra chi vorrebbe più trasparenza e chi invece preferisce tenere nascosto quello che ha. Ma nella costruzione del web, qual’è l’unità elementare di informazione? Qual’è quella che potremmo definire “la più ragionevole”? Un dato formato da un solo numero o da una sola riga di testo è poco significativo in una cornice culturale. Occorre un po’ di struttura, una forma interpretativa che non può essere soltanto quella assegnata a posteriori dai software di elaborazione automatica. Le interpretazioni implicite nell’organizzazione dei testi e delle tabelle sono una forma di ricchezza che non deve appiattirsi sotto l’azione di un motore di ricerca. Nel web esistono frontiere ottimali fra i compiti da assegnare all’intelligenza umana e quelli da delegare all’intelligenza artificiale.

La scelta di un’immagine, l’organizzazione di una tabella, la scrittura di un post come questo, sono tutte mansioni che sarebbe meglio non delegare ad una macchina. A questi dati l’intelligenza umana dovrebbe aggiungere qualche collegamento a dati affini, geo-referenziati, per guidare l’azione automatica successiva. L’intelligenza artificiale potrà poi entrare in scena in piena autonomia per selezionare, collegare i dati e creare così un nuovo piano interpretativo, che non mancherà mai di stupirci.

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