Trasimeno

30 giugno, 2015 § 2 commenti

DSCN3958A mezzogiorno il sole di giugno stende un velo che fa impallidire l’orizzonte. Il Trasimeno riflette i colori di una foto un po’ stinta, col verde delle rive in apparenza già turchese prima di immergersi nell’acqua né verde né blu. Sembra l’immagine di un vecchio album, la gita di una domenica di quarant’anni fa, quando il lago era la meta ambìta di qualche ora di svago, con partenza all’alba ed il ritorno la sera tardi. Alcuni ristoranti hanno cambiato aspetto, al passo con lo stile del design contemporaneo e la moda del biologico. Ma gli alberghi di Passignano sono ancora quelli di un’altra epoca. Stretti sull’unica strada che insegue la riva del lago verde e stanco, se ne stanno perlopiù appisolati fra i giardini. Solo l’hotel Lido s’impone con l’insolenza delle grandi opere che trasformarono l’Italia negli anni del benessere, segno indelebile di una modernità fuori moda ormai da parecchio tempo.

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DSCN3937Nell’ultimo fine settimana di giugno, viaggiatori inglesi e italiani di accento laziale riempiono le piccole stanze dell’Hotel Lido, aperte su terrazzi stretti e movimentati che se ne stanno in fila, di seguito l’uno all’altro come i denti geometrici di tante seghe parallele. Il prezzo è un po’ più alto per le stanze affacciate sul lago, che vantano splendidi tramonti su un orizzonte appena ondulato, con le colline che paiono dipinte da Pietro Perugino. E’ questo il paesaggio della pittura italiana del cinquecento, il quale fece dimenticare in fretta l’altro, più limpido e cristallino, di Piero della Francesca.

DSCN3923Dal lago emergono tre isole, ma solo la Maggiore è raggiungibile in battello da Passignano con un certo numero di corse giornaliere, che si intensificano di domenica. Nelle case antiche e rarefatte dell’unica borgata dell’isola Maggiore oggi risiedono sedici abitanti senza automobili, ma ai tempi di San Francesco dovevano essere molti di più, anche se non così tanti come i turisti che arrivano di domenica mattina e battono i selciati fino al punto più alto, dove si trova la chiesa medievale di San Michele. In ogni versante il pendio degrada morbido verso il lago, coi campi di ulivi dalle forme contorte.

DSCN3915La chiesa di San Michele non è poi così piccola come appare da lontano, quando si vede il campanile spuntare fra gli ulivi. Conserva un interno intatto e tre secoli di pitture medievali alle pareti, dipinte e ridipinte con le immagini dei Santi e della vita di Cristo. Sull’altare pende un bel crocifisso rinascimentale che andò in prestito a Cleveland qualche anno fa – così almeno racconta orgogliosa la custode. Il presbiterio mostra una ricca decorazione di scuola folignate degli anni Sessanta del quattrocento che -restauri a parte- dovrebbe essere espressione dello stesso ambito di Benozzo Gozzoli.

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Mosaici a Sant’Angelo in Vado

22 giugno, 2015 § 2 commenti

DSCN3879Per arrivare a Sant’Angelo in Vado bisogna risalire il fiume Metauro da Fano ad Urbania fin dove la valle comincia a stringersi. Più su, prima dei tornanti della Bocca Trabaria, sul Metauro rimane solo Mercatello. Da nord è agevole arrivare fin qui per vie traverse: lungo la val Marecchia, superando il monte Carpegna fino a Belforte sull’Isauro… oppure in modo ancor più diretto dalla Bocca Trabaria, che a rapide svolte valica l’Appennino in un panorama alpestre verde e disabitato, dove le truppe di Garibaldi in fuga nel Luglio 1849 lasciarono traccia di sé in eroiche lapidi ed in cippi commemorativi.

DSCN3864Da qualunque parte ci si arrivi, Sant’Angelo in Vado appare in un fondovalle arioso, di quelli che piacevano agli antichi colonizzatori prima umbri e poi latini, crocevia di diversi percorsi che si incontrano qui. Nessuno stupore quindi se i romani lo popolarono dandogli il nome di Tifernum Mataurense, in pendant col Tifernum Tiberinum che giace, simmetrico rispetto al valico, nella Valtiberina di Città di Castello. Ma un certo stupore può sorgere quando si impara che fino a quindici anni fa era ignota la ricchezza archeologica nascosta a due passi dalla piazza di Sant’Angelo, una bella fetta della città romana celata entro il perimetro di una vigna nel campo della pieve, dove sono stati messi in luce sorprendenti mosaici, ma solo dopo l’anno duemila.

DSCN3833Ci eravamo diretti a Sant’Angelo sulle tracce dei pittori Taddeo e Federico Zuccari che erano nati qui, pensando di trovare esempi della loro arte nel fitto tessuto di chiese ed oratori tipici in quest’angolo di Italia. Ma è bastato poco per rendersi conto che le ambizioni turistiche di questo paese sono altre, dopo la scoperta della domus ribattezzata “del mito”. L’ex Chiesa dei Servi, ricca di altari e di artigianato soprattutto barocco, contiene un’affascinante conversione di San Paolo di Federico Zuccari, ma non è più il fulcro dell’attrazione. Tartufi a parte, gli oratori e le memorie dei fratelli Zuccari non sembrano un motivo sufficiente per visitare Sant’Angelo in Vado. I turisti del futuro dovrebbero arrivare fin qui sedotti dalle meraviglie archeologiche.

DSCN3839Se anche i prossimi imminenti scavi metteranno in luce altri mosaici come quelli già visibili nella domus del mito, Sant’Angelo in Vado diventerà davvero un polo archeologico eccezionale, quasi come Piazza Armerina in Sicilia. Il campo della pieve è appena fuori dal borgo, circondato su tre lati da edifici antichi e moderni, ma miracolosamente intatto, verde come un giardino, pronto per chissà quali altre scoperte. Entriamo e vediamo finalmente i mosaici della domus del mito di domenica mattina, dopo aver condiviso qualche minuto di vita paesana in piazza, in compagnia di una giovane volontaria che fa i biglietti all’ingresso del museo ed accompagna i turisti negli scavi. Dice che è eccezionale accompagnare qualcuno venuto fin qui per vedere quel che c’è. il sorriso con cui ci accoglie non è da dipendente pubblico.

DSCN3848Nel primo pomeriggio dirigiamo ancora i nostri passi verso il campo della pieve, questa volta senza accompagnatrice, per dare un’occhiata al complesso termale, che contiene altri resti indicati nella guida archeologica. Le coperture architettoniche moderne dichiarano intenzioni ambiziose, ma la domus del mito deve aver eclissato questi scavi che non sono accessibili al pubblico. Con poche risorse e molti vincoli, i volontari dei beni culturali non possono curare troppe cose contemporaneamente e gli sguardi distratti dei visitatori occasionali devono osservare da lontano. In attesa del lancio archeologico di Sant’Angelo in Vado, un violento nubifragio interrompe l’esplorazione. Torneremo ancora, ne sono certo. Se i prossimo scavi non saranno all’altezza delle aspettative, ci sarà almeno una mostra temporanea da vedere, col sapore del tartufo.

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L’intelligenza del dato

20 giugno, 2015 § Lascia un commento

Dopo l’ultimo guasto segnalato a Telecom dieci giorni fa, la mia connessione ADSL pare funzionare finalmente sia in upload che in streaming. Vedremo se ha ragione Massimo Mantellini, quando dice che il limite italiano all’uso di internet non è tecnologico ma culturale. Se la connessione è lenta, il web non può che essere primordiale.

Alla fine della primavera abbiamo avuto più di un’occasione per riflettere su queste cose, di lunedì sera al Cosmonauta di Forlì con alcuni amici della Nuova Civiltà delle Macchine. Dopo il dibattito sul libro di Luciano Floridi (The 4th revolution), è intervenuto Massimo Mantellini con “La vista da qui“, un libro pubblicato l’anno scorso da Minimum Fax, che raccoglie e rende sistematiche le acute osservazioni del Mante-blog riguardo al web dei servizi pubblici, evidenziando analogie e contrasti con il resto del mondo: più ombre che luci, come al solito, quando si affronta il problema delle infrastrutture in Italia. Ma i nostri discorsi sono diventati ancor più interessanti parlando dei big data e poi, la sera del 15 giugno, degli open data con Monica P. Palmirani e Dimitri Tartari.

La massa dei dati che galleggiano in rete può apparire informe, destinata ad un rapido oblio. Anche se è sempre più difficile estrarre notizie utili dal rumore di fondo del web, la metafora della miniera d’oro “dei dati” sui quali “stiamo a sedere” porta con sé una forte carica di suggestione. La pietra filosofale non è un recondito segreto da conquistare: oggi è il metodo di selezione delle informazioni con cui distinguiamo ciò che serve da ciò che è inutile. Nel mare del web l’intelligenza artificiale entra in competizione con gli umani nel dare senso alla massa informe dei dati. Proliferano i software automatici che selezionano e classificano, soprattutto per scopi commerciali. Un mare di informazioni in letargo attende d’essere risvegliato dagli utilizzatori del web, uomini o macchine che siano.

I dati dovrebbero entrare in rete senza interpretazioni, grezzi, in modo da essere confrontati con altri dati omogenei. Ma come i messaggi, anche i dati recano l’impronta di chi li ha creati. Senza uno standard condiviso, una nuova Babele è in agguato. D’altronde la massa di informazioni riorganizzata a posteriori, tramite i motori di ricerca, non crea lo spazio mentale tipico degli schedari del Novecento ed ha perso la forza formativa delle grandi enciclopedie. I motori di ricerca cercano correlazioni spendibili all’istante e guidano verso conclusioni di consumo immediato.

Ma l’architettura delle conoscenze del Novecento può tramandarsi nel web sotto forma di Open Data, da rielaborare con metodi rigorosi. E’ il caso delle enciclopedie Treccani, consultabili on-line in cambio di qualche spot pubblicitario. Gli orizzonti degli Open Data si allargano enormemente, avendo come limite la disponibilità di enti pubblici e privati a condividere informazioni di loro proprietà. E’ una frontiera affascinante, dove è in corso una bella battaglia fra chi vorrebbe più trasparenza e chi invece preferisce tenere nascosto quello che ha. Ma nella costruzione del web, qual’è l’unità elementare di informazione? Qual’è quella che potremmo definire “la più ragionevole”? Un dato formato da un solo numero o da una sola riga di testo è poco significativo in una cornice culturale. Occorre un po’ di struttura, una forma interpretativa che non può essere soltanto quella assegnata a posteriori dai software di elaborazione automatica. Le interpretazioni implicite nell’organizzazione dei testi e delle tabelle sono una forma di ricchezza che non deve appiattirsi sotto l’azione di un motore di ricerca. Nel web esistono frontiere ottimali fra i compiti da assegnare all’intelligenza umana e quelli da delegare all’intelligenza artificiale.

La scelta di un’immagine, l’organizzazione di una tabella, la scrittura di un post come questo, sono tutte mansioni che sarebbe meglio non delegare ad una macchina. A questi dati l’intelligenza umana dovrebbe aggiungere qualche collegamento a dati affini, geo-referenziati, per guidare l’azione automatica successiva. L’intelligenza artificiale potrà poi entrare in scena in piena autonomia per selezionare, collegare i dati e creare così un nuovo piano interpretativo, che non mancherà mai di stupirci.

Baluardo di inefficienza

15 giugno, 2015 § 1 Commento

Mi ero rivolto all’ACI per duplicare la patente deteriorata all’inizio di maggio. Era diventata illeggibile e mi sembrava poco dignitoso mostrarla così ai controlli stradali. Mi avevano detto  che sarebbe stato sufficiente pazientare un mese. Ma dopo un mese mi è stato consegnato un foglio scritto in grigio, valido solo entro i confini nazionali, con la promessa di una patente nuova entro novanta giorni. Tre mesi al massimo? “No, tre mesi servono tutti” disse l’impiegata dell’ACI. Ora il foglio temporaneo si è sgualcito nel portafoglio ed è oramai illeggibile. Dovrei richiedere una copia sostitutiva del documento temporaneo, ma preferisco restare immobile. Non vorrei incorrere in un “regressus ad infinitum”.

I migranti non sanno nulla della mia patente, ma hanno già capito che l’Italia funziona così. I trafficanti di uomini non sono solo nel Canale di Sicilia: sul nostro suolo nazionale si spartiscono l’affare dell’accoglienza, un miliardo di euro d’emergenza quest’anno, in deroga ai vincoli della crisi. Mesi e mesi di burocratica attesa nei centri di accoglienza giovano ai trafficanti che incassano il denaro della politica e tengono in ostaggio l’intraprendenza dei giovani migranti negli alberghi di serie B. La noia e la tristezza di una inutile attesa sono l’arma imbelle della politica italiana contro gli africani che arrivano sui barconi, un baluardo di astuta inefficienza che arricchisce i trafficanti di casa nostra e dissuade i nuovi migranti dal farsi registrare in Italia. Ecco perché i clandestini si accalcano contro le frontiere alpine. La nostra penisola è l’ultima tappa di un’odissea: dopo le guerre, dopo il deserto, dopo i barconi, ci sono lunghe file umilianti in Italia. I migranti fuggono al nord e non vogliono farsi riconoscere prima di aver varcato le Alpi. È una fuga di cervelli.

Può piacere ai “buoni” amici della politica peninsulare, che fanno affari coi servizi di transito e di prima accoglienza. Ma piace meno ai “cattivi” governi europei, che sanno di doversi accollare responsabilmente l’onere dell’accoglienza. Oggi riapriranno le frontiere, almeno quelle con la Germania. Ma come sempre, anche stavolta se ne andranno i più intraprendenti. Resterà in Italia chi si arrende ed andrà ad ingrossare le fila dei pigri e degli umiliati, quelli che non credono in un riscatto attraverso il lavoro. Come in una distillazione frazionata, la penisola di approdo tratterrà i reietti. Qualcuno si sta già arricchendo alle loro spalle. Tutti gli altri sono già più poveri.

E la scuola finisce __

8 giugno, 2015 § Lascia un commento

A scuola tante cose sono cambiate dai tempi in cui la frequentavo da studente. Ma che la scuola debba finire prima o poi nel tremulo orizzonte di giugno è un punto fermo, ora come allora. Gli ultimi giorni sono momenti di festa e di pianto, di forti emozioni condivise fra gli studenti, di manifestazioni perlopiù eccessive. Ma lo sguardo mesto degli insegnanti nasconde in fondo un’emozione più grande… d’essere riusciti anche quest’anno a conquistare l’estate, il privilegio più grande di una categoria che non sai se è il caso di invidiare. Con tutto quello che è cambiato nel frattempo, con le riforme renziane in via di concepimento, non è affatto scontato che la scuola debba finire.

Qualunque pedagogista concorda con me, quando dico che è dannoso costringere decine di ragazzi in spazi angusti per otto mesi l’anno, sottoposti alle richieste contraddittorie di adulti che parlano poco fra loro ma pretendono d’essere ascoltati per cinque ore consecutive, sei giorni la settimana, in una lunga maratona che centellina i giorni festivi per ragioni di produttività, salvo poi concludersi nel vuoto goliardico di una lunga estate che rinnega gli otto mesi di fatiche e di lavori forzati. Con l’aria condizionata il caldo non dovrebbe essere più un ostacolo. Forse la buona scuola non può permetterselo? Ma la scuola deve finire per un’abitudine inveterata, deve cedere spazio ad altre economie nell’avvicendarsi delle stagioni. Di certo non finisce per esigenze pedagogiche.

In una scuola media come quella di oggi, senza bocciature, col programma sostituito dagli obiettivi di competenza, con le lezioni trasformate in progetti, dove ogni alunno ha un vestito su misura come nelle vecchie pluriclassi, non c’è bisogno di dare un numero alle classi. Ciascuno dovrebbe essere libero di partecipare fino ai limiti dell’obbligo scolastico e di sostenere l’esame di licenza media quando ha la maturità per farlo, o prima o dopo, non necessariamente alla stessa età. L’anno scolastico potrebbe essere spezzato in tre parti, con intervalli di un mese fra l’una e l’altra. Durante il trimestre estivo il lavoro dovrebbe essere più leggero, con scambi culturali, attività all’aria aperta e viaggi d’istruzione.

Ma questa è la trama di un libro di fantascienza! La realtà è più simile ad un romanzo di Gogol. Nella scuola story-telling non è importante quello che fai, ma quello che racconti di aver fatto. Comunque tranquilli, siete tutti promossi.

Il mistero di Forlì __

1 giugno, 2015 § Lascia un commento

Il complesso forlivese del San Domenico è un luogo molto inaugurato, anche se non del tutto finito. L’ultima inaugurazione in ordine di tempo risale a sabato scorso, quando l’ex chiesa conventuale è stata riaperta in forma di auditorium dopo dieci anni di lavori. La sfilata di personaggi illustri ha rievocato le tappe di un progetto difficile. La chiesa non era crollata per i danni della guerra, come pensavamo quando da ragazzi accostavamo l’occhio alla serratura dell’ingresso. Quel cielo azzurro che sfondava il soffitto pareva un trucco illusionistico, degno della migliore tradizione pittorica settecentesca. Il tetto non era caduto sotto i bombardamenti, ma per l’incuria degli anni del benessere (nel 1978) quando la ricca provincia forlivese preferiva costruire nuovi palazzi e non si curava delle chiese sconsacrate: una delle tante, con gli avanzi di stucchi barocchi ed i segni di un degrado irreversibile. Poi venne il progetto controverso, firmato Sacripanti, dove l’involucro della chiesa settecentesca doveva diventare il palcoscenico di un teatro troppo ardito per il cuore dei forlivesi, che preferirono farne a meno.

Un lussuoso polo museale poteva emendare le colpe dei crolli meglio del teatro: un museo intenzionale, pretesto per inaugurazioni a non finire ed emblema del non-finito, opera d’arte in sè. Qualche anno fa sentivo dire che la chiesa sarebbe diventata il contenitore delle “grandi” mostre, per liberare le sale dell’ex convento e consentire finalmente il trasloco delle pale d’altare dimenticate nella vecchia sede di corso della Repubblica. Ma in corso d’opera è riaffiorato il fantasma del teatro nel vano alto e lungo dell’ex chiesa rifatta come se fosse un teatro, a due passi dal teatro che a Forli comunque c’è già. Le mostre rimarranno lì dove le hanno sempre fatte negli ultimi dieci anni e le grandi pale d’altare resteranno ancora  a lungo dimenticate nella vecchia sede. Può sembrare un mistero che a Forlì la chiesa restaurata di San Giacomo -nel complesso del San Domenico- non sia il contenitore giusto per le grandi pale d’altare. Ma il mistero  è presto svelato: non è il museo che conta, sono gli eventi. Arrivederci alla prossima inaugurazione.

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