Archeologia di un maestro __

16 aprile, 2015 § Lascia un commento

Domenica scorsa l’appuntamento a Palazzo Morattini è stato come l’immaginavo. I pomeriggi di primavera in campagna sono ancora coloratissimi, oggi come trentacinque anni fa nella pianura che è coltivata come un giardino. Palazzo Morattini era la scuola elementare di Pievequinta, fra Forlì e il mare, l’ultima dove mio padre insegnò per dieci anni dal 1982 al 1992. Col pretesto della razionalizzazione, da un po’ di tempo questa scuola è stata soppressa: le stanze maestose di Palazzo Morattini, senza più la funzione che per un secolo le aveva segnate, sono diventate sede di un’associazione di quartiere, gli “Amici della Pieve”. Era naturale che presentassi il mio “Archeologia di un padre” anche con loro.

Fra il pubblico c’erano alcuni colleghi di Tobia Aldini e molti alunni, gente diventata grande, padri e madri che non hanno dimenticato i banchi di scuola e le esperienze semplici e straordinarie di quegli anni. Insieme al libro era in programma l’inaugurazione di una piccola mostra di immagini dei tempi in cui la scuola di Pievequinta funzionava ancora, trenta, quarant’anni fa: foto di gruppo ed immagini in bianco e nero, racconti e disegni che parlano la lingua dei bambini di ieri; diari di un maestro degni di un film, come quello di Vittorio de Seta. Le immagini più belle mostrano gli alunni vestiti di nero alle prese con i frammenti di ceramiche antiche raccolte in superficie sui campi. Fra i compiti del maestro-archeologo all’opera in un territorio ricco di ritrovamenti, c’era l’educazione alla scoperta archeologica, un’esperienza quotidiana che gli alunni e le loro famiglie avrebbero dovuto coltivare in segno di rispetto verso se stessi e verso la propria storia: un gesto di civiltà semplice e profondo, che cominciava nei campi, proseguiva nel lavoro di schedatura e nell’esposizione dei pezzi più belli in vetrine artigianali, a disposizione della didattica quotidiana di tutti gli insegnanti della scuola.

Nel mondo iper-regolato di oggi (ben più sfuggente di quello di ieri) anche i gesti di civiltà possono diventare eredità imbarazzanti da gestire. Chiuse in soffitta a Palazzo Morattini, le quattro vetrine con i ritrovamenti dei bambini della scuola elementare di Pievequinta sono nascoste e inaccessibili per esplicito divieto dei funzionari addetti. In mancanza di rigorose norme di tutela, nessun soprintendente può assumersene la responsabilità. Come se si trattasse di quattro tigri della Malesia da tenere chiuse in gabbia. Ma in gabbia ci sono soltanto quattro mici, una covata di esperienze dei bambini di ieri. Ad essere straordinari non sono i pezzi, privi di qualunque valore commerciale, ma la testimonianza di una eccezionale didattica sperimentale. La condivisione delle scoperte archeologiche quotidiane in età scolare può funzionare  come antidoto contro i feticci dell’archeologia degli adulti: gli scavi clandestini, i metal detector…. Ma che dire, il divieto di esporre i “mici in soffitta” è a norma di legge, perché la legge è a misura di ciò che interessa: le “tigri della Malesia” in viaggio verso grandi eventi. Il resto sarebbe meglio che non fosse mai esistito.

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