Sovana

29 aprile, 2015 § 1 Commento

DSCN3692La strada stretta e tortuosa che scende a Sorano dal Monte Amiata sembra breve sulla mappa, breve ma non veloce. Avrei impiegato meno tempo sulla Cassia verso Roma fino ad Acquapendente, girando poi a destra qualche chilometro prima del lago di Bolsena. Ma le città del tufo volevo vederle così come appaiono dalla strada dell’Amiata, nella terra scoscesa dove i grandi vulcani spenti della preistoria si contendono la geologia dell’entroterra maremmano. Mi interessava la trachite grigia e brillante delle pendici dell’Amiata: come diventa tufo giallo fra la Toscana ed il Lazio. Fuori dai boschi di abeti e di faggi la strada si perde nelle curve di un’assonnata discesa, per trenta chilometri dentro la foschia umida che consuma l’orizzonte del 25 Aprile. In mezzo – fra le trachiti ed i tufi – c’è un interregno dimesso di argille grigie, su cui la rabbia del dio Vulcano non giunse a disperdere né la lava dell’Amiata, nè le polveri ardenti dei crateri laziali.

DSCN3697La strada scivola giù fra crinali cui manca la nobile semplicità della Val d’Orcia, senza il profilo di un paesaggio diverso in lontananza, fin quando all’improvviso la valle comincia a risalire, scavata nella roccia ormai alle porte di Sorano. Eccolo il tufo: è arrivato mezzo milione di anni fa come fumo ardente di nubi vulcaniche, quando gli uomini della preistoria si affannavano già a scheggiare pietre. La strada si apre finalmente in un’alta pianura recintata da pascoli, dove i corsi d’acqua non piegano il paesaggio, ma lo penetrano all’improvviso in valli profonde, invisibili da lontano. Gli antichi centri abitati si profilano piatti all’orizzonte come miraggi, difesi dalla forza naturale dei torrenti che li circondano nelle profondità selvatiche del tufo. La rupe di Sovana appare solo in prossimità del borgo, quando la strada scende nel torrente prima di scivolare accanto all’unico ingresso del paese.

DSCN3642Uno spiazzo selciato di fresco sale fin sulla via centrale, fitta di automobili il 25 aprile. Un’ordinanza del sindaco vieta nei giorni festivi il transito dei veicoli, che sono parcheggiati ai margini della strada come se ci fosse il mercato. Le lamiere luccicanti delle auto in sosta stridono con la quiete solenne dei muri antichi. Ma verso sera si rarefanno. Partono i pullman dei viaggi organizzati ed il paese mostra finalmente un volto umano. Chi resta, riempie a malapena i pochi alberghi mascherati da residenze d’epoca. Nei ristoranti c’è posto anche senza prenotare. L’agognata economia turistica è un’invasione diurna che spende comunque poco e fugge di sera. Il Resort con piscina accanto al duomo è l’eco di un desiderio degli anni Novanta, di trasformare Sovana in un luogo esclusivo per i fine settimana dei romani ricchi. Ma nei giorni festivi di Aprile 2015 le camere di questo albergo sono in offerta sul web: cento euro per una matrimoniale “quattro stelle” con vista sul duomo romanico e sugli ulivi del giardino.

DSCN3646L’avevo già visto nel 1999 – il duomo di Sovana – eccezionale monumento d’età romanica, enigmatico sia per l’architettura, sia per le sculture, con una rara cupola di pietra simile a quella del duomo di San Leo nel Montefeltro. Le somiglianze con San Leo sono molte, come se le forze della geologia, della storia, dell’abbandono e del recupero turistico avessero agito allo stesso modo in entrambi i luoghi. I centri del potere religioso a Sovana sono due come a San Leo, edifici senza facciata ma con l’accesso laterale: chiese vescovili isolate sul colle e pievi urbane affacciate sulla piazza (con eccezionali cibori del nono secolo in entrambe). Avevo già visto il duomo di Sovana quando le strade del borgo erano polverose e l’economica agricola nutriva solo una vaga ambizione di diventare turistica. Per ritrovare l’eco dell’aroma di allora, comunque anestetizzato dalle imprese di pulizia, adesso bisogna entrare in chiesa di mattina presto, quando i passi distratti dei gitanti non battono ancora i selciati.

DSCN3699E’ così anche nelle tombe etrusche, almeno in quelle più belle, sottratte all’incuria e inserite in un parco archeologico ad occidente del centro abitato. La tradizione delle necropoli rupestri acquista una speciale forza immaginifica in questa propaggine dell’altipiano tufaceo. Il desiderio di immortalità degli etruschi si è servito della pietra di Sovana, tanto semplice da scavare, ma altrettanto fragile nella sfida con il tempo. Nei dirupi boscosi restano incise le tracce di architetture e di sculture sorprendenti: finti colonnati e sagome di creature mostruose, divinità degli inferi divenute sirene, sopravvissute e tramandate attraverso la scultura medievale, nonostante la rivelazione cristiana.

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Sovana, Tomba Ildebranda – IV sec. a.C.

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Brodo mediterraneo

23 aprile, 2015 § Lascia un commento

I pioppi dietro casa sono ritornati verdi. Temevo di perderli, essendo ormai cominciati i lavori di costruzione della nuova viabilità, quella che il costruttore di Pinarella aveva annunciato nel 1999. Lo scorso autunno vedevo effettivamente muoversi qualcosa: picchetti, recinzioni, grandi macchine che movimentavano la terra verso la ferrovia, ma niente dietro casa. Ora che l’estate s’avvicina, i lavori sono stati sospesi anche sotto la ferrovia. Nell’Italia del 2015 occorrono effettivamente più di sei mesi per mettere insieme un sottopassaggio. Essendo quest’opera inconciliabile con il traffico turistico dell’estate, i lavori ricominceranno nella brutta stagione.

La nuova viabilità comprende tuttavia solo un mozzicone di raccordo, imposto dalle ferrovie che esigono la chiusura dei passaggi a livello e mettono sul piatto delle amministrazioni locali un po’ di soldi per realizzare opere di viabilità alternativa. La grande strada, sbandierata come “onere di urbanizzazione” dal costruttore che mi vendette l’appartamento quindici anni fa, non si fa più, perchè il costrutture ha sì costruito case in questi anni, ma non abbastanza: cioè non così tanto come previsto dagli obblighi sottoscritti con l’amministrazione pubblica. Dunque è colpa della crisi se il nuovo sottopassaggio finirà in un coacervo di rotonde senza sfogo, se la vecchia viabilità agricola continuerà a farla da padrona fra gli improperi dei villeggianti della domenica, incolonnati all’andata ed al ritorno dal mare. Per sgravarsi dall’onere, il costruttore ha comunque dichiarato che non costruirà altre case, fino a quando non saprei… almeno fino a quando ci sarà qualcuno a rammentargli l’onere della viabilità. Nel frattempo avremo strade strette e senza parcheggi, un numero comunque crescente di appartamenti in vendita e le solite promesse da marinaio delle agenzie immobiliari: niente paura, poteva andare peggio. Dopotutto c’è ancora qualche pioppo e rimarranno anche gli orti.

Il paesaggio umano riflette bene la crisi di governabilità. Per una strana analogia, quello che vedo dalla finestra mi sembra consonante con le gravi vicende del nostro continente imbelle, alle prese con la situazione greca da un lato e con il dramma dei migranti dall’altro. Ora che spirano venti di ripresa e che la crisi monetaria pare alle spalle, la crisi politica dell’Europa esplode senza alibi sulle sponde del Mediterraneo. Gli arbitri dei governi nazionali “tirano in porta” e chi dovrebbe fissare le regole del gioco sta a guardare, mentre stabilisce le linee guida, i limiti del 3%, le quote da non superare: formalità con deroga per chi è abbastanza forte, in spregio di chi forte non è, e non vuole allinearsi.

Anche il Mediterraneo tuttavia può diventare più comprensibile quando lo guardiamo da lontano, da molto lontano. Il giornalista della BBCworld oggi ha intervistato un australiano, responsabile dei servizi di immigrazione di quel continente accusato d’essere troppo restrittivo. Ha detto cose semplici, naturali, ma lontane. Prima di diventare un’emergenza umanitaria, la salute dei migranti è una questione politica del paese che li accoglie. Se qualcuno muore a causa di un viaggio clandestino, in Australia si dimette il capo del governo. Ecco perché le regole di sorveglianza della costa sono ferree e senza incidenti: perché il governo è rispettabile, ha la forza di governare ed è responsabile di quello che fa. In mancanza di una politica autentica, l’accoglienza generosa, ma distratta e indifferente, lascia i deboli in balia degli spregiudicati. Continueremo a stracciarci le vesti, guardando dalla finestra. Visto l’esito delle avventure coloniali dell’Italia, non possiamo pensare di fare di più.

The 4th revolution

19 aprile, 2015 § 1 Commento

L’associazionismo culturale dedica la maggior parte del tempo agli aspetti organizzativi di conferenze, mostre e convegni. Ma la sera di lunedì 13 aprile alcuni amici di Nuova Civiltà delle Macchine hanno messo finalmente le sedie in circolo, nella saletta del Cosmonauta di Via Giorgio Regnoli a Forlì, per parlare di filosofia delle reti attraverso le pagine di Luciano Floridi.

”The Fourth Revolution” (2014) è un libro di filosofia militante nel mare delle nuove tecnologie informatiche, quello che si dice un “libro introduttivo”, non specialistico in senso stretto e neppure biecamente divulgativo, arricchito da un vasto commento bibliografico, scritto splendidamente in inglese, ma del quale manca (ancora) la traduzione italiana. E’ curioso che l’autore sia un italiano, il quale ha fatto fortuna all’estero ed insegna nell’università di Oxford. Per la cultura accademica di casa nostra, abituata a commentare la storia della filosofia, può essere spiazzante un approccio dove le idee filosofiche sono attuali e diventano strumenti di navigazione per comprendere la rotta verso il futuro. Forse per questo motivo il libro è stato scritto in inglese e non ha finora sollecitato l’intraprendenza di un editore italiano che lo diffonda nel mercato nazionale. Tant’è: possiamo parlarne in italiano, ma dobbiamo leggerlo in inglese.

Il sottotitolo sul retro di copertina apre una prospettiva provocatoria. La domanda non è più: “cosa le tecnologie informatiche stanno facendo per noi”, quanto piuttosto: “cosa stanno facendo a noi”. L’intelligenza umana ha perso un ruolo direttivo nel controllo del progresso tecnologico del web. Ogni singolo individuo sta facendo già i conti con una nuova forma di intelligenza distribuita in rete: qualche volta riesce ad utilizzarla con successo, potenziando la propria intelligenza naturale, ma spesso ne subisce i condizionamenti. L’umanità non ha una ricetta pronta per governare il futuro di questo rapporto complesso fra macchine e intelligenza, dove diventa sempre più evanescente l’interfaccia fra il soggetto e l’oggetto, fra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Floridi non è pessimista: la partita è aperta e gli uomini hanno ancora la possibilità di giocarsela, se valorizzano le capacità critiche, se non rinunciano ad una solida formazione di base e se conservano il giusto equilibrio che li mette in condizione di scegliere. In quanti saranno in grado di vincere questa sfida? Può la scuola contribuire alla formazione di attori consapevoli e non solo di clienti passivi, travolti dalle onde del web?

Dal confronto con le nuove tecnologie, l’umanità ne esce comunque un po’ ridimensionata. L’intelligenza “naturale” non occupa più una posizione al vertice dei sistemi cognitivi. La quarta rivoluzione -cui allude il titolo del libro- è solo l’ultima in ordine di tempo, dopo la rivoluzione copernicana, quella darwiniana e quella della psicanalisi. Ciascuna di queste rivoluzioni ha reso l’uomo più periferico, prima nel cosmo, poi nella biologia e nella psiche. Con la quarta rivoluzione cade per l’uomo anche l’illusione d’essere la creatura più intelligente. Il primato passa ad un nuovo simbionte, in parte umano ed in parte artificiale. La metafora del simbionte, già utilizzata da Giuseppe O. Longo nel 2003, acquista per Luciano Floridi un significato diverso, meno distruttivo dopo lo sviluppo dei social networks e del web 2.0 che incapsula l’intelligenza umana all’interno dei propri processi. Il neologismo Inforgs dice cosa sono diventati gli uomini in rete: organismi informazionali. L’essere umano non si trasforma e non rinuncia alla propria corporeità smaterializzando la mente nel web. L’uomo resta tale, ma l’eco di tutte le voci sedimentate nel web danno all’intelligenza artificiale un nuovo soffio vitale, una sensibilità al variare del contesto. Pur essendo soltanto una gigantesca macchina sintattica, il web 2.0 sta diventando semantico grazie agli humans inside, gli uomini che lo utilizzano.

Nessuna forma di intelligenza artificiale è riuscita finora a superare il Test di Turing, perché è facile ingannare un computer modificando il contesto di un discorso. Anche il robot Roomba è perfetto per le pulizie e può sembrare quasi umano, ma solo in una stanza chiusa e senza ostacoli. L’intelligenza artificiale richiede norme rigide e schematiche, molto più povere di quelle di un mondo a misura d’uomo, dove riconosciamo molti piani di lettura e innumerevoli sfumature del contesto. Così è concreto il rischio di vedere l’intelligenza schiacciata entro i limiti dell’intelligenza artificiale: di non vivere più in un mondo a misura d’uomo, ma a misura di macchina informatica… con human inside!

Nel concreto è già realtà il sovraccarico di informazioni, che rende arduo distinguere ciò che ha senso da ciò che è inutile. Anziché aggiungere, in rete è diventato più importante cancellare. La quarta rivoluzione impone all’intelligenza umana un nuovo compito quotidiano: selezionare nel grande mare della rete le informazioni utili per i propri scopi. E quali sono i nostri scopi, non sarà mai un computer a dircelo.

Archeologia di un maestro __

16 aprile, 2015 § Lascia un commento

Domenica scorsa l’appuntamento a Palazzo Morattini è stato come l’immaginavo. I pomeriggi di primavera in campagna sono ancora coloratissimi, oggi come trentacinque anni fa nella pianura che è coltivata come un giardino. Palazzo Morattini era la scuola elementare di Pievequinta, fra Forlì e il mare, l’ultima dove mio padre insegnò per dieci anni dal 1982 al 1992. Col pretesto della razionalizzazione, da un po’ di tempo questa scuola è stata soppressa: le stanze maestose di Palazzo Morattini, senza più la funzione che per un secolo le aveva segnate, sono diventate sede di un’associazione di quartiere, gli “Amici della Pieve”. Era naturale che presentassi il mio “Archeologia di un padre” anche con loro.

Fra il pubblico c’erano alcuni colleghi di Tobia Aldini e molti alunni, gente diventata grande, padri e madri che non hanno dimenticato i banchi di scuola e le esperienze semplici e straordinarie di quegli anni. Insieme al libro era in programma l’inaugurazione di una piccola mostra di immagini dei tempi in cui la scuola di Pievequinta funzionava ancora, trenta, quarant’anni fa: foto di gruppo ed immagini in bianco e nero, racconti e disegni che parlano la lingua dei bambini di ieri; diari di un maestro degni di un film, come quello di Vittorio de Seta. Le immagini più belle mostrano gli alunni vestiti di nero alle prese con i frammenti di ceramiche antiche raccolte in superficie sui campi. Fra i compiti del maestro-archeologo all’opera in un territorio ricco di ritrovamenti, c’era l’educazione alla scoperta archeologica, un’esperienza quotidiana che gli alunni e le loro famiglie avrebbero dovuto coltivare in segno di rispetto verso se stessi e verso la propria storia: un gesto di civiltà semplice e profondo, che cominciava nei campi, proseguiva nel lavoro di schedatura e nell’esposizione dei pezzi più belli in vetrine artigianali, a disposizione della didattica quotidiana di tutti gli insegnanti della scuola.

Nel mondo iper-regolato di oggi (ben più sfuggente di quello di ieri) anche i gesti di civiltà possono diventare eredità imbarazzanti da gestire. Chiuse in soffitta a Palazzo Morattini, le quattro vetrine con i ritrovamenti dei bambini della scuola elementare di Pievequinta sono nascoste e inaccessibili per esplicito divieto dei funzionari addetti. In mancanza di rigorose norme di tutela, nessun soprintendente può assumersene la responsabilità. Come se si trattasse di quattro tigri della Malesia da tenere chiuse in gabbia. Ma in gabbia ci sono soltanto quattro mici, una covata di esperienze dei bambini di ieri. Ad essere straordinari non sono i pezzi, privi di qualunque valore commerciale, ma la testimonianza di una eccezionale didattica sperimentale. La condivisione delle scoperte archeologiche quotidiane in età scolare può funzionare  come antidoto contro i feticci dell’archeologia degli adulti: gli scavi clandestini, i metal detector…. Ma che dire, il divieto di esporre i “mici in soffitta” è a norma di legge, perché la legge è a misura di ciò che interessa: le “tigri della Malesia” in viaggio verso grandi eventi. Il resto sarebbe meglio che non fosse mai esistito.

Di là dal confine – Aguntum

10 aprile, 2015 § Lascia un commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESSono recenti gli scavi di Aguntum. L’enciclopedia Italiana Treccani ne parla negli ultimi aggiornamenti e dedica comunque più spazio all’altra città romana sul fiume Drava – Teurnia – sessanta chilometri più a valle. Di fatto la zona archeologica di Aguntum in Tirolo è stata allestita una quindicina d’anni fa, così come la bella infrastruttura architettonica che dal 1999 ne accoglie i ritrovamenti. Sullo sfondo dolomitico ancora innevato troneggia l’immagine gigante a colori di un legionario che pare un attore di Hollywood. Per un attimo mi sembra una messinscena per turisti, molta finzione e poca sostanza: una ricostruzione di Roma antica, di quelle che piacciono ai tedeschi in vacanza. Ma è solo un’impressione del primo momento.

SAMSUNG CAMERA PICTURESIl grande edificio di architettura contemporanea che ospita il museo è ancora chiuso per il lungo inverno alpino; aprirà il primo Maggio, ma le vetrate luminose permettono uno sguardo dentro: statue di marmo, ricche vetrine, tanto spazio. Ad essere chiusi fino al trenta Aprile sono solo i servizi turistici, non l’area archeologica, la quale offre un colpo d’occhio eccezionale al di là della strada. I muri antichi di pietra degli edifici romani formano un reticolo leggibile fra i percorsi di una vallata che prima d’essere parco archeologico è parco pubblico. Dunque è accessibile anche d’inverno e basta poco per accorgersi che, nel periodo dichiarato di chiusura, il sito dell’antica città di Aguntum è molto più aperto di quanto non siano certe aree archeologiche italiane in orario di apertura.

SAMSUNG CAMERA PICTURESNel lungo inverno austriaco non serve l’informatica per migliorare le percezioni dei turisti in visita. I pannelli con le didascalie sono molto ingegnosi, di una plastica trasparente a colori, fissati a terra nella posizione giusta in modo tale che i disegni ricostruttivi si possano sovrapporre alle rovine antiche, così che l’occhio del visitatore colga le forme e le dimensioni originali degli edifici sul posto. Le indicazioni dei principali siti (terme, domus, mura) numerati in ordine, sono incise su pannelli di ferro, traforati, piegati “ad L” e fissati alle pareti delle antiche costruzioni consolidate. Il naturale degrado della ruggine li colora e li fa apparire puliti anche senza vernice, in sintonia con i tempi archeologici.

SAMSUNG CAMERA PICTURESUna strana magia (impossibile sul suolo italico ma normale nel mondo germanico) sposa perfettamente l’architettura contemporanea con le rovine romane. Uno scuro edificio monolitico dalla forma movimentata si alza al centro degli scavi di Aguntum per proteggere i pavimenti di una domus. Perfino la strada scavalca gli scavi mediante un raffinato viadotto di cemento armato, coi piloni nella posizione giusta in relazione ai ritrovamenti sottostanti. Quante volte l’ho sentito dire in Italia: “gli scavi non si possono proseguire perché c’è la strada in mezzo”. Cosa ne hanno fatto gli Austriaci di questa lamentazione ricorrente di casa nostra?

SAMSUNG CAMERA PICTURESUn sito archeologico dovrebbe essere innanzitutto un parco pubblico. Le città antiche sono quasi sempre circondate da paesaggi solenni; la loro ubicazione spiega già molte cose ed una passeggiata può aver senso anche in mancanza di resti monumentali. Ma in Italia – per qualche ragione che non occorre spiegare – la tutela dei siti archeologici cosiddetti minori comincia (e spesso finisce) con le recinzioni: chilometri di reti e centinaia di pali metallici tengono lontani gli occhi indiscreti dei turisti in visita. Le aperture sono un fatto eccezionale, solo per gruppi accompagnati, ai quali è vietato fotografare. Perché? Perché forse con le immagini darebbero testimonianza di restauri ridicoli, di infrastrutture degradate, dello scempio del denaro pubblico.

Confrontando il sito dell’austriaca Aguntum con quello italiano di Sentinum (solo per fare un esempio), i soprintendenti archeologici avvertiranno forse una frustrazione più grande della mia. Oppure no: i funzionari italiani non hanno tempo per fare confronti (tanto meno fuori dai confini nazionali) presi come sono nella quotidiana guerra degli incartamenti, poche risorse e molti nemici.

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Appunti pasquali di un viaggio in Tirolo __

5 aprile, 2015 § Lascia un commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESOrmai in prossimità del valico, l’Alta Pusteria si allarga in una grande sella erbosa dove è difficile riconoscere lo spartiacque. Già prima del confine le sorgenti cominciano a scorrere verso oriente e danno vita al grande fiume balcanico che gli austriaci chiamano Drau – la Drava – affluente di destra del Danubio in Serbia. Nei prati dove la Drava ha ancora l’aspetto di un ruscello, già nell’ottavo secolo i monaci avevano fissato la pietra miliare di una grande abbazia, ai piedi delle ultime dolomiti di Sesto che si alzano a sud come una quinta monumentale, innevata fino all’inizio dell’estate. Il nome San Candido si addice ad un monastero circondato dalle nevi: Pasqua non fa eccezione, il Giovedì Santo promette neve e le rocce dolomitiche brillano bianche sul cielo chiaro, confuse dai cristalli di neve. Il campanile quadrato si staglia verso l’alto in competizione con le montagne e fa la guardia al mondo simbolico dei vivi in chiesa e dei morti nel vecchio cimitero che la circonda.

SAMSUNG CAMERA PICTURESNella penombra dell’interno un sacrestano dispone gli arredi per le celebrazioni pasquali. Sale e ridiscende le scale della grande cripta che si allunga sotto l’altare come se fosse un’altra chiesa. A giudicare dai capitelli romanici che mostrano dappertutto le foglie stilizzate di un repertorio naturalistico, pare che fra queste montagne la natura sia sempre prevalsa sulla storia. Eppure ci fu un epoca in cui da San Candido transitavano vescovi e re, dalla Drava al Trentino come su un’autostrada del medioevo. Già alla fine dell’impero i barbari dovevano essere passati da qui, guidati dalle forme morbide della valle che costeggia le Alpi e le valica come per magia, senza attraversale. Mi sarei aspettato di trovare la valle della Drava fra gli antichi itinerari romani della Tabula Peutingeriana, dove però i nomi non corrispondono… Dopo il ricco medioevo, l’età moderna non ebbe la forza di imporsi con rifacimenti massicci dei muri e delle opere d’arte. Così l’abbazia di San Candido mette in mostra ancora oggi quello che architetti, scultori e pittori le avevano donato nell’età d’oro del dodicesimo e del tredicesimo secolo. Ampie figure di angeli si stagliano su una volta che allude esplicitamente al cielo, con la simbologia enigmatica di un sole nero circondato dalle stelle, dalla luna e dal sole vero.

SAMSUNG CAMERA PICTURESI riti della Settimana Santa chiudono in Tirolo la stagione sciistica che si protrae fino a metà Aprile. Le piste, ravvivate dalla neve artificiale in quota, si sciolgono a chiazze fra i boschi scuri. La Pasqua austriaca è una festa di fine stagione e le abitudini ancora invernali la rendono simile al Natale, con gli addobbi, le candele, i presepi. E’ ormai sera quando con la pioggia arriviamo a Lienz, dove la Drava è già un fiume impetuoso. Le chiese sono ancora aperte, con la liturgia dell’ultima cena celebrata come da copione alle 19.30. Nella parrocchia di Sant’Andrea fervono i lavori di allestimento del Sepolcro di Pasqua (Ostergrab), un palcoscenico barocco di legno decorato con le sagome dei protagonisti dell’ultima cena, disposti sopra una scena del santo sepolcro, la quale metterà in mostra anche la sagoma di Cristo dopo la funzione del Venerdì Santo. Sant’Andrea di Lienz in Tirolo è una chiesa sontuosa, con la bella volta gotica reticolata e gli altari barocchi dove la storia dell’arte si è sedimentata come un palinsesto.

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SAMSUNG CAMERA PICTURESSotto un sole finalmente primaverile, nel venerdì di Pasqua non è casuale il periplo della grande montagna dell’Hochkreuz (alta croce), fra paesaggi prima alpini, poi collinari e lacustri fino a Millstatt. I musei di questa regione sono aperti solo d’estate e per i rari turisti in viaggio a Pasqua non restano che le chiese, in parte gotiche e in parte barocche, coi riti della settimana santa: non poco. A Obervellach la navata tardo gotica di San Martino è invasa dalla luce del mattino, mentre il parroco dà istruzioni ai ragazzi che lo aiuteranno nella celebrazione del pomeriggio, seduti sugli scranni di legno del coro. In paese c’è il silenzio delle località di montagna, anche se attorno la valle si allarga in un paesaggio verde, aperto verso il sole.

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20150403_113944La chiesa abbaziale di Millstatt sul lago, al di là delle straordinarie sculture romaniche del portale che raffigurano ancora il sole e la luna, mette in mostra davanti all’altare uno stendardo del Millecinquecento con la storia della vita di Cristo, come una forma di cinema primitivo che si proietta solo a Pasqua. Anche qui accanto all’altare è allestito il teatro dell’Ostergrab, ma il sepolcro è ancora vuoto. La sagoma del Cristo morto compare nella chiesa parrocchiale di Berg im Drautal, dove arriviamo di pomeriggio, ormai sulla via del ritorno a Lienz, mentre la funzione del Venerdì Santo è ancora in corso. Sospesa a mezza costa sulla valle luminosa, la chiesa della Natività di Maria di Berg im Drautal è un altro piccolo gioiello di architettura gotica, con un nucleo più antico che racchiude nella volta i simboli alati degli evangelisti, probabilmente della stessa epoca dell’enigmatico cielo stellato di San Candido.

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