FAI da te, a Castiglione di Ravenna ___

22 marzo, 2015 § 1 Commento

DSCN2938Poco prima dell’argine tortuoso del Savio, un castello risplendeva all’improvviso sotto il sole, sulla via del mare tutte le mattine d’estate. Poi arrivò una lottizzazione ed alcune palazzine lo resero invisibile dalla strada. Ma da qualche parte a Castiglione di Ravenna doveva ancora esserci quel palazzo a forma di castello, un cubo geometrico con quattro torri quadrate, coronato da cornici coi beccatelli e quattro comignoli monumentali. Palazzo Grossi sembrava davvero un castello medievale, quando lo vedevo apparire dal finestrino della piccola cinquecento, ma la voce di mio padre al volante suggeriva altre ipotesi: che non fosse un castello antico, bensì la residenza di un padrone spodestato dalle rivolte contadine, una costruzione vecchia tutt’al più un paio di secoli, passata a proprietari meno nobili prima di diventare magazzino del tabacco. I beccatelli sotto il cornicione erano in effetti esagerati, molto eleganti ma troppo sporgenti e rotondeggianti, quasi caricaturali. Non potevano servire alla difesa di un castello. Erano rifiniture aguzze e ricurve come quelle di certe armature da parata, fatte per incutere timore e rispetto, non per combattere.

DSCN2940L’avevo riscoperto l’autunno scorso in un pomeriggio di sole, al centro di un piccolo giardino pubblico tenuto con cura dagli abitanti di Castiglione. I pannelli didascalici esposti nel parco davano ragguagli sull’epoca di fondazione -il 1560- una data per nulla recente che colloca la nobile residenza dei Grossi in continuità con le architetture militari della fine del medioevo: dunque non un revival, ma un’evoluzione del medioevo. Le didascalie riferivano inoltre che il palazzo era stato costruito su un castello più antico, risalente all’occupazione veneziana del 1441. Le mura quattrocentesche che in effetti affiorerebbero ancora attraverso le fessure dei ponti levatoi e nelle merlature cieche del sottotetto, potrebbero aver condizionato il rifacimento cinquecentesco non solo nelle proporzioni, ma anche nel gusto architettonico.

DSCN2947Va dato merito al FAI di aver aperto per la prima volta al pubblico le sale di questo monumento che ormai da trent’anni è proprietà del Comune di Ravenna. A causa dell’oblio a cui era stato condannato da destinazioni improprie, prima industriali poi agricole, era difficile immaginare la ricchezza delle sale al piano terra, ricoperte da volte “ad ombrello”, come quella della camera di San Paolo a Parma (famosa per gli affreschi di Correggio). Lo strato di intonaco ha la forza di celare qualunque probabile decorazione antica di palazzo Grossi, ma non gli stucchi dove le volte terminano, centinaia di piccoli stucchi disseminati sulle pareti coi volti fantasiosi delle grottesche.

15 - 1 I ragazzi della scuola media di Castiglione hanno accompagnato i visitatori in piccoli gruppi, facendosi carico in prima persona della memoria collettiva di un luogo trascurato dalla politica. Con le loro voci squillanti hanno declamato le poche informazioni note. Non ci sono studi artistici, solo alcuni articoli su riviste locali che raccontano la storia di Palazzo Grossi. Eppure lo sconosciuto architetto Giovanni di Iacobo da Canobio, al quale un documento attribuisce la paternità del progetto, avrà lasciato tracce anche altrove (ma non sul web). Ed anche gli artisti che hanno decorato i due grandi camini superstiti avrebbero qualcosa da raccontare agli storici dell’arte, a proposito di un certo gusto manierista, tributario all’imperante moda spagnola degli anni Sessanta del Cinquecento.

15 - 11E’ incredibile che un palazzo così giaccia dimenticato sulla strada dei flussi turistici estivi e domenicali, fra il casello dell’autostrada e il litorale romagnolo, dove ogni anno transitano milioni di persone in cerca di svago. Ed è incredibile che il comune di Ravenna, che ne è proprietario dal 1987, non abbia ancora deciso cosa farne. Colpa probabilmente della posizione periferica, a margine del territorio comunale e provinciale. Ma noi siamo abituati all’incredibile: la valorizzazione di un sito così importante, in una posizione strategica della riviera romagnola, è a carico di un manipolo di volontari, mentre gli amministratori ravennati si spartiscono incarichi più redditizi inseguendo improbabili candidature a grandi eventi.

15 - 3Finché la comunità vigila in modo assennato sul patrimonio, le dimenticanze degli amministratori locali potrebbero non essere il peggiore dei mali. Per ripianare un buco di bilancio, qualcuno potrebbe pensare di vendere anche Palazzo Grossi agli emiri del Quatar. Oppure trasformarlo in ristorante, sede estiva di Master Chef. Se queste sono le alternative, bisogna ammettere che la tutela si associa meglio con l’oblio. Se vogliamo che fra cinquant’anni ci siano altre voci squillanti di ragazzi a declamarne la storia, meglio non parlarne troppo in giro. Le giornate di primavera del FAI hanno un merito innegabile: quello di educare il pubblico alla fruizione dei “beni culturali” così come sono, con la polvere, il degrado e tutti gli inevitabili segni della storia, senza l’ansia da prestazione dei curatori dei musei, che spesso inseguono cornici lussuose e nascondono al pubblico ciò che non rientra nei canoni di una presunta perfezione espositiva.

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