Il bramito del Bramante, prima dell’EXPO __

17 marzo, 2015 § Lascia un commento

Eravamo a Milano lo scorso fine settimana a fare visita agli amici di un tempo (un tempo che si allunga ma non si spezza, quello dell’Università) e a Milano abbiamo sentito il richiamo della mostra dedicata alle opere di Bramante nel quinto centenario della morte. Non di buon mattino, ma dopo pranzo ci siamo diretti a Brera, per non perdere l’occasione, essendo ormai la mostra ad una settimana dalla fine. La recensione del Sole24ore ne parlava come di un evento irripetibile, d’alto profilo. Tuttavia è bastato poco per accorgersi che di irripetibile c’era solo la ricorrenza. Tutto il resto si sarebbe potuto ripetere meglio fra una decina di giorni, quando le opere torneranno al loro posto nelle sale della stessa pinacoteca, senza più quei baldacchini architettonici che le imbrigliano in un’inutile e buia strettoia all’ingresso.

Lo so che è di moda dir male delle mostre, tanto più se sono “grandi”. Le critiche possono sembrare una forma di snobismo contro la nazional-popolarità di un fenomeno che ha comunque risvolti culturali, anche quando le mostre eccedono in mostruosità. Ma il Bramante in mostra a Brera è da Brivido. Per esprimere lo sconcerto non bastano le allitterazioni. I quadri con gli affreschi fanno capolino fra le architetture temporanee, d’inciampo per i gruppi accompagnati in visita. Il Cristo è in vetrina in un piccolo spazio provvisorio, mentre la grande sala che solitamente lo ospita, di fronte alla Madonna di Piero, racchiude il vuoto metafisico ed una foto con la stessa immagine al di là del vetro protettivo. La mostra offre un preludio claustrofobico, la penombra e il disorientamento dei volumi provvisori degli arredi temporanei. Sembra lo spazio di un rito iniziatico. Misterico, forse.

Quando penso al Bramante, immagino un personaggio poliedrico, un Leonardo minore, artista, ingegnere e architetto. Ci sarebbe stato molto da raccontare e da mettere in mostra: disegni, storie, edifici…, non solo dipinti. Mi sarei aspettato ricchi confronti con gli altri geni del suo tempo. Dove sono i progetti della Basilica di San Pietro? Se lo scopo è quello di festeggiare un compleanno con una messinscena tirata su in fretta, tutto ciò non serve. Per attirare il pubblico “basta la parola”, come recitava lo slogan del confetto Falqui qualche decennio fa, con effetti analoghi. E basta la compiacenza di qualche penna illustre che scriva recensioni nei giornali giusti. Frotte di visitatori correranno a vedere quel che c’è prima della data di scadenza: anche noi.

Tuttavia un merito la mostra ce l’ha ed è quello di assorbire, in uno spazio concentrato all’ingresso, il gran numero di persone in visita nella galleria di Brera, così da lasciare libere le sale successive, immerse nella luce giusta e nel silenzio meditativo necessario alle grandi pale di Ercole de Roberti e di Piero della Francesca. Ricordavo quante opere di casa nostra fossero concentrate nelle sale di Brera: Genga, Palmezzano, Zaganelli; anche una deposizione del Menzocchi, proveniente dall’oratorio di Santa Croce di Urbino, copia tardiva dell’altra che ho sempre visto nella chiesa dove sono stato battezzato.

Prima dei brividi bramanteschi avevamo sperimentato l’elegante sobrietà del museo civico, con gli arredi ben misurati e la luce naturale delle sale del castello, che illumuna i rilievi antichi di marmo al piano terra: un allestimento esemplare di qualche decennio fa. Fra le sculture, il bel rilievo di Agostino di Duccio, dal tempio malatestiano di Rimini, ed i pezzi del momumento sepolcrale di Gaston de Foix. Proprio in fondo, l’ultima occhiata è per la Pietà Rondanini di Michelangelo, poche ore prima del trasferimento all’EXPO. Dopo sessant’anni di onorata musealizzazione nel castello sforzesco, anche la Pietà è pronta per un giro di giostra.

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