A casa Leopardi in una mattina di tempesta ___

30 marzo, 2015 § 3 commenti

Studenti ed insegnanti sfilano nelle vie di Recanati verso il palazzo del poeta, con le solite grida e gli ombrelli strappati dal vento. Il pullman li ha lasciati poco più giù, sotto l’arco neoclassico di una porta antica delle mura. Studenti ed insegnanti pensano che il paese sia tutto lì – fra il sabato del villaggio e la siepe dell’infinito – e non sanno che poco più in là il borgo diventa città. Basterebbe seguire il crinale per accorgersi che prima o poi la via si trasforma in piazza monumentale, con i capolavori di Lorenzo Lotto esposti in un bel museo… altro che borgo selvaggio. Ma il pubblico scolastico non lo sa ed è meglio così: l’immagine di Leopardi è più credibile nella quiete ottocentesca della piccola piazza del villaggio, motore di un’economia turistica sorretta dalle scuole.

E’ la terza volta in tre anni che accompagno scolaresche in gita a Casa Leopardi. Prima di partire dico a me stesso che Recanati mi annoia, ma ogni volta vedo qualcosa che non avevo notato prima: ad esempio, lì dove salgono le rampe di scale all’ingresso del palazzo, i marmi antichi, premessa della ricca collezione archeologica nascosta da qualche parte negli appartamenti del secondo piano. Oppure i proclami del Dipartimento del Musone di cui Monaldo Leopardi scrisse con fervore, essendo stato tirato in ballo dalle fazioni in guerra durante l’occupazione napoleonica. Ogni volta che torno a Casa Leopardi vedo l’immagine del poeta sfumare in secondo piano rispetto alla grande biblioteca di Monaldo ed alla storia che l’ha determinata alla fine del Settecento. Prima di diventare la biblioteca di Giacomo, per suo padre era stata l’Arca di Noè dei libri dei tempi pontifici, quando ancora non era chiaro il destino della rivoluzione francese nei territori del Papa. Il figlio Giacomo l’aveva poi assorbita con una cura maniacale, facendo coincidere la devozione verso il padre con l’amore per la cultura contenuta in quei libri. Di padre in figlio, la tradizione erudita divenne filosofia militante nelle pagine del poeta che se ne era andato, anzi era fuggito da Recanati.

Il regista Martone ha raccontato da poco la vita di Leopardi in un film che poteva avere maggior successo. Alle professoresse non è piaciuto, a causa dell’epilogo napoletano, e preferiscono non parlarne. Ma il film potrebbe diventare un ottimo supporto didattico e non mi stupirei di vederlo proiettato fra qualche anno in uno schermo a Recanati: la vita di un uomo in fuga, poco nobile e piuttosto spiantato, ben più misero del ritratto che ne fanno i libri di antologia. La fortuna di Giacomo Leopardi è una costruzione postuma di Giosuè Carducci ad uso dei Licei del Regno d’Italia. L’umanista Carducci ha riscoperto il poeta Leopardi, ignorando il filosofo della natura che parlava attraverso gli stessi versi. Fossimo stati più evoluti, Giacomo Leopardi l’avremmo studiato nei libri di Filosofia.

Annunci

FAI da te, a Castiglione di Ravenna ___

22 marzo, 2015 § 1 Commento

DSCN2938Poco prima dell’argine tortuoso del Savio, un castello risplendeva all’improvviso sotto il sole, sulla via del mare tutte le mattine d’estate. Poi arrivò una lottizzazione ed alcune palazzine lo resero invisibile dalla strada. Ma da qualche parte a Castiglione di Ravenna doveva ancora esserci quel palazzo a forma di castello, un cubo geometrico con quattro torri quadrate, coronato da cornici coi beccatelli e quattro comignoli monumentali. Palazzo Grossi sembrava davvero un castello medievale, quando lo vedevo apparire dal finestrino della piccola cinquecento, ma la voce di mio padre al volante suggeriva altre ipotesi: che non fosse un castello antico, bensì la residenza di un padrone spodestato dalle rivolte contadine, una costruzione vecchia tutt’al più un paio di secoli, passata a proprietari meno nobili prima di diventare magazzino del tabacco. I beccatelli sotto il cornicione erano in effetti esagerati, molto eleganti ma troppo sporgenti e rotondeggianti, quasi caricaturali. Non potevano servire alla difesa di un castello. Erano rifiniture aguzze e ricurve come quelle di certe armature da parata, fatte per incutere timore e rispetto, non per combattere.

DSCN2940L’avevo riscoperto l’autunno scorso in un pomeriggio di sole, al centro di un piccolo giardino pubblico tenuto con cura dagli abitanti di Castiglione. I pannelli didascalici esposti nel parco davano ragguagli sull’epoca di fondazione -il 1560- una data per nulla recente che colloca la nobile residenza dei Grossi in continuità con le architetture militari della fine del medioevo: dunque non un revival, ma un’evoluzione del medioevo. Le didascalie riferivano inoltre che il palazzo era stato costruito su un castello più antico, risalente all’occupazione veneziana del 1441. Le mura quattrocentesche che in effetti affiorerebbero ancora attraverso le fessure dei ponti levatoi e nelle merlature cieche del sottotetto, potrebbero aver condizionato il rifacimento cinquecentesco non solo nelle proporzioni, ma anche nel gusto architettonico.

DSCN2947Va dato merito al FAI di aver aperto per la prima volta al pubblico le sale di questo monumento che ormai da trent’anni è proprietà del Comune di Ravenna. A causa dell’oblio a cui era stato condannato da destinazioni improprie, prima industriali poi agricole, era difficile immaginare la ricchezza delle sale al piano terra, ricoperte da volte “ad ombrello”, come quella della camera di San Paolo a Parma (famosa per gli affreschi di Correggio). Lo strato di intonaco ha la forza di celare qualunque probabile decorazione antica di palazzo Grossi, ma non gli stucchi dove le volte terminano, centinaia di piccoli stucchi disseminati sulle pareti coi volti fantasiosi delle grottesche.

15 - 1 I ragazzi della scuola media di Castiglione hanno accompagnato i visitatori in piccoli gruppi, facendosi carico in prima persona della memoria collettiva di un luogo trascurato dalla politica. Con le loro voci squillanti hanno declamato le poche informazioni note. Non ci sono studi artistici, solo alcuni articoli su riviste locali che raccontano la storia di Palazzo Grossi. Eppure lo sconosciuto architetto Giovanni di Iacobo da Canobio, al quale un documento attribuisce la paternità del progetto, avrà lasciato tracce anche altrove (ma non sul web). Ed anche gli artisti che hanno decorato i due grandi camini superstiti avrebbero qualcosa da raccontare agli storici dell’arte, a proposito di un certo gusto manierista, tributario all’imperante moda spagnola degli anni Sessanta del Cinquecento.

15 - 11E’ incredibile che un palazzo così giaccia dimenticato sulla strada dei flussi turistici estivi e domenicali, fra il casello dell’autostrada e il litorale romagnolo, dove ogni anno transitano milioni di persone in cerca di svago. Ed è incredibile che il comune di Ravenna, che ne è proprietario dal 1987, non abbia ancora deciso cosa farne. Colpa probabilmente della posizione periferica, a margine del territorio comunale e provinciale. Ma noi siamo abituati all’incredibile: la valorizzazione di un sito così importante, in una posizione strategica della riviera romagnola, è a carico di un manipolo di volontari, mentre gli amministratori ravennati si spartiscono incarichi più redditizi inseguendo improbabili candidature a grandi eventi.

15 - 3Finché la comunità vigila in modo assennato sul patrimonio, le dimenticanze degli amministratori locali potrebbero non essere il peggiore dei mali. Per ripianare un buco di bilancio, qualcuno potrebbe pensare di vendere anche Palazzo Grossi agli emiri del Quatar. Oppure trasformarlo in ristorante, sede estiva di Master Chef. Se queste sono le alternative, bisogna ammettere che la tutela si associa meglio con l’oblio. Se vogliamo che fra cinquant’anni ci siano altre voci squillanti di ragazzi a declamarne la storia, meglio non parlarne troppo in giro. Le giornate di primavera del FAI hanno un merito innegabile: quello di educare il pubblico alla fruizione dei “beni culturali” così come sono, con la polvere, il degrado e tutti gli inevitabili segni della storia, senza l’ansia da prestazione dei curatori dei musei, che spesso inseguono cornici lussuose e nascondono al pubblico ciò che non rientra nei canoni di una presunta perfezione espositiva.

DSCN2953

Novità di stagione

20 marzo, 2015 § 4 commenti

eclisseDue giorni fa insieme ai fuochi di San Giuseppe era comparsa una mia intervista sulle pagine del Corriere. Non immaginavo che l’Archeologia di un padre potesse trovare un richiamo nella festa del papà. Nessuno può sfuggire all’attualità della fama (e dell’oblio). Comunque anche quest’anno è arrivato l’equinozio, un equinozio serale annunciato dall’eclisse mattutina. A scuola ce l’abbiamo fatta a proiettare il disco solare sul pavimento del corridoio: fra lo stupore di chi non ci credeva, con un rudimentale artificio ottico senza lenti abbiamo osservato a terra l’immagine del sole mangiata dalla luna.

Ho aspettato il cambio di stagione per ricominciare a scrivere. Da un paio di giorni sta prendendo forma l’embrione di qualcosa che ancora non riconosco. Dovrebbe essere il romanzo della grande fabbrica di zucchero, vista ormai da lontano, con una distanza diversa da quella con cui la osservo in questo blog, nelle storie di declino industriale. La giusta distanza di cui parla Emingway dura un attimo: fino ad un istante prima sei troppo vicino, poi sei già lontano. Non so se ne verrà fuori davvero un romanzo, o se l’ansia di documentare il vissuto trasformerà anche questo in un’opera ibrida, un reportage letterario difficile da collocare in libreria. La stessa bulimia che mi spinge ad affrontare letture complesse di soggetti apparentemente lontani, alla ricerca di chissà quale denominatore comune, mi spinge a sperimentare forme differenti di scrittura e mi impedisce di fare una cosa alla volta. Non so ancora quando -neppure so se andrà in porto il romanzo della grande fabbrica di zucchero- e già penso a qualcosa di diverso, per continuare l’esercizio che ho appena cominciato con l’Archeologia di un padre. Le vie per arrivare può sembrare un titolo strano, ma è un buon pretesto per continuare a scavare nei percorsi della quotidianità, come un’archeologia del presente.

906084_800097996748911_7075629969715789262_o

Il bramito del Bramante, prima dell’EXPO __

17 marzo, 2015 § Lascia un commento

Eravamo a Milano lo scorso fine settimana a fare visita agli amici di un tempo (un tempo che si allunga ma non si spezza, quello dell’Università) e a Milano abbiamo sentito il richiamo della mostra dedicata alle opere di Bramante nel quinto centenario della morte. Non di buon mattino, ma dopo pranzo ci siamo diretti a Brera, per non perdere l’occasione, essendo ormai la mostra ad una settimana dalla fine. La recensione del Sole24ore ne parlava come di un evento irripetibile, d’alto profilo. Tuttavia è bastato poco per accorgersi che di irripetibile c’era solo la ricorrenza. Tutto il resto si sarebbe potuto ripetere meglio fra una decina di giorni, quando le opere torneranno al loro posto nelle sale della stessa pinacoteca, senza più quei baldacchini architettonici che le imbrigliano in un’inutile e buia strettoia all’ingresso.

Lo so che è di moda dir male delle mostre, tanto più se sono “grandi”. Le critiche possono sembrare una forma di snobismo contro la nazional-popolarità di un fenomeno che ha comunque risvolti culturali, anche quando le mostre eccedono in mostruosità. Ma il Bramante in mostra a Brera è da Brivido. Per esprimere lo sconcerto non bastano le allitterazioni. I quadri con gli affreschi fanno capolino fra le architetture temporanee, d’inciampo per i gruppi accompagnati in visita. Il Cristo è in vetrina in un piccolo spazio provvisorio, mentre la grande sala che solitamente lo ospita, di fronte alla Madonna di Piero, racchiude il vuoto metafisico ed una foto con la stessa immagine al di là del vetro protettivo. La mostra offre un preludio claustrofobico, la penombra e il disorientamento dei volumi provvisori degli arredi temporanei. Sembra lo spazio di un rito iniziatico. Misterico, forse.

Quando penso al Bramante, immagino un personaggio poliedrico, un Leonardo minore, artista, ingegnere e architetto. Ci sarebbe stato molto da raccontare e da mettere in mostra: disegni, storie, edifici…, non solo dipinti. Mi sarei aspettato ricchi confronti con gli altri geni del suo tempo. Dove sono i progetti della Basilica di San Pietro? Se lo scopo è quello di festeggiare un compleanno con una messinscena tirata su in fretta, tutto ciò non serve. Per attirare il pubblico “basta la parola”, come recitava lo slogan del confetto Falqui qualche decennio fa, con effetti analoghi. E basta la compiacenza di qualche penna illustre che scriva recensioni nei giornali giusti. Frotte di visitatori correranno a vedere quel che c’è prima della data di scadenza: anche noi.

Tuttavia un merito la mostra ce l’ha ed è quello di assorbire, in uno spazio concentrato all’ingresso, il gran numero di persone in visita nella galleria di Brera, così da lasciare libere le sale successive, immerse nella luce giusta e nel silenzio meditativo necessario alle grandi pale di Ercole de Roberti e di Piero della Francesca. Ricordavo quante opere di casa nostra fossero concentrate nelle sale di Brera: Genga, Palmezzano, Zaganelli; anche una deposizione del Menzocchi, proveniente dall’oratorio di Santa Croce di Urbino, copia tardiva dell’altra che ho sempre visto nella chiesa dove sono stato battezzato.

Prima dei brividi bramanteschi avevamo sperimentato l’elegante sobrietà del museo civico, con gli arredi ben misurati e la luce naturale delle sale del castello, che illumuna i rilievi antichi di marmo al piano terra: un allestimento esemplare di qualche decennio fa. Fra le sculture, il bel rilievo di Agostino di Duccio, dal tempio malatestiano di Rimini, ed i pezzi del momumento sepolcrale di Gaston de Foix. Proprio in fondo, l’ultima occhiata è per la Pietà Rondanini di Michelangelo, poche ore prima del trasferimento all’EXPO. Dopo sessant’anni di onorata musealizzazione nel castello sforzesco, anche la Pietà è pronta per un giro di giostra.

Cultura in circolo

13 marzo, 2015 § Lascia un commento

Conto i giorni che mancano alla fine dell’inverno -ormai pochissimi- e desidero più degli anni scorsi temperature miti e luce fino a sera. Non ho ancora cominciato a scrivere quello che dovrebbe diventare il mio prossimo libro. Forse per questo l’inverno mi è sembrato più lungo, perché ho sospeso la misurata abitudine del confronto quotidiano con la penna, quel ritmo soddisfacente e pago di se stesso, che non cerca conferme nel grande pubblico. L’unico contatto con la scrittura l’ho conservarlo nelle pagine di questo blog – non troppe, ma sufficienti a mantenerlo in vita. Dopo ormai sette anni non ho smesso di chiedermi cosa siano queste pagine, chi possano interessare, cosa diventeranno. Dovrei ficcarmi a testa bassa in qualche argomento specifico, insistere soltanto su quello, per essere riconoscibile e rintracciabile dal tam tam dei grandi numeri della rete. Ma non mi interessa superare la fugace molteplicità dei vari soggetti che mi attirano. Il confronto con il pubblico, grande o piccolo che sia, è necessario per imporre a se stessi chiarezza, senza la pretesa di raccontare tutto quello che si fa o che si pensa di fare. Conservo un’idea strumentale, probabilmente limitata, dei social networks: per me rappresentano una vetrina temporanea nella quale condividere lavori in corso -foto, impressioni, diari di viaggio- con la consapevolezza che un documento nel web vive di presente e non è mai definitivo, perché è un esperimento. Sono altri gli approdi a cui consegnarsi definitivamente, non dico per l’eternità, ma per qualche anno in più del temporaneo eco della scrittura parlata dai social networks: pagine scritte, forse libri, comunque carta stampata con l’inchiostro nero.

Per percepire meglio se stessi nel flusso del web, di tanto in tanto è utile leggere un libro…”The Fourth Revolution” di Luciano Floridi (2014) è un libro di filosofia militante nel mare delle nuove tecnologie informatiche. Per la nostra cultura accademica abituata a fare storia della filosofia può essere spiazzante un approccio dove le idee filosofiche sono attuali e diventano strumenti di navigazione per comprendere la rotta verso il futuro. Floridi è un italiano di cinquant’anni che insegna all’università di Oxford. “The Fourth Revolution” è ormai un bestseller mondiale, quello che si dice un “libro introduttivo”, non specialistico in senso stretto e neppure biecamente divulgativo, arricchito da un vasto commento bibliografico, scritto in un inglese splendido ma del quale manca (ancora) la traduzione italiana. Che l’autore sia un italiano madrelingua può passare in secondo piano, ma la dice lunga sul provincialismo della nostra cultura nazionale, quando la tradizione filosofica deve intrecciarsi con le novità della tecnologia informatica.

Guerra archeologica

6 marzo, 2015 § Lascia un commento

Da almeno cinque secoli le guerre si combattono con mezzi sempre nuovi e imprevedibili. Era difficile immaginare che l’escalation terroristica del medio orientale si sarebbe trasformata in “guerra archeologica”, sostenuta da azioni di distruzione del patrimonio di tremila anni fa. I guerriglieri hanno trovato un modo efficace per colpire l’occidente senza uscire dai confini della loro terra. Difficile dire quanta consapevolezza ci sia nell’azione terroristica, se sia solo un gesto iconoclasta contro le immagini di antiche divinità pagane, o se nasconda una diversa iconoclastia contro il culto dei feticci archeologici, praticato dagli infedeli occidentali. Comunque un risultato è chiaro: gli occidentali si scandalizzano e amplificano l’effetto distruttivo con articoli, dibattiti e denunce. E’ un momento cruciale per chiedersi cosa significa “patrimonio dell’umanità” e ragionare di tutela. Fra gli articoli più interessanti di questi giorni merita di essere letto quello che Salvatore Settis ha pubblicato su Patrimonio SOS. L’azione distruttiva si appropria della forza iconica delle immagini antiche moltiplicandola sui social media, un’arma letale contro la coscienza dei cultori occidentali, che perderanno molte occasioni di godimento turistico: più paure e meno sindromi di Stendhal.

La tutela del patrimonio è un mito dell’ultimo secolo: l’idea di salvaguardare gli originali nel luogo in cui si trovano, in quanto alimentano l’identità collettiva, è un lusso aristocratico, tipico delle democrazie europee del secondo Novecento. Alla fine del Settecento i rivoluzionari francesi distrussero castelli, archivi e monasteri, più di quanto non facciano oggi i terroristi dell’ISIS. Napoleone sapeva quanto fossero fragili le garanzie di tutela di un territorio soggetto a tumulti, pertanto favoriva il trasferimento delle opere d’arte nei grandi musei, come in forzieri, con buona pace di Quatrémere de Quincy. Se gli Inglesi non avessero portato al British Museum le sculture monumentali di Nimrud, oggi le avremmo perse. Lo so che non è una consolazione sufficiente. Lo spirito si alimenta anche (soprattutto) dell’aria che circonda i luoghi. Ma non possiamo fermare la storia.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per marzo, 2015 su ...I've got a project!.