Ma che storia?

20 febbraio, 2015 § Lascia un commento

Un po’ mi stupisce il progetto europeo Horizon 2020 che finanzia le ricerche storiche in vista di narrazioni utili per lo sviluppo economico e sociale del continente. L’uso della storia non è mai stato neutrale, ma è passato parecchio tempo da quando la consapevolezza di un passato glorioso era il motore retorico dello sviluppo. Dopo le dittature del Novecento ci si era allontanati dalle grandi narrazioni. Addirittura pensavamo di essere usciti dalla storia, di essere entrati in un post-moderno di frammenti episodici, in cui la storia serviva solo a metterci in guardia dal rischio di ripercorrere i disastri del passato. Ora il vecchio continente si sveglia ponendo di nuovo le narrazioni storiche al centro della propria identità, come se fossero un antidoto contro le forze centrifughe, una extrema ratio per imporsi nel mondo. Nel linguaggio burocratico della progettualità europea tuttavia fa impressione sentir parlare di “uso della storia”, come se fosse possibile ricondurre le narrazioni storiche ad un “valore d’uso” analogo a quello che hanno le ricadute tecnologiche. Qualche centro di ricerca beneficerà dei milioni di Euro messi in palio, per tirare avanti, per pagare stipendi e rinnovare le attrezzature informatiche.

Discutere di storia potrebbe servire a riconnettere l’identità del continente con le radici medievali, che in molti associano alla cristianità e a quell’idea di natura che ha reso possibile la rivoluzione scientifica, un fenomeno tipicamente europeo, che ha spinto il vecchio continente alla conquista del mondo. E’ una bella sfida connettere questa storia al presente, alla vita quotidiana di chi va al lavoro ogni mattina, senza ridurla ad una proposta da tour operator con pranzo & cena da Eataly. Fuori dai ristoranti, il mito che oggi guida i ricercatori è quello del dato oggettivo, unica forma di scientificità condivisa in questo presente stra-carico di informazioni ma povero di ragionamenti. Senza la forza connettiva dei ragionamenti la storia affoga nei frammenti, che simulano la conoscenza con le immagini ricostruite al computer, come il volto di Gian Battista Morgagni.

Fuori dal coro, vorrei segnalare la voce potente di Lucio Russo, uno scienziato che potrebbe dire molto alla ricerca storica, se il dibattito non fosse frantumato dal rumore di fondo.  Dopo “La rivoluzione dimenticata” che ha riscoperto la scienza ellenistica, l'”America dimenticata” rincara la dose, togliendo la maschera ai pregiudizi del determinismo culturale, che condiziona lo sguardo degli storici americani. La storia che siamo abituati ad ascoltare, quella che ci piace raccontare, parla soprattutto ai vincitori. E’ lo sguardo retrospettivo di chi si crede a capo del presente. E’ difficile ammetterlo, ma gli antichi romani erano così rozzi e ignoranti da non saper tramandare quasi nulla della raffinata cultura scientifica mediterranea che sottomisero nel secondo secolo avanti Cristo: un solo libro della biblioteca di Cartagine e qualche vaga idea sulla forma della terra, travisata da una profonda regressione delle tecniche cartografiche.

Il presente rimodella di continuo la storia. La sensibilità contemporanea fa emergere alcune memorie e ne cancella altre, che rimangono nascoste e potranno tornare a galla, forse, nel futuro. La storia dovrebbe essere un esercizio sottile di abduzione, di pulizia intellettuale, di analisi logica dei frammenti con il metodo scientifico. Ma le grandi narrazioni ad uso del presente, pur nell’orizzonte del 2020, non hanno bisogno dell’occhio dello scienziato. Basta la forza del pregiudizio (ed il clamore di qualche scandalo) per dare vigore a un’identità collettiva.

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