Il solipsismo dell’associazionismo

27 febbraio, 2015 § 1 Commento

Dopo appena qualche anno trascorso a fare l’insegnante, con molto tempo libero ed una riaccesa curiosità per la cultura, mi ritrovo le tasche piene di tessere associative. L’otto marzo farò perfino l’ingresso in una Accademia storica del nostro territorio, che prevede l’imposizione di un collare, come fanno gli esorcisti. Tante (troppe) sono le associazioni che promuovono libri, conferenze e convegni nella vita ricca di provincia. L’ambizione dei cittadini liberi non è più quella di diventare filosofi, ma di promuovere conferenze di filosofia. Il successo si misura con il pubblico, ma l’ambizione degli organizzatori mira a contendere un po’ di peso politico ai tanti concorrenti dello stesso ring, con l’obiettivo di strappare qualche soldo agli enti finanziatori, cioè alle fondazioni bancarie.

Sembra quasi che per avere dignità, qualunque discorso culturale debba tradursi nell’organizzazione di un evento culturale. Nel nostro tempo siamo abituati a confondere la dignità con la visibilità. Proliferano le associazioni con pochi iscritti, che comprendono sempre gli stessi nomi. Per assecondare i personalismi, il numero delle associazioni cresce a valanga e diventa perfino maggiore del numero degli iscritti. Le associazioni di associazioni sembrano l’unico rimedio a questa proliferazione, con qualche paradosso logico e molto lavoro organizzativo. Per ritrovare l’atmosfera autentica del circolo culturale, meglio non uscire di casa. Lo spazio mentale di un libro di qualità, condito con qualche messaggio in rete, mi sembra l’unica cultura condivisibile, almeno con se stessi.

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Ma che storia?

20 febbraio, 2015 § Lascia un commento

Un po’ mi stupisce il progetto europeo Horizon 2020 che finanzia le ricerche storiche in vista di narrazioni utili per lo sviluppo economico e sociale del continente. L’uso della storia non è mai stato neutrale, ma è passato parecchio tempo da quando la consapevolezza di un passato glorioso era il motore retorico dello sviluppo. Dopo le dittature del Novecento ci si era allontanati dalle grandi narrazioni. Addirittura pensavamo di essere usciti dalla storia, di essere entrati in un post-moderno di frammenti episodici, in cui la storia serviva solo a metterci in guardia dal rischio di ripercorrere i disastri del passato. Ora il vecchio continente si sveglia ponendo di nuovo le narrazioni storiche al centro della propria identità, come se fossero un antidoto contro le forze centrifughe, una extrema ratio per imporsi nel mondo. Nel linguaggio burocratico della progettualità europea tuttavia fa impressione sentir parlare di “uso della storia”, come se fosse possibile ricondurre le narrazioni storiche ad un “valore d’uso” analogo a quello che hanno le ricadute tecnologiche. Qualche centro di ricerca beneficerà dei milioni di Euro messi in palio, per tirare avanti, per pagare stipendi e rinnovare le attrezzature informatiche.

Discutere di storia potrebbe servire a riconnettere l’identità del continente con le radici medievali, che in molti associano alla cristianità e a quell’idea di natura che ha reso possibile la rivoluzione scientifica, un fenomeno tipicamente europeo, che ha spinto il vecchio continente alla conquista del mondo. E’ una bella sfida connettere questa storia al presente, alla vita quotidiana di chi va al lavoro ogni mattina, senza ridurla ad una proposta da tour operator con pranzo & cena da Eataly. Fuori dai ristoranti, il mito che oggi guida i ricercatori è quello del dato oggettivo, unica forma di scientificità condivisa in questo presente stra-carico di informazioni ma povero di ragionamenti. Senza la forza connettiva dei ragionamenti la storia affoga nei frammenti, che simulano la conoscenza con le immagini ricostruite al computer, come il volto di Gian Battista Morgagni.

Fuori dal coro, vorrei segnalare la voce potente di Lucio Russo, uno scienziato che potrebbe dire molto alla ricerca storica, se il dibattito non fosse frantumato dal rumore di fondo.  Dopo “La rivoluzione dimenticata” che ha riscoperto la scienza ellenistica, l'”America dimenticata” rincara la dose, togliendo la maschera ai pregiudizi del determinismo culturale, che condiziona lo sguardo degli storici americani. La storia che siamo abituati ad ascoltare, quella che ci piace raccontare, parla soprattutto ai vincitori. E’ lo sguardo retrospettivo di chi si crede a capo del presente. E’ difficile ammetterlo, ma gli antichi romani erano così rozzi e ignoranti da non saper tramandare quasi nulla della raffinata cultura scientifica mediterranea che sottomisero nel secondo secolo avanti Cristo: un solo libro della biblioteca di Cartagine e qualche vaga idea sulla forma della terra, travisata da una profonda regressione delle tecniche cartografiche.

Il presente rimodella di continuo la storia. La sensibilità contemporanea fa emergere alcune memorie e ne cancella altre, che rimangono nascoste e potranno tornare a galla, forse, nel futuro. La storia dovrebbe essere un esercizio sottile di abduzione, di pulizia intellettuale, di analisi logica dei frammenti con il metodo scientifico. Ma le grandi narrazioni ad uso del presente, pur nell’orizzonte del 2020, non hanno bisogno dell’occhio dello scienziato. Basta la forza del pregiudizio (ed il clamore di qualche scandalo) per dare vigore a un’identità collettiva.

La strana scuola

11 febbraio, 2015 § Lascia un commento

Dopo il giorno della memoria, ieri era il giorno del ricordo. Dallo sterminio degli Ebrei alle Foibe, la scuola deve farsi carico di un pesante racconto retrospettivo, per esorcizzare forse i crimini della contemporaneità, mentre assistiamo come spettatori al ripetersi della stessa storia oggi in Ucraina. Gli stati moderni hanno ancora un peso sinistro quando i confini sanciscono spartizioni geopolitiche. A volte mi sembra che la scuola passi troppo tempo a riempire le menti dei giovani con la memoria di fatti violenti, destinati a rinnovarsi nella contemporaneità malgrado i buoni maestri, perché i capomastri della politica giocano alla guerra come sempre. Anziché tanta memoria, nella scuola di oggi ci vorrebbe un po’ di oblio: una sospensione temporanea dell’eccitazione mentale, meno progetti, meno materie, meno carta. A scuola dovremmo proclamare la giornata dell’oblio, in cui schiarire le menti e riconnettere i pensieri con i quattro-cinque principi fondamentali per cui vale la pena ritrovarsi di mattina di qua e di là dalla cattedra.

Ma si sa, all’opinione pubblica vendi meglio qualcosa in più piuttosto che qualcosa in meno. Anche senza risorse, sembra realistico aumentare il carico di lavoro, fare proliferare le procedure, diversificare all’inverosimile le proposte. Non è facile semplificare: è complicatissimo. Per farlo occorrerebbe una direzione autorevole, capace di fissare coerentemente i principi, le regole attuative e le risorse. Al netto di cent’anni di pedagogie e di teorie scolastiche varie ed eventuali, nessun governo ha più un’idea chiara di cosa deve essere la scuola: un guazzabuglio pubblico-privato, chi-meno-ne-ha, più-ne-metta! La difesa d’ufficio di questa scuola in crisi di identità passa attraverso gli atti formali. Non esistono problemi se costruiamo corrette cornici procedurali entro cui inquadrarli, se il contenzioso scivola via  grazie ad un appiglio costruito su misura, a norma di legge. Il lato pubblico del guazzabuglio si accontenta in fondo di questo. I contenuti dell’insegnamento paiono relegati alla sfera privata del guazzabuglio pubblico-privato. Se nessun li reclama, nessuno ti obbliga a fornirli. La “strana scuola” non ha bisogno di insegnanti competenti nelle singole discipline, ma di mediatori fluidi, sarti su misura, narratori efficaci.

Nessuno obbliga più gli insegnanti ad inseguire i parolai dei corsi di aggiornamento, disciplina per disciplina. Ciò che serve ad un insegnante è un bel corso antincendio di “rischio elevato” col relativo esame alla caserma dei vigili del fuoco. Se il sovraffollamento e la mancanza di dotazioni equiparano il rischio di un edificio scolastico a quello di un impianto petrolchimico, non occorre ridurre il sovraffollamento, né fornire le dotazioni. Il rischio rientra automaticamente, a norma di legge, se gli insegnanti diventano tutti un po’ pompieri.

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